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14 luglio 2015

Se teniamo per buona la definizione di innovazione come soluzione nuova o migliore a problemi nuovi o preesistenti, bisogna tenere conto che le istituzioni culturali sono oggi bene consapevoli dei vecchi problemi, ma devono ancora costruirsi una consapevolezze su quelli nuovi.

Alessandra Gariboldi: l’innovazione culturale è il nostro rischio necessario

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Nonostante il termine “innovazione culturale” sia utilizzato ormai in modo diffuso sia sui media che tra gli addetti ai lavori, i perimetri ed i contenuti del concetto sono tutt’alto che definiti. Come succede per tutti quei campi nei quali la pratica si sviluppa assieme agli apparati teorici, nell’ambito dell’innovazione culturale ci sono ancora molte cose da chiarire. Abbiamo provato a ragionare su alcuni degli interrogativi più interessanti assieme ad Alessandra Gariboldi (Coordinatore Ricerca e Consulenza della Fondazione Fitzcarraldo).

Alessandra Gariboldi, innovazione culturale

Alessandra Gariboldi

Solitamente quando si parla di innovazione culturale ci si riferisce ad attori meno consolidati, se non proprio appena comparsi sul panorama della produzione culturale. Una parte importante del tuo lavoro – invece – è quella di costruire percorsi d’innovazione per le istituzioni più tradizionali. Cosa vuol dire, in concreto?

Portare innovazione all’interno del settore culturale è una sfida importante. Forse la più importante che ci siamo trovati ad affrontare, perché per la prima volta il settore nel suo insieme, almeno per come lo abbiamo conosciuto sino ad oggi, è in una crisi irreversibile. Musei, biblioteche, archivi, teatri, festival, gallerie, editori: i dispositivi culturali del secolo scorso devono trovare il loro ruolo in un mondo completamente diverso.

Il problema è che tutte queste strutture, queste forme in cui è organizzata la produzione culturale sono generalmente rigide. Abituate a decenni di (scarsi) finanziamenti pubblici, gestite da personale spesso molto preparato dal punto di vista disciplinare ma poco incline alla sperimentazione (e scandalosamente poco retribuito). Anche quello che chiamiamo impropriamente “settore”, non si è mai visto come tale, se non quando c’era da interpretare la parte di Cenerentola. La spinta a innovare dall’interno esiste ma è debole, ha pochi strumenti, e spesso lavora ai margini, mentre i ruoli apicali sono tendenzialmente occupati da figure che lasciano poco spazio alla sperimentazione.

Ovviamente non sempre, ma spesso chi cerca di innovare dall’interno è giovane, appartiene a una generazione che sente più forte l’impegno ad agire in un contemporaneo che lo riguarda. E, fatalmente, di norma non ha il potere contrattuale per farlo.

Quelli che chiamiamo “attori dal basso” sono le forze migliori cui possiamo attingere, perché rappresentano la possibilità di un modo lavorare diverso e impegnato nel fare cultura più come forma di intervento sulla società che come fattore di distinzione sociale o esercizio del potere. Sono intraprendenti, possono essere più o meno orientati al mercato, ma sono attori che hanno nel proprio corredo genetico i linguaggi e le attitudini che vengono dal respirare una contemporaneità fatta di pratiche collaborative, di tecnologie da esplorare, di confronto quotidiano con un mercato del lavoro complesso e con le molteplici forme del lavoro culturale.

Le opportunità sono moltissime, e il “mercato” delle organizzazioni culturali molto rigido, quindi i nuovi “attori dal basso” tendono più facilmente a orientarsi su pratiche e produzioni culturali che stanno fuori dai confini della cultura “tradizionale”, tipicamente attraverso il digitale. Non è un caso che due dei progetti più interessanti degli ultimi anni come Twletteratura e Lìberos lavorino sul libro e la lettura, contenuti culturali liberi dall’influenza di chi li ha prodotti e commercializzati.

Cioè elaborano e maneggiano contenuti culturali che non hanno titolarità e li rendono produttivi. Magari inserendoli in una logica di innovazione sociale, oppure trasformandoli in prodotti e servizi che possono stare sul mercato ma che finiscono per non portare nulla ai “vecchi” attori dello scacchiere. Ma se vogliamo che non tutto il “vecchio” sparisca, schiacciato tra normative ingessate e strutture incapaci di rinnovarsi, è proprio qui che dobbiamo lavorare.

Come possono interagire secondo te gli attori “dal basso” e quelli istituzionali?

Le interazioni possibili sono molte, e scoprirle e sperimentarle è il compito più stimolante che siamo chiamati ad affrontare. Quando si pensa a un progetto, un’attività, un’impresa che aspiri davvero a innovare questo settore bisogna essere attrezzati e conoscere il mondo con cui si vuole dialogare: un mondo che spesso non sa di avere bisogno di innovazione, che è abituato a diffidare del “privato”, che ha sviluppato anticorpi potenti per resistere alle pressioni di manager senza cultura e di legislatori senza visioni, dei gestori di servizi furbeschi, dei media che si parlano di cultura solo quando ci sono le file per entrare a una mostra. E ha tutte le sue ragioni di diffidare, che vanno conosciute e comprese. Quello che dobbiamo aprire è un cuneo che scardini le due posizioni più arretrate – la cultura non deve essere “utile” e il privato ha corna e coda – e più superficiali – il turismo ci salverà, il privato risolve tutto, con le mostre si mangia- per inserire buone pratiche di collaborazione che aiutino le istituzioni culturali a un ampliamento della propria missione. Ma bisogna conoscere molto bene i vincoli, che non sono solo culturali ma anche pratici.

Un esempio su tutti, la stragrande maggioranza dei musei è di proprietà pubblica, e spesso non ha autonomia di bilancio, il che significa che non può disporre delle proprie scarse risorse, e non può prevedere entrate. O ancora, molti hanno in essere accordi di concessione con privati che gestiscono in parte o in toto i servizi di valorizzazione, con i quali il rapporto non è sempre facile. Per questo motivo il modo più facile di introdurre attività o servizi diversi da quelli normalmente svolti, è quello di passare da progetti, cioè iniziative con un budget dedicato, con una durata predefinita. Sinora questo è stato il limite più forte: progetti interessanti, con buoni risultati, non sono poi entrati nella normale attività degli istituti culturali, ma si sono limitati a punteggiare qua e là la vita organizzativa di musei e biblioteche, senza modificarne le attitudini. L’interazione con questo mondo passa anche dalla fiducia, una dimensione che va coltivata e che spesso stride con i tempi rapidi (di decisione, di liquidità) di cui ha bisogno un’impresa, specie se giovane. È un lavoro impegnativo, ma da qualche parte bisogna cominciare: trovare gli innovatori dentro le istituzioni, interlocutori sensibili e disposti a rischiare, almeno un poco, per iniziare a costruire esperienze positive che siano in grado di aprire la strada e replicarsi.

Con le nuove linee di finanziamento e sviluppo strategico dell’Unione Eropea, sembra che il ruolo dei pubblici nella cultura sia finalmente diventato un argomento mainstream: tutti ne parlano, anche se spesso non si capisce bene in che termini. Qual’è il rapporto tra pubblici ed innovazione?

Se teniamo per buona la definizione di innovazione come soluzione nuova o migliore a problemi nuovi o preesistenti, bisogna tenere conto che le istituzioni culturali sono oggi bene consapevoli dei vecchi problemi, ma devono ancora costruirsi una consapevolezze su quelli nuovi. Questo significa che per portare innovazione (non novità) dentro le “vecchie” istituzioni è opportuno partire dai problemi e dalle esigenze che queste sentono come attuali. Per questo è più facile che l’innovazione possa innestarsi su temi che sono già sentiti come prioritari, come quello dell’allargamento del pubblico.

Qui si apre un bel tema, perché il nuovo rapporto con i pubblici – cioè la nuova attenzione da parte dei custodi della cultura verso le persone – è uno dei pochi terreni sul quale è possibile far incontrare le esigenze di chi gestisce la cultura e di chi ha le capacità e la voglia di massimizzarne l’impatto. Può essere il cavallo di Troia per far passare nuove pratiche, nuove professionalità, l’abitudine a lavorare in modo interdisciplinare.

Quali sono i casi più interessanti secondo te, in questo senso?

Gli esempi da noi non sono ancora molti, ma cominciano a farsi strada. La Galleria Nazionale di Parma insieme a BAM! Strategie culturali ha avviato un interessante percorso di ampliamento del pubblico, aprendosi a un modo completamente nuovo di vedere i propri visitatori grazie all’apporto di giovani competenti con i quali pochi anni fa sarebbe stato impossibile un dialogo. Sempre dalla necessità di una nuova relazione con i pubblici e in particolare l’accessibilità possono passare due delle grandi partite che si sono aperte con il digitale: gli open cultural data e il game design. Sono strade che aprono scenari potenzialmente ricchissimi.

L’enorme disponibilità di open data culturali rappresenta una miniera di contenuti che possono essere rielaborati e resi fruibili in modi che le istituzioni stesse non potrebbero immaginare. Ad esplorare queste potenzialità si è dedicato il primo Hackaton su dati culturali organizzato in Svizzera lo scorso febbraio: in questa occasione si sono incontrati per la prima volta 20 istituzioni culturali con sviluppatori, ricercatori, wikipendians per ampliare le possibilità di utilizzo delle 30 collezioni digitalizzate di organizzazioni svizzere.

Certo non basteranno queste innovazioni “dal basso” a risolvere i nostri problemi, e certo si tratta di un processo di evoluzione e ripensamento del ruolo e del senso delle istituzioni culturali che richiederà molto tempo, ma è un inizio, una sperimentazione a sua volta “rischiosa” che dobbiamo impegnarci a sostenere, verso un modello di innovazione aperta che è sempre più la cifra della nostra evoluzione come società complessa.


Immagine di copertina: ph. Michal Pechardo da Unsplash

Qui la prima intervista della seria ad Alessandro Rubini, Meglio chiamarle imprese culturali

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