L’Italia invecchia più rapidamente del resto del mondo e i suoi territori si spopolano. Mentre la politica rinvia le decisioni e la società si aggrappa a modelli del passato, Bandini e Manfredi guardano avanti con lucidità e passione, delineando la strada verso una società longeva che sappia trasformare la sfida demografica in opportunità di rinnovamento. In un saggio che va oltre la diagnosi per proporre una visione concreta e operativa del cambiamento, gli autori identificano tre ambiti fondamentali su cui intervenire: il ripensamento del lavoro in un’epoca di carriere più lunghe e meno lineari, la valorizzazione dei territori come luoghi di nuove possibilità esistenziali, l’utilizzo consapevole della tecnologia come strumento di inclusione e sostegno alla longevità. Non un manifesto utopico, ma un progetto di innovazione sociale che sollecita ciascuno a fare la propria parte. Dalle imprese chiamate a superare l’ageismo ai giovani invitati a immaginare percorsi professionali più diversificati, dalle istituzioni spronate a politiche lungimiranti alle persone mature che possono reinventarsi in una seconda vita professionale. La transizione demografica è inarrestabile. Questo libro ci mostra come viverla da protagonisti, costruendo insieme una società più libera, inclusiva e felice.
Pubblichiamo un estratto del libro La società longeva di Stefania Bandini e Paolo Manfredi, edito da EGEA. Ringraziamo la casa editrice per la gentile concessione.
La popolazione mondiale vive più a lungo e genera meno figli, quindi le società invecchiano e i territori, a velocità molto diverse, si spopolano. L’Italia non solo partecipa di queste tendenze globali, ma guida il drappello di Paesi in cui la transizione demografica è più radicale, accelerata, trasformativa.
Dove la transizione demografica si manifesta, anche non necessariamente con la brutalità con cui si manifesta in Italia o in Giappone, i cambiamenti raggiungono ogni recesso della società e dell’economia, instillando un senso diffuso di precarietà e di angoscia per il domani. Non solo e non in tutti ovviamente, dacché la scienza ha da tempo aperto a nuove, inedite opportunità di vivere più a lungo e in salute, e queste opportunità si sono fatte mercato (la silver economy, in costante espansione). Gli anziani con una buona disponibilità economica possono trovare oggi un’offerta quantomai varia e personalizzata, rivolta non solo alle esigenze medico-sanitarie, ma in misura crescente a ogni aspetto della vita e della socialità, potendo aspirare a una qualità della vita mai nemmeno immaginata, e in costante miglioramento.
Sotto questa fortunata cuspide la transizione demografica scuote le società e le economie dalle fondamenta. Società che invecchiano perché fanno meno figli interrompono il ciclo fisiologico di ricambio sulle quali fondavano la loro perpetuazione e il loro rinnovamento in ogni aspetto, dalla cultura all’economia. I nostri sistemi previdenziali e di welfare, fondati come sono sul presupposto della solidarietà intergenerazionale, faticano a riorganizzarsi di fronte al restringimento così marcato della base contributiva, proprio nel momento in cui gli anziani bisognosi a lungo di cure smettono di essere un’eccezione e diventeranno regola, costringendo sempre più persone, in particolare donne, a sacrifici personali per garantire la cura che i sistemi pubblici non riescono a sostenere. Sistemi produttivi (come quello italiano) fondati sulla presenza pulviscolare di micro e piccole imprese spesso familiari e sulla trasmissione di sapere e mestiere tra generazioni faticano a rimapparsi su livelli di ricambio generazionale progressivamente più deboli.
È necessario adoperarsi per cercare di mitigare gli effetti della transizione demografica, soprattutto per quanto concerne il calo delle nascite? Assolutamente sì, anzi è doveroso, soprattutto dove ciò significa contrastare attivamente quelle carenze – economiche, organizzative e culturali – che non permettono a coloro che desiderano fare figli di realizzare questa aspirazione, non solo legittima ma così utile anche alla collettività.
Sotto questa fortunata cuspide la transizione demografica scuote le società e le economie dalle fondamenta. Società che invecchiano perché fanno meno figli interrompono il ciclo fisiologico di ricambio sulle quali fondavano la loro perpetuazione e il loro rinnovamento in ogni aspetto, dalla cultura all’economia
La popolazione mondiale vive più a lungo e genera meno figli, quindi le società invecchiano e i territori, a velocità molto diverse, si spopolano. L’Italia non solo partecipa di queste tendenze globali, ma guida il drappello di Paesi in cui la transizione demografica è più radicale, accelerata, trasformativa.
Dove la transizione demografica si manifesta, anche non necessariamente con la brutalità con cui si manifesta in Italia o in Giappone, i cambiamenti raggiungono ogni recesso della società e dell’economia, instillando un senso diffuso di precarietà e di angoscia per il domani. Non solo e non in tutti ovviamente, dacché la scienza ha da tempo aperto a nuove, inedite opportunità di vivere più a lungo e in salute, e queste opportunità si sono fatte mercato (la silver economy, in costante espansione). Gli anziani con una buona disponibilità economica possono trovare oggi un’offerta quantomai varia e personalizzata, rivolta non solo alle esigenze medico-sanitarie, ma in misura crescente a ogni aspetto della vita e della socialità, potendo aspirare a una qualità della vita mai nemmeno immaginata, e in costante miglioramento.
Sotto questa fortunata cuspide la transizione demografica scuote le società e le economie dalle fondamenta. Società che invecchiano perché fanno meno figli interrompono il ciclo fisiologico di ricambio sulle quali fondavano la loro perpetuazione e il loro rinnovamento in ogni aspetto, dalla cultura all’economia. I nostri sistemi previdenziali e di welfare, fondati come sono sul presupposto della solidarietà intergenerazionale, faticano a riorganizzarsi di fronte al restringimento così marcato della base contributiva, proprio nel momento in cui gli anziani bisognosi a lungo di cure smettono di essere un’eccezione e diventeranno regola, costringendo sempre più persone, in particolare donne, a sacrifici personali per garantire la cura che i sistemi pubblici non riescono a sostenere. Sistemi produttivi (come quello italiano) fondati sulla presenza pulviscolare di micro e piccole imprese spesso familiari e sulla trasmissione di sapere e mestiere tra generazioni faticano a rimapparsi su livelli di ricambio generazionale progressivamente più deboli.
È necessario adoperarsi per cercare di mitigare gli effetti della transizione demografica, soprattutto per quanto concerne il calo delle nascite? Assolutamente sì, anzi è doveroso, soprattutto dove ciò significa contrastare attivamente quelle carenze – economiche, organizzative e culturali – che non permettono a coloro che desiderano fare figli di realizzare questa aspirazione, non solo legittima ma così utile anche alla collettività.
Altri contenuti correlati
Evento
Evento
Articolo
Articolo
Articolo
Articoli correlati
Articolo
Quella delle biblioteche
Articolo
Il lavoro culturale ai tempi dell’AI
Articolo
Bertram Niessen di cheFare a ArtLab Novara
Articolo
Interventi di Telmo Pievani e Bertram Niessen