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10 ottobre 2017

L’Agenda Digitale Italiana e l’arte

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Nella prima versione dell’indice del whitepaper della Task Force sull’Intelligenza Artificiale pubblicato recentemente dall’AgID (Agenzia per l’Italia Digitale), tra sfide etiche, tecnologiche ed economiche se n’è aggiunta una con un nome particolare: l’Essere Umano.

Dal testo, si viene a sapere che sarà affrontata in modo transdisciplinare e, addirittura, coinvolgendo il Design e le Arti.

Perché mai una iniziativa così tecnica e tecnologica, dedicata a comprendere gli aspetti legislativi ed amministrativi dell’entrata dell’Intelligenza Artificiale nella Pubblica Amministrazione, e a produrre le raccomandazioni per una sua efficace adozione nei servizi al cittadino dovrebbe occuparsi d’Arte?

L’Intelligenza Artificiale tra noi

Gli oggetti che usiamo quotidianamente, i luoghi che attraversiamo ogni giorno, le nostre case, cucine, uffici, scuole, automezzi e poi l’ambiente, le campagne e i servizi che usiamo sono già diventati “intelligenti”, e lo diventeranno sempre più.

Non perché sono diventati genericamente migliori.

Ma perché si costituiscono progressivamente di “agenti digitali”, software, programmi per computer che che ne determinano le logiche di funzionamento in modo “artificialmente intelligente”: utilizzano tecnologie, sistemi e algoritmi che sono in grado di imparare dall’esperienza e di adattarsi in maniera evolutiva ai comportamenti delle persone, alle condizioni dell’ambiente, al mutare dei contesti.

Questo fatto ha implicazioni enormi tanto sul funzionamento di questi oggetti, servizi e processi, quanto su di noi, a livello psicologico, sul piano dei nostri diritti e libertà.

All’entrare in scena dell’Intelligenza Artificiale cambia in modo radicale la nostra possibilità di percepire, relazionarci ed interagire con il mondo.

Questo avviene in modi che sono soltanto parzialmente espliciti.

Prima di tutto perché molto spesso questi sistemi operano da dietro le quinte: vediamo interfacce di servizi digitali, applicazioni, manopole di un termostato, non i dati e le informazioni riguardo il nostro comportamento che vengono raccolti in ogni istante, le complesse elaborazioni che ne vengono fatte e gli usi secondo cui vengono impiegati.

E, poi, perché non è banale capire come funzionano, o il perché delle scelte che prendono.

Studiosi come David Weinberger e Anthony Townsend, addirittura, iniziano a parlare di Alien Knowledge: sapremmo spiegare, esattamente, in termini che abbiano senso per un essere umano, perché una certa rete neurale abbia deciso “A” invece di “B”? Probabilmente no.
Arriveremo al punto in cui l’IA del nostro dipartimento delle risorse umane ci licenzierà e non sapremo perché? Speriamo tutti di no, ovviamente.

Questo scenario potrebbe diventare addirittura preoccupante quando si consideri i modi in cui i sistemi digitali iniziano a influenzare radicalmente la nostra percezione del mondo, addirittura arrivando a superare l’effetto dei nostri sensi.

O quando si consideri come gli algoritmi intelligenti e la computer vision possano influire sulla salute e la veridicità della nostra infosfera.

All’Intelligenza Artificiale concediamo sempre più anche il controllo di come esprimiamo sensazioni e pensieri. Si pensi ad esempio alla cosiddetta Auto-Complete Culture, o a tutti i modi in cui intelligenze artificiali mediano le nostre relazioni.

Questo causa drammatiche riduzioni del nostro vocabolario e la possibilità di pericolose derive in cui alcuni soggetti potranno influenzare in maniera sostanziale i comportamenti di tante persone.

L’uso dell’IA per la diagnosi di malattie e disagi, anche mentali da un lato permette grandi innovazioni e speranze, ma, dall’altro, genera enormi questioni sulla privacy, etiche e sull’affidabilità e il significato di tali previsioni.

E così via, di ambito in ambito, in ogni disciplina: alle promesse di innovazioni radicali si affiancano pericoli complessi e scenari inscrutabili.

Una questione esistenziale, psicologica, estetica

Se dovessimo sintetizzare tutti questi problemi potremmo affermare senza certezza di errare che l’entrata dell’Intelligenza Artificiale nella nostra vita provoca una profonda crisi dell’immaginario, della nostra possibilità e capacità di immaginare il mondo.

Questa è una crisi esistenziale, psicologica, culturale, antropologica, che afferisce al dominio dell’estetica (dal greco Aistêtikòs, che vuol dire sensibile, capace di sentire e percepire), del nostro percepire e comprendere ciò che succede intorno e dentro di noi.

Questi scenari, dai più entusiasmanti, divertenti, fino a quelli più spaventosi e preoccupanti, mutano in maniera radicale il modo in cui il mondo può prendere forma: noi, il nostro corpo, le nostre relazioni, il nostro lavoro, l’ambiente in cui viviamo, come ci informiamo, divertiamo, e come impariamo, cuciniamo, facciamo sesso. Proprio tutto, anche i modi in cui ci relazioniamo con la Pubblica Amministrazione.

La nostra capacità di immaginare questo nuovo mondo, adesso, è molto limitata, ed è monopolizzata da Hollywood, dalle serie televisive, e da quei pochi soggetti in grado di stabilire dinamiche di comunicazione globale (Google, Facebook e una manciata di altri), tra l’altro usando proprio quelle caratteristiche della Intelligenza Artificiale che permettono di influire sul nostro pensiero attraverso i media: le filter bubble, le echo chamber, e la capacità di sfruttare ogni sorta di bias cognitivo su vasta scala, attraverso il controllo algoritmico della comunicazione.

Da quanto esposto emerge con chiarezza che non sono soltanto leggi, normative e buone pratiche tecniche e tecnologiche a mancare. Quello che manca è una narrazione ed un immaginario che siano costruiti dalla società, in maniera inclusiva, da tutti i suoi partecipanti, riguardo i significati dell’Intelligenza Artificiale (e, in generale, delle tecnologie), e i ruoli che vogliamo assegnargli.

Colpiti dal divide culturale, linguistico, di competenze e, soprattutto, chiusi nelle nostre bolle e progressivamente incapaci di organizzarci ed agire insieme, ci manca la capacità di costruire queste grandi narrazioni, inclusive e solidali.

Condurre per mano una società – addirittura una intera nazione – verso la digitalità, verso la digitalizzazione, significa anche condurre le persone a formare, insieme e responsabilmente, una visione del mondo: una visione, una immaginazione del possibile. Andare oltre, quindi, una visione paternalistica di cosa voglia dire governare, e abbracciare i cittadini e gli abitanti del paese come partner, interlocutori preziosi e di valore, con cui creare questa narrazione.

Questa è una sfida fondamentale, ed è innanzitutto Psicologica ed Estetica: va oltre le logiche della tecnica, dell’utilità e del servizio. Afferisce, invece, a quelle del desiderio e del sogno.

Per un governo affrontare questo tipo di sfida, creando i presupposti e le infrastrutture secondo cui i desideri e i sogni di un’intera società si possano trasformare in direttive, raccomandazioni, strategie di sviluppo e accordi internazionali, diventa una responsabilità fondamentale.

Come fare?

Nel contesto della Task Force sull’Intelligenza Artificiale dell’AgID, questo è il ruolo della sfida “l’Essere Umano”. Qui, l’Arte e il Design avranno funzione di catalizzatori per Scienze, Tecnologia e Società. Sembra un paradosso, ma non lo è: per avere i cittadini e gli abitanti del nostro paese quali partner attivi della costruzione collettiva e inclusiva di questo nuovo mondo, dobbiamo usare a piene mani il Design e l’Arte.

L’Arte è sempre stata un catalizzatore in questo senso, capace di creare ponti tra la ricerca, la produzione, l’industria, i capitali e la società, e di cambiare le carte in tavola, operando proprio sulla possibilità di costruire nuovi immaginari per aprire nuove opportunità, di innalzare il livello della critica e di suscitare la partecipazione e il coinvolgimento delle persone, attraversando culture, classi sociali, professioni e competenze.

A livello Europeo ed internazionale iniziano già ad esserci numerosi programmi di fondamentale importanza che ripongono ampia fiducia nella capacità delle Arti di catalizzare i processi della ricerca, dell’industria, della tecnologia e della società.

A cominciare dal programma STARTS della Commissione Europea, il primo ad aver attuato tali dinamiche a livello istituzionale in maniera così solida.

Ci sono esempi ormai consolidati come il programma delle arti al CERN o i quelli di Ars Electronica. Iniziative capaci di coinvolgere centinaia di migliaia di persone, centinaia di scuole e università, artisti e designer di ogni disciplina, migliaia di ricercatori, industrie. Per non parlare delle iniziative tra le più prestigiose università del mondo come MIT, Stanford, Carnegie Mellon, Royal College of Arts, Cambridge e le tante università Cinesi e Indiane hanno già approntato percorsi formativi e di ricerca dedicati.

Questi programmi hanno in comune l’idea di andare ben oltre una visione dell’arte come decorazione dei risultati dell’innovazione scientifica e tecnologica, e di includerla a pieno titolo nelle strategie tramite cui assicurarsi che proprio queste innovazioni generino significato, coinvolgimento e immaginari nuovi sulla possibilità di dare forma al mondo, come società. Il che corrisponde a nuovi mercati, partecipazione, solidarietà, e senso di appartenenza alla società.

Lo scenario Italiano

In Italia, queste iniziative sono ancora poche, e sono condotte da pochi soggetti, molto appassionati e volenterosi.

Siamo ben lontani dall’organizzazione e dalla sistematicità che, invece, sarebbe necessaria per sostenerle per garantirne risultati efficaci, diffusi e inclusivi.

Che proprio in Italia sia ancora così difficile condurre queste azioni è un vero peccato.

Storicamente, l’Italia ha ricoperto un ruolo esemplare nel condurre rivoluzioni e innovazioni radicali attraverso la bellezza e, più esattamente, tramite l’estetica. Si pensi a Leonardo Da Vinci, al Made in Italy, alle stagioni d’oro del Design e alle tante altre occasioni in cui in Italia ciò che è “bello”, “gustoso” e afferente al Design e all’Arte è stato protagonista del cambiamento e dell’innovazione.

Non dobbiamo rinunciare a questo nostro ruolo. Sia perché indirizza verso una visione centrata sul benessere delle persone, sia perché per noi costituisce un vantaggio competitivo valido al livello internazionale, costruito proprio sulla capacità di “immaginare mondo”.

In Italia e all’estero esistono comunità di artisti, designer, ingegneri creativi e di tanti altri nuovi profili dell’arte e della creatività che usano l’Intelligenza Artificiale come media e strumento delle loro creazioni. Realizzano cose bellissime e, al contempo, ci aiutano a comprendere le implicazioni e le opportunità di questo nuovo mondo, in maniera estremamente accessibile e inclusiva e, al contempo, catalizzando e valorizzando i risultati della ricerca e stabilendo ponti tra scienze, tecnologie, industria e società.

Sarebbe non solo un peccato, ma un grave errore strategico se l’Italia non diventasse un HUB internazionale di queste esperienze

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