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12 Gennaio 2020

Postilla a me stesso: sull’uso dell’intelletto e sul suo rischio

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Chi fa uso di intelletto e passione rischia assai più a puntare sulla propria sapienza piuttosto che sulla propria ignoranza: tutte e due sono infinite, senza fondo e imperfettibili, ma la sapienza illude più dell’altra… e comunque ambedue, se arrivano a un qualche risultato, lo devono a quella rara congiunzione tra attesa e caso che ha nome serendipity.

Solo che, assai più dell’ignoranza, l’eccedere in sapienza può funzionare da corazza, rischiando così di lasciarsi sfuggire una occasione che difficilmente può ripetersi. L’ignorante è invece più indifeso rispetto a ciò che non sa e, se questo gli si para davanti, ne sarà almeno turbato. Reso più incerto e insieme più sensibile. Investirà le sue risorse passionali su ciò che sfugge al proprio intelletto.

Alla preparazione socio-culturale ricevuta. Ma quando l’ignoranza si faccia scelta consapevole, decisone e metodo, allora o c’è un qualche dio che se n’è impossessato – religione o stato o politica o economia – per trascinarla con sé, per riprodurla, educarla e istruirla a proprio comodo, o è essa stessa a tentare di esprimersi esclusivamente in nome di se stessa in quanto unica verità possibile del mondo vivente cui le è dato di attingere. Verità e non cultura. Verità non manipolata. Quindi: unica verità impossibile del sapere.

1.

Deve essere accaduto qualcosa: si è spezzato qualcosa dentro la mia testa. Definitivamente? Vorrei che fosse così. Vorrei essere capace di non ricredermi: un accadimento è pur sempre un avvenire, qualcosa che si impone, si manifesta come imposto, ha quindi il medesimo contenuto di impostura e dunque ti interroga sui suoi effetti invitandoti a giocare la tua posta contro la sua: l’avvenimento ci costringe all’avventura, a farci avventurieri. L’incidente in questione, per quanto mi riguarda, si è annunciato già negli ultimi anni della mia professione di docente in ruolo, del mio mandato istituzionale di ricercatore, ma ora tale rottura – come si dice di cosa che c’è venuta a noia – s’è resa manifesta.

Deve essere accaduto qualcosa: si è spezzato qualcosa dentro la mia testa. Definitivamente?

Il mestiere che ho fatto ha avuto – imposto anche a non volerlo – lo strumento della scrittura e di conseguenza l’obbligo alla lettura. Ho avuto per lungo tempo un rapporto, abbastanza pacifico ma non del tutto subordinato, con la scrittura. Con maggiore o minore chiarezza espositiva sapevo trattare un tema calibrando l’impeto personale per l’argomento con una sua letteratura di riferimento, mai vasta ma comunque o già presente nella mia formazione di lettore o cercata per l’occasione (a volte inserita anche soltanto per mostrare di sapere di sapere e così meritare l’ascolto da chi sapevo pretenderlo da me in forma legittima, canonica, quindi forse anche per aggirarlo, aggirare cioè il contenuto di quella sua pretesa per non esserne imbarazzato: forse per passarla liscia). Della scrittura, come medium di me medesimo ma anche inseparabile apparato normativo sul piano dei contenuti, mi servivo, dunque, piuttosto che venirne asservito.

È intelligente ma non si applica, diceva mia madre insegnante di quelli come me. Ora questo mio rapporto improvvisato con la costruzione di un testo – da sempre per me un rapporto tra il dilettantesco, amatoriale, e il professionale, o comunque qualcosa di più disciplinato – s’è smarrito e rabbuiato. Non è più felice.

Credo di avere iniziato a scrivere da ignorante e in larga misura essere restato tale: il desiderio di qualche cosa d’altro mi deviava dalla volontà necessaria ad acculturarmi preventivamente. Ad accettare di dovermi ritenere pronto. Gli obblighi da ricercatore e docente non sono bastati a porre riparo a questa specifica forma di “non sapere”: procedevo solo grazie a improvvise infatuazioni per qualche lettura o immagine, lavorando così quasi soltanto di fantasia dentro la bolla di memorie a mia disposizione nel buio pur forforescente della mia mente. Oggi vorrei davvero riuscire a ricostruire le origini della tanta infinita prigrizia e invadente noia che mi bloccavano d’istinto piuttosto che per ragionata scelta. Tali condizioni, potrei dire di vita, mi frenavano e più o meno mi avrebbero sempre frenato ma anche eccitato da allora ad oggi. Ora più che mai, per quanto adesso mi pare di farlo almeno grazie a una qualche scelta più “attiva”, più vocata all’agire al di là di me stesso e del mio divertimento personale, troppo a lungo ostinatamente imprigionato dentro il mondo dell’immaginario collettivo. Il mondo di cui avevo fatto un espediente per vivere al meglio delle mie possibilità.

Credo di avere iniziato a scrivere da ignorante e in larga misura essere restato tale

Paradossalmente questa specie di risveglio m’accade ora, proprio quando la vocazione ad agire sembra più di sempre preclusa alle singole persone. A quanti, gettati nelle trame troppo strette o troppo larghe del proprio ambiente, tendano a conseguire un qualche risultato sulla realtà che li riguarda da vicino e più ancora da lontano. E – ad evitare il rischio di dovere far parte di una moltitudine, di una forza collettiva su cui contare – vogliano riuscirci soltanto come individui. A partire da se stessi. Ma questo risveglio, questo ripensamento della mia ignoranza, mi appare invece assai meno paradossale vivendo adesso le condizioni di vita della parola umana dentro l’abitare delle reti digitali. Un mondo in cui le dimensioni di sfera sociale, sfera personale e sfera pubblica sono per il momento ancora in forte con-fusione. Così come sono andate fuori asse le tradizionali direzioni, verticali e orizzontali, dei conflitti di potere dell’abitare nella vita ordinaria di un territorio. Di qualsiasi territorio abitato.

Resto comunque ignorante a fronte della dovizia di culture (in quantità, certamente, ma anche qualità) che continuano a venire trasmesse, scritte/lette pubblicamente, ma non sono abbastanza ignorante da non capire quanto i nodi concettuali e le ideologie che le producono e ne sono prodotte insistano, a fronte delle loro stesse promesse, sempre o quasi dentro gli stessi passaggi: la rottura di uno qualsiasi di questi passaggi in innumerevoli nodi a sé stanti – particelle di mondo e non più grandi narrazioni – dovrebbe imporre la rinuncia a far funzionare tutti gli altri grovigli che tali passaggi sembravano avere sciolto. Ma appena dopo queste illuminazioni – queste cadute da cavallo sulle vie della modernità – sempre ricomincia la loro giostra tra una matassa e l’altra di saperi e sapienti.

Lo dimostra l’alterno gioco tra semplicità e complessità che ha caratterizzzato sempre più drammaticamente – per quanto senza risultati definitivi ma solo cicliche reinterpretazioni – il dibattito tra scienze forti e scienze deboli, parallelamente a quello tra modernismo e postmodernismo. E ora la sovreccitata tensione tra critica della democrazia per scarsa capacità di sovranità e critica della sovranità per scarsa volontà di democrazia. Oppure tra apoteosi e demonizzazione dei media. Che altro è tutto questo se non ancora di nuovo l’incessante guerra d’egemonia tra diversi gruppi influenti sulla collettività perché si facciano opinione pubblica, pubblica opinione, a nome del capitale economico o culturale o sociale o simbolico al quale tali gruppi sono o si sono asserviti?

Vengo preso dal dubbio, per quanto anche qui stia ragionando con l’accetta, cioè in modo radicale, ad evitare quelle sfumature – differenze sfumate – che, per la loro fine, raffinata apertura verso ogni dove che sia, si son fatte ormai teste di Medusa. Incantamenti troppo facili (anche io spesso cedo alla loro comodità). Credo che, nella cerchia degli scrittori per professsione e tanto più per diletto, non sia da tutti essere presi dal dubbio, se non quel genere di dubbio che ha già in sé la sua soluzione. Anche le sempre più frequenti dichiarazioni sulle incertezze del nostro tempo corrente vengono espresse con ferma certezza di sé. Dunque essere presi dal dubbio potrebbe oggi valere da motivo di distinzione e orgoglio. A meno che, come nel mio caso, questo stesso orgoglio non basti più a farmi realmente dubitare del suo dubitare. C’è sempre di mezzo il metodo, la sua questione: l’altra faccia della follia occidentale: trovare modi certi di non sentirsi in errore nel mentre si fa necessario il sentimento di dovere errare.

Di ogni mio testo vorrei ora sapere fare lo strumento di contrasto e rifiuto dello scrivere proprio in quanto medium

C’era certamente dell’ottimismo nella mia convinzione di potere anzi dovere privilegiare la verginità dello scrivere piuttosto che l’accumulo di sapienza degli scrittori, il capitale culturale da loro accumulato: con picchi alterni cedevo al bisogno, azzardo, del desiderio istintivo di procedere nella scrittura di me stesso piuttosto che dentro la scrittura di altri. Procedura illusoria naturalmente: niente nasce da niente e quindi ignoravo o fingevo di ignorare anche ciò di cui mi credevo autore in tutto originale. Oppure rubavo, condividevo, idee altrui ma eliminando la traccia dei miei furti. Il furto di beni altrui non per necessità ma per piacere è una tradizione illegittima, una cleptomania data per malattia, ma proprio per questo parte integrante della tradizione. Un suo potenziamento.

In ogni caso, vivevo in modo abbastanza spontaneo, naif, eppure ancora a suo modo controllato, la dimensione dello scrivere in quanto ricerca e formazione di contenuti che trovavo impellenti per me: una impellenza che non mi veniva da fuori ma da dentro me stesso. Dunque non agivo nel senso, sentimento e direzione, di un sapere già scritto e pre-scritto, che in quanto tale obbliga il soggetto a un oggetto di interesse appropriato, specifico, imposto dalla sua e insieme non sua, altrui, tradizione autoriale e bibliografica. Da enciclopedie e canoni. Ma agivo piuttosto nella cura di un oggetto di culto che, fatto mio, vissuto come mio, fattosi possessione, mi si imponeva come scrittura automatica. Ne faceva il mio genere.

Ma in questi ultimi tempi sento sempre più l’esigenza di tentare una spiegazione più valida del modo mio di scrivere a nome di me stesso e non di altri. Di elaborare un testo che potrei anche dire, pretendere di dire militante: non, come un tempo si diceva, per contrassegnare la specifica prestazione con cui l’intellettuale professionista, l’esperto di conoscenza, entra in campo ad affermare le proprie idee sul piano ideologico e politico., ma in un senso del tutto opposto e non più soltanto divergente. Di ogni mio testo vorrei ora sapere fare lo strumento di contrasto e rifiuto dello scrivere proprio in quanto medium della sua fonte: della voce dominante nella falsa coscienza umana irretita dalla sua inemendabile volontà di potenza.

Lo so: sembra uno slogan, e per di più pretenzioso, ma non so più fare a meno di ripeterlo: è la sintesi da cui son certo di dovere ripartire ed è tuttavia il nodo che sempre di nuovo mi fa sentire incapace di scrivere la mia intenzione e presunzione di andare oltre ciò che la scrittura ha realizzato nella Storia. Cerco un punto che ne interrompa il corso: della storia e della scrittura.

Negazione, dunque, della scrittura in quanto trama storica in cui il soggetto moderno – cioè il soggetto sempre nuovo eppure sempre identico della civilizzazione, sempre Uno e insieme sempre Universale – irretisce la singola persona, mortifica la coscienza della sua carne in cambio dei ruoli di potere che impone e affida al suo corpo di individuo sociale. Questa mia aspirazione – non dire per dire ma dire per fare – non s’è già tradotta in una effettiva militanza, un far guerra attraverso armi appropriate, perché in effetti sono ancora ben lontano da riuscire a padroneggiare la mia linea di condotta. La mia aspirazione. Riguardo a questo obiettivo, sono in difetto di risorse, mezzi e capacità: a ragione di questo sento sempre di nuovo il bisogno di spiegare le mie intenzioni. Innanzi tutto a me stesso. E’ come gettarsi in acqua senza sapere nuotare. Sono alla ricerca di uno stile adatto al mare che vorrei attraversare. Vado tentando uno stile adeguato al mio scopo. Appunto adeguato al mio mare.

2.

Un esempio per spiegare in che senso per me entra qui in gioco lo stile? Oggi, rileggendo le pagine di Mario Tronti, che tanto mi appassionarono nei miei anni di formazione, non m’è difficile capire cosa in esse mancasse di credibile sul piano teorico e politico. Ma perché allora le sue pagine su operai&capitale infiammarono me e non pochi altri a tal punto da vedervi la via d’uscita da ogni precedente tradizione critica e politica? Ora ho finalmente capito che fu per la loro straordinaria capacità stilistica. Soltanto per l’animus che vi emanava.

Fu il suo stile di scrittura a catturarmi: a catturarci e a farci credere che il suo discorso funzionasse perfettamente e fosse l’unico possibile con cui iniziare a nuotare invece di affogare. Con cui cominciare ad attraversare la società. Ma a funzionare era soltanto Tronti in quanto persona: il suo modo di sentire contrastava con ogni altro sentimento politico in possesso delle militanze di sinistra di allora. In lui sopravvivevano molte teorie, molte tradizioni, molte attese e speranze moderne, ma il suo stile le trasformava in proprio e le traduceva, le tradiva in altro (senza che ad attestarne la validità dovessero esserci citazioni e bibliografie: c’era esclusivamente se stesso).

Ascoltava ogni voce ma poi era soltanto la sua a parlare

Rendeva ogni sua scrittura giusta soltanto ai fini del proprio discorso e solo da molto lontano faceva riecheggiare nel lettore il mare delle sue e nostre letture. Non era uno scrivere da lettore. Riusciva quindi a ignorarle, quindi a farsi ignorante, a liberarsi dei propri stessi modelli culturali: dei ruoli e delle funzioni storiche da essi interpretati. Impresa da non poco: persino di fronte a Marx o a Lenin, la persona Tronti scriveva sapendo spogliarsi delle loro idee, ruoli e azioni, per mettere in campo esclusivamente lo stile della sua stessa persona. Del suo desiderio di mondo nuovo e certamente non di un mondo rinnovato. Ma di un mondo altrimenti non più, mai più rinnovabile. La politica, sempre e non solo quella a venire degli scrittori di politica, aveva senso per lui attraverso la via stretta del proprio stile.

Ascoltava ogni voce ma poi era soltanto la sua a parlare. La sua volontà di cancellare, ignorare, ogni precedente religione storica nasceva in virtù di un impulso pagano: mille miglia lontano, dunque, dalla matrice intellettuale, teorica, progressista della letteratura sulla e della metropoli. Così come lontano anche, seppure per paradossale sua svista, dall’invenzione mediologica del “villaggio globale”. Inevitabile il fatto che gli autori più pagani della nostra tardissima modernità siano stati anche quelli più dotati di una visione religiosa tanto personale da coincidere con il proprio stile. Esempi di questo sono stati gli autori che per scrivere si son fatti folli.

Ma la potenza delle sue pagine più trascinanti è venuta meno quando il suo modo di scrivere ha finito per diventare professione della propria stessa vocazione originaria, congelandone così la sua natura autentica. Il suo stile – allora così efficace poiché in sintonia con quegli anni socialmente tanto illusori – s’è fatto infine letteratura di se stesso.

Senza più la capacità di distruggerla come sapeva scrivere in passato – forse un tempo allora oggettivamente complice delle sue stesse capacità magiche, ammalianti, e quindi adesso irripetibile – Tronti è divenuto professionista del ruolo fascinatorio che aveva affidato dal proprio stile. Ha continuato a nuotare con lo stesso stile di allora e tuttavia ormai fuor d’acqua: come se fosse ancora il suo mare invece di quello che ora ci ribolle davanti. E dentro.

3.

Lo stile è lo stilo – la lama: la sua facoltà di taglio e penetrazione – a disposizione di una vocazione che intende alleggerirsi del peso, ingombro e distrazione, della propria ricevuta formazione professionale, e così liberarsi di contenuti, metodi e tecnicalità consolidate nella stessa storia della scrittura come orizzonte formativo prestabilito. Come destino segnato. Credo che qui e ora si apra o almeno dovrebbe aprirsi, sarebbe urgente aprire, una stagione culturale propizia a emancipare lo stile della scrittura dalle sue storiche inibizioni disciplinari e metodologiche.

Ascoltare ciò che nel pensare più preme e più tende alla deriva delle sue passate rotte di navigazione, invece che perseverare nell’autorità delle fonti da usare come obbligate pezze di appoggio per una interpretazione monotona o plurale eppure univoca del mondo. Impossibile obiettivo in ultima istanza: del mondo si può dire soltanto ciò che di esso è sì finalmente dicibile ma mai emendabile nella sua sostanza. Tuttavia è proprio grazie alla rivelazione, al riconoscimento, della impossibilità di un obiettivo fuori del mondo, che vale la pena di mettersi a lavoro.

C’è un problema serio da affrontare se si vuole scrivere al presente: il sapere che sta crescendo ora illimitatamente grazie alla intelligenza aumentata dei linguaggi numerici entra in contrasto con chi vive sempre più a disagio le conseguenze sensoriali, carnali, di tale crescita (che tali sensi riguardino il piacere così come dolore e morte).

La complessità dei discorsi sul mondo è quindi aumentata in modo esponenziale nel mentre, al contrario, le pratiche di metabolizzazione sociale, adottate sino ad ora per trasmettere tale complessità dai suoi vertici sino alla sua “base”, si vanno rivelando sempre più impotenti e, in sovrappiù, impertinenti.

Offensivamente incapaci di afferrare il necessario a vivere nella catastrofe di ogni tradizione identitaria così come imposta al vivente dalla sua stessa nativa volontà di potenza, dalla sua sempre impellente necessità di sopravvivenza, dalla sua naturale violenza.

Dunque incapaci a cogliere e seminare ciò che vi è d’essenziale da capire sulla natura umana. Ciò che essa rimuove appunto per sua stessa natura. In effetti sarebbe più corretto dire che l’essenziale da sapere consiste proprio nel sapere di avere sempre saputo e per questo rimosso: in forma istintiva, psicosomatica, per quanto sistematicamente aggirata grazie a un avvicendarsi continuo di sistemi di sicurezza e di certificazioni normative.

Da sempre siamo versati, distratti, in questa incapacità di cogliere l’essenziale, analogamente a quanto ci accade nell’irrompere della paura e del dolore. E tanto più siamo distolti dalla coscienza di noi stessi ora che l’umano è giunto in prossimità del suo stesso superamento antropologico e biologico.

La fortezza, in cui il pensiero disciplinare e bibliografico ci ha protetto e armato così a lungo andrebbe evacuata, dismessa

Trapasso in corso a fronte di una crescente complessità della conoscenza che, debitamente sostenuta dai dispositivi di potere che la alimentano, si spinge sempre più a dividersi e isolarsi da chi – proprio in osservanza dei principi di universalismo ideologico in cui si identifica il soggetto moderno – ne dovrebbe essere invece il beneficiario, il diretto interessato. Gli apparati istituzionali dell’educazione, della divulgazione e dell’istruzione funzionano con una vocazione strumentale in tutto analoga, identica, alla complessità di pensiero che essi dovrebbero invece semplificare, ridurre all’essenziale, così da diffondere in modo tale che funzioni per quanto necessario ad ogni singola persona. Il verbo “comprendere”, sempre più spogliato di ogni pretesa universalista ma sempre più tradito dalla sua stessa tradizionale copertura ideologica, l’umanesimo, sta definitivamente perdendo ogni effettivo significato etimologico. E in realtà vive svuotato di ogni promessa.

Della complessità andrebbe toccata – toccata con mano – la verità fondatrice che sostiene e produce le sue stesse trame. Le sue narrazioni e i loro intrighi di potere. Ma è questa verità che invece viene celata dalla complessità stessa della società che la ha prodotta e ne è stata prodotta. Dai saperi che la pensano e ne sono pensati. L’importante è allora accertarsi sul “che fare” per ricombinare l’esistente in modo da dargli una direzione emotiva inversa a quella emersa nella storia dell’umanità. Per coloro che si dichiarano animati dalla certezza o credenza in una loro “buona volontà”, questo è ora – o da subito dovrebbe diventare – il problema da affrontare non in comune ma uno ad uno. Questo il primo piano d’esistenza da comprendere, a patto che una così tardiva comprensione del mondo com’è e non come dovrebbe essere sia davvero uno strumento ancora possibile da praticare. Da privilegiare al momento, cioè con tutta la sua ormai provvisoria qualità di epoca al tramonto ma già palesemente in ingresso nel mondo post-umano. Per l’umano non resta più molto tempo per farsene una ragione.

La fortezza, in cui il pensiero disciplinare e bibliografico ci ha protetto e armato così a lungo – di padre in figlio, da maestro a discepolo, da libro a libro, da aula in aula – andrebbe evacuata, dismessa: abbandonata al suo attuale doppio regime di politiche di valorizzazione meritocratica delle professioni e insieme di svalutazione delle persone in sé, dunque della domanda, ricerca e formazione dei loro contenuti vocazionali. Paradossalmente un potenziale elemento di rottura per quanto ancora socialmente segregato, o travisato e strumentalizzato, sta proprio nella ignoranza crescente. L’ignoranza che vediamo crescere: questo punto di vista ottico si presta a dirci che è una ignoranza di cui sappiamo poco o niente. Si tratta di quella ignoranza che, stando a sopravvissuti parametri di valutazione, sono i dotti, nostalgici e passatisti – snob della peggior specie, presuntuosi e presunti censori dei loro stessi e più amati costumi, uomini d’ordine in proprio – a considerare come una vera malattia pubblica, un cancro istituzionale.

Una catastrofe che viene addebitata al calo della lettura di libri (drammaticamente sensibile in Italia per endemiche responsabilità di governo) e alla abolizione delle materie umanistiche nella formazione scolatica. Problema che rivela la sua crucialità non nella sua evidenza curriculare quanto piuttosto nel fatto, questo sì drammatico, di rimandare alla sua effettiva causa e cioè allo smantellamento o puro regime di conservazione della formazione delle persone. Una dimensione formativa che è infatti ancora interamente legata ad un ruolo e qualità della persona tutto dentro la teoria moderna, weberiana, del rapporto tra vocazione e professione. I tecnocrati delle professioni stanno trattando le vocazioni, che delle professioni dovrebbero costituire l’anima, il messaggio, come se esse fossero ancora quelle “borghesi” dell’etica capitalista della società industriale.

Questa non c’è più in quanto superata da rivoluzioni tecnoscientifiche di proporzioni imaudite, nel mentre la sua primigenia vocazione s’è smarrita e svuotata e tuttavia è stata abbadonata alla sua finta sopravvivenza.

L’umanità pensata vive un presente del passato assai più che del futuro

In effetti le statistiche adducono anche prove che non ci sono più ignoranti di prima, anzi. Ma forse questo accade perché le statistiche partono da indicatori elaborati su una idea di cultura prefissata, basata semplicemente su chi sa leggere e chi non sa leggere, chi consuma e chi non consuma informazione, chi fruisce di beni culturali o non ne fruisce. Elaborati dunque in una chiave che non dimostra un effettivo degrado dei sapeinti in ignoranti, ma prova semplicemente che quanti si preoccupano di rilevarne il numero e valutarne gli effetti di catastrofe stanno diventando essi stessi una minoranza sempre più stretta di sopravvissuti al tramonto della loro stessa epoca. Questi sono in estinzione mentre gli altri, gli ignoranti, stanno crescendo senza disporre di indicatori che ne riconoscano i contenuti.

Così, proprio dentro l’ignoranza che monta in una bolla di vita diffusa opaca al passato ma anche al presente – poiché l’umanità pensata vive un presente del passato assai più che del futuro – ecco che sta avvenendo l’altra faccia della luna. Quella artificiale, artificialmente registrabile, quella mai nota ad occhio umano che non sia aumentato tecnologicamente. E non più quella che è bastata alla geniale distinzione post-umanista – ma non ancora postumana – tra regimi solari e regimi lunari. Una sensibilità talmente altra da ogni ottica storica da non potere essere compresa facendo ricorso a criteri di valutazione marchiati dalle tradizionali distinzioni tra vertici e basi del sapere politicamente elargito e distribuito sulla terra.

4.

È vero: la scrittura, il bisogno di scrittura, ha da sempre una componente nostalgica, una abitudine – socialmente contratta ma affettivamente vissuta come propria – che frena e insieme libera dai propri stessi freni … senza fare definitivamente cessare di rimpiangere la memoria delle sue passate stanze. Che altro è il bisogno di citazioni, la rassicurazione di un riferimento testuale, una bibliografia ragionata, che funzioni da condivisione o ricusazione della tradizione di cui ci si sente interpreti o che si vuole abbandonare. O da cui ci si sente abbandonati. Vi si ricorre per debolezza e insicurezza in quanto abituati a dovere essere forti e sicuri di sé per sopravvivere identitariamente.

Eppure qualche solo frammento di sapere – qualche pagina celebre o recuperata, fatta riemergere – potrebbe ed anzi dovrebbe bastare a fare funzionare lo stile del discorso. Una passione personale ben detta e per questo degna di ascolto. Capace di servire il proprio scopo: rispondere a una necessità che riguarda esclusivamente il fare. La necessità del fare attinge al mondo che si ha di fronte, alla sua urgenza. Ma scrivere per il fare non può coincidere con il discutere su che fare. Né commentare ciò che è stato già fatto (questo vuol dire soltanto non essere ancora pronti per agire davvero: per compiere il salto necessario).

Scrivere per il fare è un fare al di fuori della natura della scrittura: entrare in un altro ordine del discorso. Che non è più quello della scrittura. Non è più dettato dalla scrittura. Se proprio volete c’è un riferimento letterario che torna utile: il “preferirei di no” di Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street, il celebre racconto di Herman Melville, pubblicato nel 1853, appena due anni dopo la grande esposizione universale di Londra 1851, quando al crystal palace sono apparse tutte le innovazioni artistiche e tecnologiche che avrebbero fatto da motore della cultura industriale e di massa, da allora al computer.

“Nessuno è perfetto”: è la celebra battuta con cui una storia troppo a rischio e per questo poco credibile diventa “vera”

L’attraversamento di qualche trapassato testo può di certo essere giustificato a patto che si riesca a farlo deragliare dalla sua tradizione, da ciò che lo fa essere lo stile di una civiltà che non senti più come la tua personale visione del mondo: farlo agire da irreversibile disincanto nei confronti delle grandi interpretazioni moderne della civilizzazione. Se le citazioni hanno funzionato nella grande saggistica novecentesca come un suo incubatore, un suo nutrimento, ora sarebbe il tempo di ricorrervi soltanto per la loro tragica inattualità. Inutilizzabilità. Come ingranaggi splendidi ma tali proprio perché ormai svaniti, inoperosi. E semmai solo in quanto tali affascinanti. L’attitudine dello scrivere, il suo stile, dovrebbe essere pari al gesto di chi, preso dalla paura di soccombere a un rischio mortale, cerca una soluzione immediata per evitare di caderne vittima.

La sostanza qui e ora necessaria alla scrittura non può dunque che nascere per mezzo di considerazioni estremamente elementari, come se fossero scritte per la prima volta. Con l’emozione colpevole della prima volta. E’ stato ed è impossibile per qualunque scrittore colmare la propria ignoranza, c’è sempre una pagina, un autore, un’idea che sopraggiunge o verrà a turbarlo: un vuoto imprevisto di cui essere accusato o di cui accusare. Tanto vale allora riuscire ad essere ignoranti. Cercare altre certezze in tutto ciò che invece non si può ignorare della propria singola natura di essere vivente. La carne ha i suoi linguaggi immediati: sono i ruoli sociali ad assoggettare i corpi della nostra persona. Carne che ondeggia in un mare di carne.

“Nessuno è perfetto”: è la celebra battuta con cui una storia troppo a rischio e per questo poco credibile diventa “vera”. Alla fin fine di questo mio tentativo di stile, credo di dovere dire anche io “nessuno è perfetto”. Inevitabilmente, per forza maggiore, continueremo ancora per lunghi tempi a fare bricolage con i frammenti sparsi della memoria del mondo così come narrato per noi dai libri assai più che dal mondo stesso. Dalla vita di noi stessi come i libri ci hanno fatto credere di doverla vivere. L’idea di identità s’è nutrita nei territori della scrittura e non sarà possibile disincarnarci da essa sino a quando … non saremo più Noi.

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