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10 aprile 2017

Se si crede di non valere nulla, ci si potrà mai avvicinare a qualcosa dal valore universale, accettare di stare a quella contemplazione? Se la distanza fra sé e l’opera è incolmabile – perché non si conosce la tecnica, la storia, il senso della ricerca artistica, ecc. – potrà mai una visita generare qualcosa di diverso dalla frustrazione?

Adolescenti al museo, la ricerca della meraviglia

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Come fare a conservare fra i più giovani – cresciuti dentro un sistema di stupefazione compulsiva, con i superpoteri nel tatto e nell’assedio materiale tecnologico ed estetizzato – il rapporto con l’arte nell’alveo dell’esperienza, ovvero in quello spazio critico di interrogazione su di sé e il mondo, di ipotesi e ricerca, di attrito e crescita personale?

Per rispondere attingo a un episodio vissuto in prima persona, esemplare di situazioni per me molto frequenti: la scena è quella di varie classi della scuola secondaria superiore in visita al MUSE, cioè al Museo della Scienza di Trento; la situazione è quella di un vero e proprio assedio di gruppo alle installazioni di piano terra, dove è possibile interagire a più “esperienze” di apprendimento attraverso l’interfaccia tecnologica.

I ragazzi arrivano, attratti come magneti dalle interfacce schiacciano tutti i pulsanti che trovano, guardano l’effetto che fa ma a volte nemmeno si danno il tempo per quello, poi passano a “provare” la postazione accanto, alla ricerca della cosa più divertente o stupefacente, mentre l’insegnante prova a contenere i giochi spiegando a un sottogruppo diligente i principi che sottostanno all’esperimento.

museo

Pubblichiamo un estratto da Che cosa vedi? a cura di Anna Chiara Cimoli (Nomos EdizionI)

Io provo le “macchine presenti”, e da estraneo ai gruppi dialogo con coloro che sono accanto a me su quello che succede, sull’apprendimento che ne deriva – “caspita, ma chi l’avrebbe mai detto che per fare un paio di jeans servisse tutta questa acqua e avesse un tale impatto sull’ambiente?” – e mi rendo conto che nessuno, pur indossando jeans, prova il mio stupore, anzi nessuno attende la risposta informativa dopo aver schiacciato il pulsante sul quesito intorno all’impatto nella produzione dei singoli oggetti. In una situazione che rivela molti problemi ben noti al mondo scolastico – l’effetto “libera uscita” quando le lezioni sono soprattutto clausura in classe, una probabile mancanza di preparazione all’esperienza, rapporti numerici fra ragazzi e adulti sfavorevoli a questi ultimi, ecc. – il destino della visita è segnato.

Qui l’esperienza di apprendimento è paradossalmente “consumata”, quindi non c’è né esperienza né apprendimento, non c’è alcuna meraviglia suscitata dalle macchine perché non sono le macchine – cioè le installazioni, le interfacce meccaniche o digitali – a poter generare l’incanto, che invece compare in qualcuno di fronte agli animali sospesi ai fili, molto suggestivi, che pendono ovunque in quel museo. La visita al museo precipita nella sua vulgata più deprimente, il semplice sconto, dal punto di vista degli studenti, di una giornata di lezione in classe. […]

Un’opera d’arte ti parla, ma non dice le stesse cose a tutti: se la “doppi”, cioè le fai dire delle cose come fossero un messaggio diretto, e solo quello, già la tradisci. Da spettatore vi hai accesso certamente se ne conosci la tecnica realizzativa, l’origine creativa, la storia di chi l’ha fatta, la ricerca artistica di cui è espressione, ma anche se sei in dialogo con te stesso, cioè coltivi stati d’animo, idee, ricerche personali, ovvero quel terreno emotivo e riflessivo che l’opera può seminare. Non credo che funzioni trasformarla in una macchina di stupefazione, caricarla di effetti speciali: il “doping emozionale” è una strada senza ritorno, toccherà drogare sempre di più l’esperienza per averne un effetto. Di fatto annichilirebbe il movimento di chi guarda per avvicinarsi all’opera, alla ricerca di una risonanza personale.

Quel viaggio forse va fatto, non è scontabile, è l’esperienza dell’incontro fra te e lei, senza il quale resta il consumo della pura visione, cioè l’esposizione all’opera archiviato nel senso comune, come succede tante volte nelle visite ai musei in cui molte delle opere non ci parlano anche se noi passiamo loro davanti. Quel viaggio è il vero regalo che l’esposi- zione all’opera d’arte può donare ad un ragazzo, perché l’educazione e la for- mazione personale avviene nei vuoti, nelle distanze da percorrere, nella ricerca di un senso non immediato.

museo

ph. Elisabetta Brian

C’è un altro particolare. Le sollecitazioni proprie di una società dei consumi di cui si è detto hanno messo nelle biografie dei ragazzi esperienze sensoriali di ogni tipo, ma assai meno spazi riflessivi, di sosta e ricomposizione delle esperienze stesse per accrescere la consapevolezza di sé. La merce è la promessa del godimento immediato perché nessuno comprerebbe la fatica, l’attesa, la sospensione, la distanza. A mancare non è tanto la capacità di intercettare il segnale, ma la sua risonanza interiore. Il rischio è che le opere d’arte parlino senza dirti nulla, possano anche dotarsi di un megafono sensoriale che amplifica ogni minimo segnale grazie alle tecnologie di interfaccia, ma tu a 15 anni tu non sai cosa fartene, dove metterle nella tua vita, soprattutto se la tua vita ti pone interrogativi impellenti e non ti concede di coltivare altro.

Gli adolescenti vivono da sempre una stagione della propria biografia di grandi domande intorno alla propria identità – devono “separarsi”, cercare il proprio posto nel mondo, posizionarsi fra i pari, scegliere fra i tanti sé possibili, trovare elementi distintivi e di valore… – e in più oggi, a differenza di generazioni precedenti, sono per così dire nati nella Storia, cioè attraversano un’epoca di eventi eccezionali, di forte dinamismo ed enorme incertezza, che li costringe a porsi domande radicali sul proprio futuro, sapendo che nulla di quanto hanno di fronte è una strada certa da percorrere.

È una condizione particolarmente angosciante – un adolescente di oggi è stato “battezzato” dall’11 settembre, ha sempre visto la guerra in tv, ha la globalizzazione in classe, la fuga dalla guerra gli è arrivata sotto casa, da almeno sette anni sente parlare di “crisi” e in casa il tenore di vita è peggiorato – che riaffiora ad ogni passaggio esistenziale, ad ogni scelta personale e familiare.

Le domande che ha addosso da sempre – ce la farò? sono adeguato? in cosa davvero valgo agli occhi degli altri? che cosa scegliere senza perdere tutto?… – fanno oggi ancora più fatica a trovare risposte immediate nel sistema di opportunità di cui è circondato.

Probabilmente questo è il compito più attuale della cultura rispetto ai ragazzi. Non si tratta di lucidare il passato con esercizi di erudizione come se il presente e il futuro fossero sereni e scontati, perché non lo sono più per questa generazione. Non si tratta di affidarlo ad effetti speciali inseguendo la stupefazione delle merci, per fingere una contemporaneità fasulla, se mai si tratta di fare il contrario. […]

La fruizione dell’opera d’arte diventa quindi un esercizio di interruzione dal senso comune, dove tornano le domande che mettono in crisi la realtà per farsi esperienza, dove nulla è più scontato. È la sovversione della realtà, quell’esercizio di immaginazione che ci aiuta a credere non solo all’esistente ma anche al possibile, che è la palestra mentale fondamentale per un ragazzo che sa di doversi inventare un lavoro e un futuro oggi non disponibili e riconoscibili.

È la sosta, la dedica eccezionale di un tempo di osservazione/fruizione che non concediamo più a nulla, nell’epoca del consumo, di fronte a qualcosa che non deve produrre un e etto atteso, agendo come una macchina di stupefazione.

È la ricerca di uno stato eccezionale di concentrazione, come succede in quell’esercizio che fanno i bibliotecari quando bendano gli occhi dei ragazzi nei gruppi di lettura, per fare dell’ascolto l’unico senso davvero al lavoro.

È la fatica di un avvicinamento, in cui toccherà a ciascuno decidere quali risonanze sono possibili, una volta raccontata non tanto la perfezione dell’opera stessa – nulla come declamare il capolavoro abbaglia, ammutolisce ma di fatto allontana – ma la ricerca espressiva che nasconde, le domande e le inquietudini vissute, perché quelle sì sono condivisibili. È l’occasione per tornare a sé, alle proprie grandi domande, e cogliere nell’opera una funzione che ha sempre avuto, di trasfigurazione, catarsi, ribellione, sublimazione, di questioni universali.

Ora alziamo l’asticella, lasciamo i liceali distratti in libera uscita, e occupiamoci degli altri, quelli per cui di liceo, museo, visite non si parla. Ovvero immaginiamo che non ci siano proprio le condizioni per circoscrivere la questione solo alla mediazione dell’opera d’arte: non c’è un museo in zona né nulla di simile, non c’è abitudine ad andarci, non c’è nessuna voglia, non c’è nessun rapporto con le opere d’arte su cui imbastire una proposta, non è l’età (è troppo presto) in cui si possa contare su una curiosità naturale, non lo chiedono la scuola, la famiglia o altri di avere un rapporto con le opere d’arte, non lo chiedono ragazzi e ragazze molto schiacciati sullo svago quotidiano.

Soprattutto, immaginiamo vite che non sanno di valere, perché gli insuccessi scolastici, le difficoltà dei genitori ad essere presenti, le certificazioni di deficit di vario tipo hanno fatto intendere di non poter contare su un destino brillante.

Nel rapporto di cui si è detto con l’opera d’arte, il problema qui non è generare stupore – chiunque di loro sa come trovare i propri effetti speciali – o amplificare il segnale per arrivare lontano, ma rinforzare un dialogo con sé stessi che apra all’arte, ovvero alla possibilità di dare una forma estetica alla rappresentazione di pensieri, emozioni, stati d’animo.

Ovvero, se si crede di non valere nulla, ci si potrà mai avvicinare a qualcosa dal valore universale, accettare di stare a quella contemplazione? Se la distanza fra sé e l’opera è incolmabile – perché non si conosce la tecnica, la storia, il senso della ricerca artistica, ecc. – potrà mai una visita generare qualcosa di diverso dalla frustrazione?

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ph. Elisabetta Brian

Con gli operatori del centro giovani frequentato da questi ragazzi e queste ragazze decidiamo di lavorare per risarcire il senso del proprio valore, che ritengo sia il presupposto per accedere alla bellezza, per aprirsi all’arte. Con l’esperienza di alcuni progetti di arte pubblica e la visione di alcuni spettacoli teatrali con forte coinvolgimento degli spettatori nasce l’idea di trasformare il centro in una “stanza delle meraviglie”, dove le meraviglie sono le storie dei ragazzi e delle ragazze.

Si chiede loro di portare una foto del passato da affiggere alla parete con una didascalia esplicativa, si allestisce un piano con gli oggetti significativi del presente che ciascuno porta e racconta in un’installazione condivisa, si disegna una mappa “affettiva” del quartiere coi luoghi simbolici di ciascuno, ci si racconta attraverso una breve intervista di fronte alla telecamera in un vero set fotografico, si fa esercizio di immaginazione e sovversione del presente giocando con ipotesi paradossali scritte su foglietti da estrarre a caso – “Hanno inventato la vernice spray che sparisce dopo un giorno ed è legale, come la usi?” – si usano carte con immagini di fantasia per raccontare desideri e progetti, ecc.

Il centro diventa una Wunderkammern piena di immagini e reperti, per una volta il gioco compulsivo di ragazzi e ragazze appena usciti di scuola si ferma, si guardano con attenzione le “opere” perché se ne conoscono le origini e i portatori, ci si ascolta con curiosità, si aspetta pazientemente il proprio turno, ci si sorprende del valore delle proprie cose.

È un’ipotesi di lavoro, una delle possibili strade, ma forse è di una “riabilitazione” del genere che hanno bisogno molti ragazzi alienati al puro consumo e alla svalutazione di sé, cioè di arrivare a guardarsi ed ascoltarsi fino alla contemplazione, elaborare il piacere di scoprire la ricchezza nascosta nelle cose, divenuti loro stessi portatori di questa, per poter poi entrare in un museo e averne godimento.


Le immagini – compresa quella di copertina – sono di Elisabetta Brian dal blog Che cosa vedi?

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