Lo Stato sta tornando e serve un’agenda futuristica per organizzarlo

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La pandemia di Covid-19 che sta investendo il pianeta a partire dalla fine del 2019 ha generato una serie di shock e crisi di natura economica e sociale con pochi precedenti nel ventesimo e ventunesimo secolo.

Gli effetti dirompenti di questa crisi rimettono in discussione alcune delle certezze su cui si è fondato lo sviluppo della società nel corso degli ultimi decenni, in particolare, permettono di analizzare con una nuova prospettiva uno degli architravi instabili su cui si regge la società contemporanea: il “rapporto conflittuale” tra Stato e Mercato. Se fino a ieri la fiducia e l’attenzione dei più erano concentrate sulle virtù e sulle necessità dei mercati, oggi sembra riguadagnare centralità lo Stato. Di fronte a una crescente domanda di protezione sociale, in molti ritengono che questa volta tocchi allo Stato essere più presente, farsi carico di scelte collettive e fallimenti di mercato,  indicando nuove direzioni di sviluppo.

Il diffondersi di un nuovo sentire comune porta a prendere in considerazione ipotesi fino a ieri scartate a priori come ingressi di articolazioni dello Stato nel capitale di aziende private e forme di nazionalizzazione o maggiore regolamentazione (si vedano i casi di Alitalia, ILVA o Autostrade). Ci si torna a domandare poi cosa lo Stato dovrebbe o potrebbe chiedere alle aziende in cambio nel momento in cui tende la mano a chi è in difficoltà (basti pensare al dibattito attorno al prestito ponte alla Fiat o all’ipotesi di arrivare a nominare rappresentanti del “pubblico” nei Cda di quelle aziende che ricevono forti aiuti economici o al riemergere di proposte di inserire rappresentanti dei lavoratori nei CdA delle imprese e di condividere con essi parte degli utili).

Analizzare quel che sta alla base di questo apparente cambio di paradigma è oggi urgente e necessario sia per valutare la sensatezza di determinate proposte in campo che per mettere a fuoco una agenda condivisa attorno a cui stimolare nuove forme di pressione ed azione collettiva.

Crediamo infatti nella assoluta necessità di occupare e influenzare il dibattito politico in un passaggio storico culturale cruciale che non possiamo permetterci di sprecare.

La prospettiva di ingenti risorse europee da utilizzare per finanziare un ipotetico piano di ricostruzione sta infatti solleticando gli appetiti più diversi.

È iniziato un neanche troppo silenzioso braccio di ferro per contribuire a definire dove e come queste risorse debbano essere spese: devono andare a rinforzare lo Stato? Devono rendere più efficienti i mercati? Dobbiamo creare reti di sostegno per chi non è attualmente incluso nell’attuale sistema? Dobbiamo dare fiato a chi produce ricchezza?. Movimenti ad oggi forse poco percettibili, che si registrano tra le righe dei discorsi istituzionali (del Presidente della Repubblica, del Governatore della Banca d’Italia, ma anche nelle tante lettere che i leader di partito inviano in queste settimane ai maggiori quotidiani), nei plausi e nelle critiche al Piano Colao o alla passerella degli Stati Generali, ma che sono le avvisaglie di scosse ben più rilevanti che potranno portare anche ad una completa riarticolazione degli attuali assetti politici.

L’oggetto della contesa, ormai si è capito, è il Recovery Plan da presentare alla Commissione Europea. Chi lo scriverà, quale impostazione avrà e chi si farà carico di trasformarlo in realtà è ancora tutto da vedere. Di questo è bene esserne consapevoli, prepararsi per tempo e non limitarsi ad essere gli spettatori di una mediazione al ribasso che ha il sapore di una spartizione di risorse utile solo a chi ne sarà protagonista.

Da dove veniamo: gli ultimi 40 anni, il trionfo del Mercato e l’occasione mancata della Grande Recessione 

A partire dagli anni ’80 del ventesimo secolo il rapporto tra Stato e Mercato si è fondato su un assunto di fondo non negoziabile: Stato e Mercato (e quindi le imprese) sono due entità separate, meno il primo interviene nei confronti del secondo meglio è.

Questo ha lasciato alla libera competizione tra le imprese la responsabilità di creare beni e servizi che rispondessero alle domande del mercato, ricchezza e posti di lavoro. I progressi raggiunti a livello globale sono stati considerevoli, per questo per decenni in molti hanno creduto di vivere una stagione di allargamento di diritti e opportunità su scala globale.

Accanto a questi avanzamenti sono però via via emersi altri risultati che eufemisticamente potremmo definire non sempre auspicabili in termini sociali: crescita delle diseguaglianze, concentrazione della ricchezza, diffusi fenomeni di evasione fiscale, disastri in termini ambientali, forti deregolamentazioni relative al mondo del lavoro e conseguenti riduzioni dei diritti dei lavoratori, sprechi e forme di consumo compulsivo, ritmi ed equilibri di vita che portano a sempre più diffuse patologie psicologiche e sociali, solo per citarne alcuni.

I limiti di questo modello sono stati più volte criticati (si pensi al ciclo di proteste contro la globalizzazione all’inizio degli anni 2000) ma solo con la “crisi di sistema” da cui siamo stati travolti tra il 2007 e il 2013 sono stati messi in discussione alcuni degli assunti di base relativi alla supremazia del mercato. Non a caso, a partire dal 2008 agli Stati è stato richiesto di sviluppare interventi di salvataggio delle banche – sulla base dell’assunto too big to fail –  e programmi di iniezione di liquidità nei mercati – al grido di whatever it takes – con l’obiettivo di sostenere l’economia e la tenuta sociale nei diversi Paesi.

Il problema, ora risulta evidente, è che le risorse pubbliche sono state incanalate in forme di supporto finanziario a quegli stessi attori che avevano contribuito a causare la crisi, senza mettere in campo azioni efficaci nei confronti del settore privato per prevenire nuove crisi e per limitare il potere di alcuni attori – che operano in regime di quasi monopolio o con limitata concorrenza senza sottostare ad adeguate regole – e, più in generale, senza avere la capacità di instaurare un dialogo virtuoso con le imprese a fronte dei massicci interventi realizzati.

Interi comparti economici sono stati salvati con tempestivi interventi straordinari senza che chi “criticava il sistema” avesse la forza, la prontezza e la lucidità di chiedere collettivamente qualche cosa in cambio. Sostanzialmente poi, dal 2013 ad oggi, siamo in qualche modo andati avanti come prima, evitando di guardarci davvero allo specchio.

Covid 19: un terremoto di sistema che riapre la partita

La crisi globale in cui siamo immersi, con le sue caratteristiche peculiari, sembra però offrire una nuova occasione per riprendere un discorso interrotto. Questa volta, proprio perchè ci siamo fermati tutte e tutti e perché ad essere toccati sono stati tutti gli aspetti delle nostre vite, non ci si potrà limitare solo a mettere una pezza alle questioni economiche, senza mettere in discussione tutto il resto.

In un momento in cui di nuovo abbiamo la percezione che dalla società si chiedano maggiori forme di protezione, che si chieda allo Stato di essere più proattivo nel fornire nuove risposte, il mondo economico è stato il più pronto a far sentire la sua voce, chiedendo nuove linee di credito ed operazioni di salvataggio, sgravi fiscali, incentivi agli investimenti in innovazione, sblocco dei cantieri, risorse per mettere i propri dipendenti in cassa integrazione. Improvvisamente è riemerso in maniera palese quanto solo i sociologi economici andavano dicendo sottovoce da tempo: c’è bisogno di uno Stato forte e presente per garantire che i mercati funzionino.

Lo Stato, per parte sua, è indiscutibilmente tornato al centro della scena, tornando ad esercitare pienamente alcune delle sue prerogative. In nome della salute pubblica sono stati emessi provvedimenti che influenzano direttamente i comportamenti di cittadini e imprese e limitano la mobilità di merci e persone, sostengono consumi e integrano redditi.

Stiamo assistendo ad un intervento che sembra più netto e a tratti più consapevole. Si è scelto di rispondere sì alle esigenze delle imprese, ma si sono contestualmente introdotte una serie di norme che oltre a generare forti modifiche all’operatività delle aziende (ad esempio il blocco dei licenziamenti) hanno anche messo in forte discussione le regole di funzionamento di alcuni mercati (si veda il calmieramento dei prezzi di alcuni beni essenziali come le mascherine).

La crisi ha naturalmente chiarito come la produzione di alcuni beni e servizi sia essenziale per la tenuta sociale, civile e democratica di un paese, si pensi ad esempio a beni quali acqua, energia elettrica, gas e cibo, a servizi legati all’assistenza e cura dei più fragili, o ancor di più, alla luce della pandemia, alla produzione e distribuzione oggi di ventilatori e mascherine e domani allo sviluppo e distribuzione di vaccini contro il Covid-19.

Quanto in là si può e deve spingere l’azione pubblica? Quali opportunità potremmo cogliere?

Se da un lato questa dinamica ha fatto riemergere il ruolo chiave dello Stato per la garanzia della tenuta del sistema economico e sociale, allo stesso modo ha fatto sorgere però alcuni dubbi sulla sua capacità di implementazione e diverse domande sulla sostenibilità e la liceità della sua azione. Quanto in là si può e deve spingere l’azione pubblica? Quali opportunità potremmo cogliere? Quale prezzo siamo disposti a pagare ed in cambio di cosa?

Sembra proprio che tanti degli equilibri che hanno caratterizzato la società occidentale nel corso degli ultimi 40 anni siano sul punto di essere ridefiniti, ma per comprendere la natura e l’opportunità di questi cambiamenti è utile fare un passo indietro nel tempo.

Felicità pubblica e privata: la necessità di recuperare uno sguardo lungo per comprendere a pieno le variabili su cui lavorare

Per meglio inquadrare il senso del passaggio epocale che potremmo trovarci a vivere dal punto di vista della ridefinizione dei ruoli e dei rapporti tra Stato e Mercato, è però essenziale non focalizzarsi solo sul nostro recente passato ma sforzarci di guardare agli ultimi due secoli di storia politica, sociale ed economica. Se ci soffermiamo solo sugli ultimi 50 anni rischiamo di non cogliere passaggi importanti e di leggere questo spostamento verso una richiesta di maggiore Stato solo come un “potenziale pericolo” – uno stravolgimento rispetto al naturale ordine delle cose – quando invece, allargando il nostro sguardo e prendendo in considerazione ciò che è successo da fine ‘800 in poi capiamo che forse si tratta, più semplicemente, di un ritorno alle origini.

Ad accompagnarci in questo breve excursus storico è “Economia Fondamentale. L’infrastruttura della vita quotidiana”, un saggio scritto nel 2019 da un collettivo di ricercatori a cui è stato non a caso recentemente attribuito un riconoscimento molto speciale: il premio della Fondazione Friedrich Ebert (Fondazione del Partito Socialdemocratico Tedesco) per il miglior libro economico dell’anno.

La fine dell’800 e lo sviluppo dell’Economia Fondamentale, investimenti pubblici a servizio della collettività

Partendo dall’assunto di base che il benessere dei cittadini non dipenda solo dai consumi privati ma anche e soprattutto dal consumo di beni e servizi essenziali (elettricità, acqua, gas, sistemi per il trattamento dei rifiuti ma anche strade, autostrade, cavi per la connessione internet e servizi come sanità, istruzione, assistenza, edilizia residenziale), gli autori definiscono “economia fondamentale” quella parte di economia che contribuisce al pieno sviluppo delle capacità umane e ad estendere i nostri diritti. Questa parte dell’economia, sviluppatasi a partire dalla fine dell’800 soprattutto attraverso i grandi investimenti delle municipalità dell’epoca per migliorare le condizioni di vita dei milioni di persone che iniziavano a riversarsi nei centri urbani, è allo stesso tempo una questione economica (secondo i calcoli degli autori nella sua accezione più ampia questa parte di economia arriva, nei Paesi più sviluppati, ad occupare in media oltre il 40% degli addetti) ed una questione eminentemente politica, perché basata sulla disponibilità di infrastrutture e servizi di distribuzione collettivi che possono essere generati solo attraverso investimenti statali (o comunque per esito di decisioni ed azioni della collettività).

“Economia Fondamentale” ci aiuta a comprendere come l’attribuzione di una missione pubblica, normativa e “morale” alle attività economiche non sia qualche cosa che possiamo dare per scontato, ma anzi un processo che, proprio perché esito di sforzi collettivi, da un lato si traduce in pratiche fortemente situate nello spazio e nel tempo (basti pensare alle significative differenze regionali che si registrano, anche solo in Italia, in relazione agli occupati in questi settori: al nord ovest economia fondamentale pesa il 35%, nel mezzogiorno il 66%)  e dall’altro si dimostra fortemente reversibile.

Il secondo dopoguerra, l’incontro del socialismo con il pensiero liberale e la nascita dello Stato Sociale

Secondo gli autori, dopo la pionieristica fase di costruzione delle città alla fine dell’800, lo sviluppo dell’economia fondamentale si è pienamente consolidato nel secondo dopoguerra. È in questa fase, non a caso dopo un altro shock globale, che registriamo i più rilevanti processi di nazionalizzazione delle grandi infrastrutture essenziali ed i progetti di costruzione di uno Stato Sociale, frutto del “pieno incontro incontro tra il pensiero liberale e quello socialista” (come ricostruiscono Emanuele Felice e Giuseppe Provenzano in un loro recente contributo per il Mulino).

Un connubio che ha consentito, quantomeno ai governi democratici occidentali, di garantire processi di sviluppo economico collegati ad avanzamenti rilevanti sul piano dei diritti civili e dei diritti sociali, portando ad una temporanea evoluzione del capitalismo in senso democratico, all’interno della cornice costituita dagli Stati Nazionali. Lo Stato, è bene sottolinearlo, non è diventato centrale per caso o in virtù di scelte calate dall’alto, ma in seguito ad una lunga serie di lotte per la giustizia sociale, rivendicazioni e processi politici portati avanti dalle classi lavoratrici che, non senza contraddizioni, hanno investito fortemente su una diversa interpretazione del ruolo dei governi come strumenti di emancipazione collettiva.

L’offensiva neoliberale

A partire dagli anni ‘70 e ‘80 però, assistiamo invece ad un processo di rimozione collettiva del patrimonio di idee qui menzionato e si entra in una fase di dissipativa di quello stock di beni comuni stratificatisi nel corso dei precedenti 100 anni. In concomitanza con le crisi petrolifere, si registra una “progressiva separazione tra capitalismo e democrazia”, sotto i colpi di quella che è stata definita come una vera e propria “offensiva neoliberale” che punta a cambiare i rapporti di forza tra capitale e lavoro.

Presupponendo una interpretazione riduttiva della complessità umana ed economica per cui dovrebbero esistere solo interessi individuali e transazioni di mercato, sono state teorizzate e praticate azioni volte ad attenuare il ruolo dell’intervento pubblico nell’economia, a stabilire il primato di mercati finanziarizzati e deregolamentati, oltre che a rinunciare all’affermazione di un ordine internazionale fondato sui diritti dell’uomo. In questo modo è stata rimossa completamente quell’agenda di politiche attive contro le disuguaglianze che si era consolidata negli anni precedenti.

In questo periodo assistiamo, ai fini del nostro ragionamento, a due passaggi importanti. Da un lato quella che abbiamo poco fa definito come “economia fondamentale” viene dimenticata, spostando interessi politici e risorse economiche verso lo sviluppo di mercati e servizi ad alto contenuto di conoscenza e tecnologia, gli unici ad essere ritenuti degni di sostegno ed incentivi (con esiti questionabili, come vedremo, e dando vita ad forte competizione territoriale per attrarre questa tipologia di imprese).

Dall’altro lato, questa stessa economia, diventa improvvisamente non più un patrimonio collettivo da difendere ed accrescere ma un territorio di caccia per capitali in cerca di rendimenti facili. Se lo Stato finanziava lo sviluppo dell’economia fondamentale promettendo a chi gli faceva credito un ritorno del 5% sui capitali investiti, l’ingresso non regolamentato dei privati in questo settore (esito di processi di privatizzazione ed esternalizzazione) porta a ricercare rendimenti del 10%.

Con il piccolo problema che performance simili, ci si renderà poi conto, possono essere ottenute solo attraverso sempre più complesse operazioni di ingegneria finanziaria ed una surrettizia estrazione di valore ottenuta o a svantaggio degli altri portatori di interesse (lavoratori, fornitori, clienti) o della collettività (mancati investimenti in manutenzione di infrastrutture). Tutte operazioni che Stati sempre più indeboliti e leadership con scarsa visione di lungo periodo hanno via via concesso senza alcuna remora, o quanto meno fingendo di non accorgersene.

Il ruolo “sociale” delle imprese, una favola antica a cui non possiamo più credere

Prima di concludere questo excursus storico, ci sembra importante dedicare una digressione per analizzare più da vicino i comportamenti delle imprese ed in particolare il loro supposto ruolo “sociale”.

Nel corso dell’evoluzione dei sistemi capitalistici, le imprese hanno progressivamente sviluppato una serie di strumenti volti a rafforzare il loro ruolo ed auto legittimarle come quegli attori che possono rispondere al meglio alle istanze economiche, sociali e ambientali espresse dalla società.

Secondo gli studiosi dei comportamenti di impresa, questo processo è iniziato negli Stati Uniti in concomitanza con l’approvazione del New Deal, quando le corporation hanno cominciato ad investire strategicamente in politiche di sostenibilità e attenzione verso le comunità locali, al fine di anticipare e prevenire ulteriori interventi e limitazioni di matrice pubblica.

Con una sorta di riflesso condizionato si può notare come, ad ogni crisi di sistema, un sottoinsieme della società capitalista si dimostra capace di trasformarsi, in modo flessibile ed efficace, per sviluppare nuove strategie che consentono di stabilizzare il sistema, mantenendolo comunque accettabile nei suoi assetti di fondo.

Non è un caso che, come risposta alla Grande Recessione (2007-2013), grande eco abbiano avuto le teorie promosse da Michael Porter (considerato tra i maggiori autori della teoria della strategia manageriale) con un contributo su Harvard Business Review nel 2011, che postulava lo sviluppo di teorie e pratiche di gestione delle imprese fondate sul modello della Creazione di Valore Condiviso.

Il sommario che introduce l’articolo è eloquente: ”Il capitalismo è sotto assedio. La minor fiducia nel business induce i politici ad adottare politiche che soffocano la crescita economica. Le imprese sono imprigionate in un circolo vizioso. L’obiettivo delle aziende deve essere ridefinito allo scopo di creare valore condiviso.”

La soluzione proposta è un maggiore intervento delle imprese nel rispondere ai bisogni sociali, creando intorno ad essi nuovi mercati in cui generare profitto. In questo modo viene proposto l’annullamento della dicotomia tra Stato e Mercato promuovendo un approccio guidato esclusivamente da criteri di efficienza economica sintetizzabile come: in qualsiasi settore devono operare gli attori che generano più valore al minor costo possibile.

Con il protrarsi e l’acuirsi di quella stessa crisi, incuranti dei dati sempre più impietosi relativi all’acuirsi dei divari sociali e dell’aggravarsi della crisi climatica, ancora nel 2019 gli Amministratori Delegati delle principali aziende americane per fatturato e dipendenti, riuniti dall’associazione Business Roundtable, senza nessun imbarazzo si sono affannati a dichiarare che si sarebbero impegnati a “ridefinire lo scopo delle imprese per promuovere “un’economia al servizio di tutti gli americani”.

Tutto questo mentre le più recenti analisi relative all’evoluzione degli strumenti attraverso cui le imprese affermano il proprio ruolo sociale (che generalmente ricadono sotto l’etichetta di Corporate Social Responsbility o CSR) squarciavano anche l’ultimo velo di Maya mostrando come, nella maggior parte dei casi, questi strumenti si siano dimostrati profondamente coerenti con le regole del sistema economico in cui tutte le imprese sono immerse: il capitalismo neoliberale.

La “favola” non nasce quindi dalle imprese in sé come forme organizzative che producono beni e servizi e remunerano gli investimenti, quanto dalla combinazione che si genera tra le imprese e il contesto economico in cui esse operano che le orienta a massimizzare i profitti estraendo valore da tutti i loro stakeholder.

Non ha più senso continuare a credere alla “favola” del Mercato che si auto regola

A fronte di queste evidenze, non ha più senso continuare a credere alla “favola” del Mercato che si auto regola, quantomeno nel contesto in cui siamo da tempo inseriti in cui, oltretutto, ciclicamente assistiamo a interventi dello Stato finalizzati a simulare l’efficacia della cosiddetta “mano invisibile” del Mercato. Il punto non è che le imprese in quanto tali non possano contribuire allo sviluppo sociale ed economico del sistema in cui esse sono inserite, anzi. Quello che ci preme sottolineare è come esse siano oggi purtroppo diventate strumento di estrazione di valore a discapito della stragrande maggioranza dei soggetti che le compongono o con cui si relazionano.

Alla luce della stagione di politiche economiche emergenziali in cui siamo appena entrati, dobbiamo tornare ad esigere una più consapevole e matura riflessione politica sulla necessità di reintrodurre efficaci misure di indirizzo pubblico delle attività economiche che guardino al lungo periodo.

Senza lo sviluppo di una adeguata visione politica rischiamo di assistere da un lato al mancato sfruttamento di un’opportunità storica per ridefinire le modalità di intervento dello Stato nell’economia e dall’altro, ancora una volta, ad uno spettacolo sconfortante in cui sulla scena ci sono solo i rappresentanti degli imprenditori impegnati a chiedere più risorse pubbliche per sanare i loro debiti senza cambiare in alcun modo quei comportamenti che hanno contribuito a generare gran parte di quelle crisi in cui ci troviamo ora immersi, in perfetto stile gattopardesco, nascondendosi dietro a quelli che meglio di altri si dimostrano in grado di rappresentare “il volto buono del capitalismo”.

Il ritorno dello Stato? Un’agenda minima per non sprecare un’opportunità irripetibile

Appare del tutto evidente che quella che ci apprestiamo a vivere sarà, per molti versi, una fase di transizione epocale, un periodo in cui saremo chiamati a trovare soluzioni inaudite, avendo l’opportunità storica di riconciliare democrazia, economia e società e riprendere un cammino di progresso ed emancipazione collettiva. Nell’aria c’è una gran voglia di paracaduti, reti di protezione e soluzioni collettive. E un nuovo senso comune che indica la necessità di un rinnovato protagonismo del settore pubblico.

Sappiamo però sia quanto questa finestra di opportunità possa essere stretta sia come a questi bisogni si possano fornire risposte di natura fortemente diversa, come testimoniano le sempre più numerose voci preoccupate che ci mettono in guardia dall’imboccare sentieri autoritari senza nemmeno accorgercene.

Da ultimo, sappiamo che più Stato di per sé non è in alcun modo una garanzia di maggiore benessere collettivo, anzi. Più Stato può benissimo fare rima con più sprechi, più corruzione, più clientelismo, minore libertà e minore diversità.

Proprio per questo, dopo decenni in cui gli apparati pubblici sono stati di proposito indeboliti, chiunque proponga di espandere la sfera di influenza del settore pubblico (inteso in senso lato) deve armarsi in egual misura di dosi extra di radicalità, creatività, competenza, responsabilità, capacità di generare consenso e attitudine a promuovere sperimentazioni distribuite.

Facendo leva sulle proposte di una molteplicità di protagonisti di quella che ormai è una riflessione globale che coinvolge singoli intellettuali e docenti come Stiglitz, Mazzucato, Piketty e Yunus e organizzazioni come il Collettivo Economia Fondamentale, il Forum Disuguaglianze e Diversità e i socialisti democratici di Sanders, giusto per fare degli esempi, proviamo quindi a sintetizzare qui quella che ci pare una agenda minima di lavoro. Una agenda minima su cui convergere per approfondirla ed espanderla nel corso di una conversazione collettiva che speriamo possa prendere corpo in questi tempi straordinari.

Due sono le sfide chiave che abbiamo di fronte:

  • La sfida ambientale resta la priorità assoluta dei prossimi decenni. Difficilmente avremo un futuro senza avere la capacità di elaborare un programma straordinario di azioni ed investimenti orientato al contrasto ai cambiamenti climatici e alla promozione della giustizia sociale. Per lasciarci alle spalle in così poco tempo un modello di sviluppo basato sulle fonti fossili avremo bisogno di uno Stato più presente, in grado allo stesso tempo di stimolare percorsi di innovazione e di farsi carico – anche facendosi datore di lavoro di ultima istanza – di chi, proprio in virtù di questa transizione, dovrà trovare un nuovo equilibrio dentro e fuori dal mercato del lavoro. Economia circolare, mobilità sostenibile, rinnovabili, democrazia ed efficienza energetica sono solo alcuni dei cantieri che dovremo prepararci ad aprire seriamente.
  • La lotta alle disuguaglianze e la promozione del pieno sviluppo delle capacità umane rappresentano il secondo pilastro di uno sforzo corale che dovrà vedere lo Stato e le comunità locali maggiormente coinvolti, con un forte investimento nello sviluppo di interventi strutturali di sostegno al reddito e con la creazione ed erogazione di beni e servizi pubblici di nuova generazione volti a garantire accesso a cibo sano, educazione di qualità, un alloggio decente, sanità, servizi di cura e libertà dalle preoccupazioni materiali di base, basta solo volerlo.

Per sperare di raggiungere i nostri obiettivi abbiamo bisogno di fare leva su tutti e tre i pilastri su cui si basano le nostre società: Stato, Mercato e Terzo Settore

  • Stato Innovatore, Stato Imprenditore, Stato Piattaforma, Governo Sperimentale, Datore di Lavoro di Ultima Istanza. Qualsiasi sia la vostra locuzione preferita, tutti questi scenari hanno come protagonista una macchina amministrativa molto diversa da quella che abbiamo oggi a disposizione. Qualsiasi programma di riforma deve quindi mettere al centro una profonda riflessione sul ruolo dello Stato ed un enorme investimento sulle sue competenze e regole di funzionamento, per renderlo più capace di assumersi responsabilità, di attivare energie sociali ed economiche e  di semplificare le nostre vite ed espandere i nostri diritti.
  • Dire con chiarezza che i Mercati come oggi li conosciamo sono profondamente ingiusti, inefficienti e inefficaci non equivale a non riconoscere il contributo fondamentale che essi danno alla creazione di valore collettivo. Anzi. Abbiamo però bisogno di istituzioni più forti e più presenti per farli funzionare davvero, più capaci di dare indirizzi strategici e mobilitare risorse ed attori, contrastando ogni forma di monopolio, ridisegnando i sistemi di tassazione per promuovere equità e redistribuzione, incentivando investimenti nell’economia reale e togliendo spazio a rendite e ingegneria finanziaria, rivedendo profondamente le leggi che regolano brevetti e tutela della proprietà intellettuale per stimolare processi di innovazione diffusa e governando le distorsioni che caratterizzano le dinamiche competitive internazionali a scapito della qualità del lavoro.
  • Terzo Settore, Organizzazioni Non Governative, Comunità, Nuove Forme di Cittadinanza, Beni Comuni, Ibridazione e Collaborazione. Anche in questo campo non mancano le parole chiave per riconoscere che Stato e Mercato non possono esistere senza un rapporto simbiotico con un Terzo Pilastro di cui è difficile definire i contorni proprio perché rappresenta il sistema in cui tutto è immerso e l’ingrediente essenziale che tutto fa funzionare. Siamo consapevoli che anche in questo campo non tutto è di per sé positivo e che anche qui servono regole, trasparenza e innovazione, ma ci è chiaro che solo smettendo di interpretare il Terzo Pilastro come uno spazio residuale potremo valorizzarlo per quel che davvero è: il vero collante della nostra società, una salutare membrana che unisce e divide Stato e Mercato, l’unico antidoto e anticorpo naturale che può contrastare solipsismo e autoreferenzialità.

Non possiamo più essere ciechi alla geografia, alla dimensione spaziale e ai luoghi

  • Tra le “riscoperte” più significative determinate da questa pandemia c’è una rinnovata attenzione alla questione spaziale. Il periodo di confinamento ci ha mostrato chiaramente quanto contino i luoghi e gli spazi, soprattutto quelli pubblici. Spazi che negli ultimi anni il Mercato ha progressivamente sottratto alla collettività, in diversi modi. Se a livello macro la concentrazione delle attività economiche nelle grandi città ha contribuito a creare crescenti squilibri territoriali e consumare sempre più suolo, a livello urbano abbiamo assistito ad un depauperamento di spazi pubblici (strade, piazze, parchi) e una sempre più marcata privatizzazione dell’uso del territorio, rendendo anche sempre meno accessibili gli spazi privati. Sovvertire anche questo equilibrio è invece di centrale importanza per tornare a coltivare il nostro diritto alla città, ridare centralità e qualità agli spazi a fruizione comune e sancire il diritto alla coesione territoriale.

Dobbiamo tornare a riconoscere la necessità della politica. Tutto quello di cui abbiamo scritto sino ad ora è una questione di potere e democrazia

  • Stato, Mercato e Terzo settore sono concetti astratti, che possono prendere forme diverse a seconda dell’attenzione che gli dedichiamo e delle dinamiche di potere che li attraversano. Proprio per questo è essenziale ribadire una volta di più la centralità delle istituzioni democratiche e dell’azione politica. Per trasformare questa agenda in realtà abbiamo bisogno che essa si faccia politica e che trovi dei protagonisti consapevoli capaci di interpretarla con fantasia, coraggio, visione e rinnovata conflittualità. Dobbiamo recuperare fiducia nello spazio della politica quale principale strumento per dare forma alla società. Senza questa ambizione trasformativa e sistemica, pensare di sovvertire l’ordine delle cose è velleitario.
  • Per farlo davvero però, dobbiamo canalizzare questa forza all’interno delle istituzioni, trasformarla in nuove regole adatte ai tempi in cui stiamo vivendo. Affinchè i bisogni di molti possano prevalere sugli appetiti di pochi abbiamo bisogno di rafforzare le regole della democrazia per evitare che il potere economico si converta automaticamente in potere politico, come troppo spesso oggi accade, falsando le regole del gioco. Per orientare l’azione delle imprese verso il bene comune, abbiamo bisogno di maggiore controllo ed indirizzo pubblico sul loro operato, di nuove e più efficaci forme di regolamentazione e di uno straordinario lavoro di aggiornamento e riscrittura della loro licenza di operare. Tutto questo si chiama politica e per troppo tempo c’è stato chi ha pensato che essa potesse essere relegata ad una funzione ancillare. E’ il momento di dimostrare il contrario.
  • In questo quadro, non possiamo però far finta di non sapere che mettere mano agli equilibri che caratterizzano le società occidentali può significare anche andare a toccare quel patrimonio acquisiti di libertà individuali e collettive in cui siamo immersi. Se mal congegnati, maggiori interventi pubblici, per quanto giustificati da obiettivi sulla carta condivisi, possono richiedere azioni redistributive considerate eccessive, forme di controllo che risultano troppo invasive o limitazioni percepite come troppo stringenti alle nostre scelte di vita e di consumo. Servirà quindi un surplus di attenzione e riflessione per definire una opportuna scala di priorità all’interno dei tanti obiettivi di giustizia sociale che dovremmo perseguire e per riaffermare quei diritti umani inalienabili che vogliamo continuare ad espandere.

Lo scenario attuale è più che mai fertile per rimettere in discussione l’equilibrio che ha caratterizzato i rapporti tra Stato e Mercato nel corso degli ultimi 40 anni, equilibrio che ha contribuito a generare diseguaglianze, crisi ambientali e reso fragile la società nel suo complesso.

Dovremo saper essere virtuosamente strabici, tenendo insieme riflessione e sperimentazione

Alla luce del grande rimescolamento che la crisi sta già generando in termini lavorativi, di modalità di consumo e di tensioni sociali e della ingente quantità di risorse economiche che i Paesi europei potrebbero avere a disposizione nei prossimi anni, è questo il momento per ipotizzare e testare nuove formule che superino da un lato l’egemonia del pensiero neoliberale  (da cui forse possiamo finalmente uscire) e dall’altro le soluzioni frettolose e temporanee adottate in questi mesi per far fronte all’emergenza, mettendoci una toppa. In molti casi, sappiamo già che non potranno tramutarsi in strumenti permanenti (si pensi ad esempio a come stata utilizzata la cassa integrazione guadagni), sia per motivi di bilancio che per questioni tecniche (si è piegato uno strumento ordinario ad esigenze straordinarie, rinunciando a fare eccessivi controlli o valutazioni di impatto).

Dovremo saper essere virtuosamente strabici, tenendo insieme riflessione e sperimentazione. Abbiamo bisogno di investire risorse ed energie sia nel coltivare questo dibattito – in Italia, in Europa e nel mondo – per delineare nuovi immaginari ed equilibri sistemici che nel testare con coraggio ipotesi di intervento ad oggi quasi solo teorizzate e mai applicate, costruendo allo stesso tempo meccanismi che permettano di valutare con cura e tempestività i risultati raggiunti per poter correggere la rotta in corso d’opera.

Non sta a noi decidere quando si apre una finestra di opportunità per costruire un nuovo paradigma. Possiamo però decidere che ruolo giocare nel momento in cui si creano spazi di azione. Oggi stiamo vivendo uno di questi rari momenti e dobbiamo esserne più che consapevoli, contribuendo a costruire un progetto culturale e politico all’altezza della sfida che abbiamo di fronte. Anche solo per non rischiare di ritrovarci scaraventati in una realtà distopica peggiore di quella attuale, senza nemmeno aver compreso quel che sia successo.

Note