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26 Novembre 2019

Come creare dei circuiti virtuosi laddove per decenni abbiamo lasciato che il malfunzionante divenisse la regola sociale?

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Quello del contrabbando non è stato un fenomeno limitato: quanto a costume, ha riguardato non pochi pugliesi, campani, siciliani; quanto a capacità di far reddito, ha sostenuto una parte consistente dell’economia sommersa; quanto alle relazioni che, caduta la nostra “cortina di ferro”, si sono riattivate fra est e Ovest, il contrabbando ha costituito negli ultimi dieci anni del Novecento un tassello fondamentale.

Ringraziamo Fandango libri per la disponibilità a pubblicare un estratto da Le malevite in ricordo di Alessandro Leogrande

Certo c’è stato anche altro: flussi migratori provenienti dai vari est più che dai vari sud, missioni militari e “umanitarie”, scambi economici e culturali i più eterogenei. Ma il contrabbando ha rappresentato, in un certo senso, la più grossa forma di impresa, a suo modo pionieristica, nel momento in cui il varco si è aperto.

Un’impresa transnazionale e dai tratti illegali, barbara perché primitiva (economicamente “primitiva”), e allo stesso tempo sofisticata perché determinatasi ben al di sopra dei confini nazionali. Alla sua fine (o almeno alla fine di questa sua stagione) ha contribuito in maniera decisiva la nuova definizione dei rapporti con i Balcani, la “razionalizzazione” di un’area chiamata a nuovo ruolo.

Altri scambi miliardari sono stati attivati, altri investimenti hanno stravolto le economie regionali. Ma questa volta l’intento non è stato quello di trarre profitto da un caos irrisolto (questo è stato il capitalismo primitivo), ma quello di riassestare, regolare e portare in europa, alla lunga, una parte di est.

Per lungo tempo, al centro di questi discorsi, vi è stato quello relativo al “Corridoio otto”. All’interno delle nuove linee di sviluppo est-Ovest, il progetto del “Corridoio otto” prevede la costruzione di un vasto sistema di strade e infrastrutture che congiungerebbero Bari al mar Nero attraverso i Balcani meridionali.

L’obiettivo principale, come ha ricordato lo stesso Berlusconi, è quello di “permettere all’imprenditoria italiana di penetrare nei Balcani, un mercato ancora vergine”. Ma, una volta realizzato, il “Corridoio” sarebbe percorso anche nell’altro senso, portando in Italia, attraverso Bari, il più prezioso dei beni: il petrolio. Per molti, è la sfida energetica del XXI secolo, una battaglia al confronto della quale quella per le sigarette (per quanto rimarchevole) sembra impallidire.

Miliardi e miliardi di dollari interesseranno questo spicchio d’europa, arrecando benessere e ricchezza. Ma sinora, a recitare così, sono stati solo i sogni di politici e imprenditori. L’altra europa, quella che conta, rivendica la propria supremazia. Così, la realizzazione del progetto del “Corridoio otto” sembra essere stato rallentato dall’Unione e dallo stesso governo italiano. Altri corridoi appaiono più allettanti: il “Corridoio quattro”, che dovrebbe congiungere Dresda e Norimberga a Istanbul, e il “Corridoio sette”, che dovrebbe unire Vienna e Costanza.

Di “Corridoio otto” si parlò molto subito dopo la guerra del Kosovo, quando gli Stati Uniti manifestavano ancora il proprio interessamento ai Balcani meridionali, e i Balcani settentrionali erano ancora attraversati dal dissesto postbellico. Ma con la normalizzazione della Jugoslavia, con la svolta dell’Amministrazione americana e con i nuovi progetti della Germania, le cose sono cambiate. L’asse italo-albanese sembra aver avuto la peggio.

Quanto al governo italiano e alle imprese che lo appoggiano, gli interessi sono concentrati sul “Corridoio cinque”, che dovrebbe congiungere Lione a Budapest, passando per Torino, Milano, Verona, Trieste. Proprio quello della Tav. Nonostante le radicali trasformazioni e il riaprirsi dei traffici, il Sud-est conta ancora meno del Grande Nord, produce poco e non esprime un blocco politico coeso.

Eppure, c’è chi dice che la partita è ancora aperta, che il “Corridoio otto” prima o poi si farà. Nel basso Adriatico ancora ci sperano, baloccandosi con l’idea dei probabili investimenti e del futuro peso politico da acquisire. e sognando, con la stessa intensità, di veder sgorgare l’oro nero sull’Adriatico.

Cambiano gli Stati, cambiano i padroni. Il contrabbando con i suoi protagonisti, connivenze, intrecci appare già una storia vecchia, uno dei primi modi di autoregolazione (secondo canoni da far west) dei rapporti est-Ovest e questo deve far riflettere: quando dei possibili canali commerciali si aprono, le mafie finiscono spesso per anticipare il mercato “legale”.

Un’epoca si è chiusa, un’altra se ne apre. Ma prima di guardare alla nuova, di cui ancora poco si intuisce, è ancora importante fare un po’ di conti con la vecchia: i suoi effetti sono tutt’altro che scomparsi. Il contrabbando ha trovato la propria forza in disfunzioni sociali e statali cui tuttora non si è posto rimedio: colpito nei suoi introiti, non è stato certo azzerato; in ogni modo non sono state azzerate quelle dinamiche che rendono pienamente accettabile, “normale”, uno sciame di attività illecite, se non addirittura criminali e mafiose, al fine di entrare nella società dei consumi, nei suoi riti, nei suoi ingranaggi.

Il “mercato delle sigarette” ha favorito la creazione di capitali, di potentati, ha portato alla ribalta numerosi broker para-istituzionali, che, non ancora colpiti (ciò vale ancora di più per l’altra sponda dell’Adriatico), costituiranno probabilmente l’eredità del vecchio sul nuovo corso. e non è detto che questo vi peserà poco: i modi dell’accumulazione originaria rischiano di diventare macigni se non opportunamente criticati, decostruiti, mostrati nella loro iniquità, miopia, rozzezza.

Il contrabbando che si è insinuato nelle viscere delle relazioni economiche e istituzionali ci rivela quello che non vorremmo sentirci dire: quanto sia marcio il cuore dello sviluppo meridionale (e quindi italiano) di questi anni.

Molti hanno pensato che la staticità economica fosse in assoluto il male peggiore e che qualunque cosa avesse contribuito a far girare soldi, a irrorare una sterile economia, potesse essere ben accetto: questa è stata la “zona grigia” (mentale e comportamentale già prima di essere concretamente praticata), funzionale al contrabbando tanto quanto la disoccupazione delle periferie. Molti si sono beati dei vantaggi di questa corsa monca e distorta: come invertire, adesso, la tendenza? Come creare dei circuiti virtuosi laddove per decenni abbiamo lasciato che il vizioso, il malfunzionante divenisse la regola sociale, l’unico spazio possibile per l’esistenza di tanti, troppi individui?

In un’epoca in cui quanto accade solo pochi mesi o pochi anni prima diviene già passato remoto, un passato semplificato e mitigato, è doveroso ricordare quanto a lungo abbia funzionato ciò che così in fretta si vuol far dimenticare (e come in parte esso continui a funzionare). Tanto più che una parte delle disfunzioni sociali permangono tutte: risucchiate dal progresso, da uno “sviluppo sicuro e promettente”, ma pur sempre presenti in questo altalenante nuovo corso.

A ben vedere, è rimasto molto poco del concetto stesso di Sud in quello che abbiamo detto finora.

Siamo sempre più inseriti in dinamiche sovranazionali: nel bene e nel male è al rapporto con l’immediato est e con il Mediterraneo che dobbiamo guardare.

Finora non siamo stati in grado di farlo in modo accettabile: nel XXI secolo ogni strada da percorrere sarà in salita, soprattutto per coloro i quali vorranno contrastare, per quanto possibile, leggi e meccanismi sempre più iniqui, ottusi, devianti, controproducenti, delittuosi. Per nulla “normali”: cosa che molti, invece, vogliono sentirsi dire.


La foto in copertina di Alessandro Leogrande è di Ornella Orlandini per “Nostra Patria è il mondo intero” qui link

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