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Breve storia dell’attivismo post-2000, dai corpi in strada agli avatar sulle reti

Da pochi giorni è in libreria l’ultimo saggio di Marco Mancuso, Intervista con la New Media Art (Mimesis), da cui pubblichiamo l’intervento di Bertram Niessen. Il libro sarà presentato oggi da Combo a Torino alle 19.00. I proventi del libro saranno donati per le ricerche sugli effetti clinici e sociali del Covid-19, eseguite presso il Centro di Neuroscienze e neurotecnologie, Dipartimento di eccellenza di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. Per saperne di più visita questo link.

Nel 2001 con un gruppo di artisti, musicisti e attivisti fondammo il collettivo di sperimentazione elettronica otolab. La nostra prima performance pubblica avvenne una settimana dopo i fatti del G8 di Genova. Discutemmo lungamente se iniziarla con una registrazione dell’irruzione della polizia al Media Center della Scuola Diaz. Molti di noi erano a Genova in quei giorni, e i centri sociali erano il nostro ambiente “naturale” di riferimento. Nel 2004 nello studio di otolab, Marco Mancuso venne a presentarsi con il progetto di un magazine online su tecnologia, arte e design. Sono passati 15 anni dal lancio di Digicult e oggi Marco mi chiede di scrivere un testo su come è cambiato il rapporto tra tecnologia e attivismo. Guardare al 2005 dal 2020 è un esercizio già complicato di per sé che assume tratti quasi onirici in un momento come questo – siamo in piena quarantena per il Coronavirus – segnato dalla rottura di ogni normalità e da un drastico cambiamento nei modi in cui ci rapportiamo con la tecnologia, l’esperienza, le forme espressive e la politica.

In questo senso, la metà degli anni 2000 era un momento strano perché venivamo da un decennio strano, segnato dal ritorno inaspettato dei movimenti sociali in occidente. In Italia nel ’94 era esploso il movimento del centri sociali con centinaia di occupazioni. Era prevalentemente da quella porta che nel nostro paese erano entrati nell’immaginario collettivo modi nuovi di “fare cose” con la tecnologia. A cominciare da nuove musiche basate non più sul classico combo rock chitarra-basso-batteria-voce ma sull’uso di campionatori, drum machines, sintetizzatori, mixer: con anni di ritardo si erano diffusi – anche in Italia, anche oltre le nicchie di appassionati – l’hip hop, il dub, la techno, la drum n’bass. In poco tempo, la principale forma di intrattenimento notturno per giovani di ogni classe sociale era divenuta il dimenarsi nelle notti del weekend al ritmo di musica elettronica. E dove c’era musica elettronica c’erano anche altre tecnologie, allestimenti più o meno consapevoli per il cinema espanso, installazioni variamente post-industriali, sperimentazioni con le luci.

Su scala globale, in occidente le cose stavano cambiando in modo vertiginoso su più piani. Era ormai chiara la direzione della transizione verso una società post-fordista, basata non più sulla produzione industriale ma sul terziario avanzato, su un’economia immateriale finanziarizzata influenzata dai flussi e dal general intellect. Di anno in anno cresceva esponenzialmente l’accesso ad una rete sempre più veloce – da casa, da lavoro, da scuola, dall’università – e i prezzi per l’informatica di consumo crollavano. Mandare mail, cercare testi su Internet, usare programmi di media editing iniziava ad essere alla portata di molti, se non direttamente, tramite amici o amici degli amici.

Corpi in strada, avatar sulle reti. L’immaginario condiviso era quello di essere tanti pirati, piccoli, molteplici, in lotta contro i colossi, gli stati, le multinazionali.

Era possibile leggere queste trasformazioni su scala globale in mondo prismatico guardando a quello che accadeva in piccolo in Italia, partendo dall’attività di alcuni gruppi di attivisti contigui ai centri sociali. Nel 1998 venne organizzato il primo Hackmeeting italiano al Cpa di Firenze; un appuntamento che divenne annuale segnando generazioni di attivisti tecnologici. Certo, esistevano già nel mondo altri meeting di hacker – a partire dal Chaos Communication Congress tedesco – ma la connotazione strettamente politica e la trasversalità del raduno italiano lo rendevano unico. Quando nel 1999 nacque la rete di centri media indipendenti Indymedia per sostenere le proteste statunitensi contro la World Trade Organization a Seattle, l’Italia fu uno dei paesi più pronti a raccoglierne e tradurne le pratiche sia con i capitoli locali di Indymedia che con gruppi affini come Autistici/Inventati.

Ma una peculiarità tutta italiana era quella di un paese nel quale queste trasformazioni si legavano alla sedimentazione di oltre 20 anni di movimenti, dal ’68 alla Pantera, passando per il ’77 e la stagione antinucleare. Da un lato, cambiava l’uso sociale delle città: le fabbriche se ne andavano, lasciando il posto ad occupazioni che sperimentavano forme alternative di politica, socialità, produzione e consumo. Da un altro, convivevano, si ibridavano e si scontravano pratiche e linguaggi tra occupazioni e gruppi di acquisto, autonomi e hacklab, post-frikketoni e raver, fumatori di cylum e zapatisti, neo-situazionisti e media-attivisti, redskins e associazioni per i migranti. Il collante principale era probabilmente la dimensione subculturale: la sensazione di far parte di qualcos’altro, di avere valori e orizzonti possibili in comune. Sembrava di essere dapperttutto: nelle strade e nelle piazze con le manifestazioni, nelle università e nei capannoni abbandonati, a Seattle e a Porto Alegre, sui primi server indipendenti e all’assalto dei siti delle grandi aziende. Corpi in strada, avatar sulle reti. L’immaginario condiviso era quello di essere tanti pirati, piccoli, molteplici, in lotta contro i colossi, gli stati, le multinazionali.

I 2000 hanno iniziato a rendere tutto più strano e veloce, con l’alternarsi schizofrenico di momenti dell’impossibile e di momenti del possibile. L’impossibile erano cose troppo grandi per essere vere: l’11/9, l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, il massacro di Beslan, il G8 di Genova. Il possibile erano le irruzioni dell’immaginazione nel quotidiano, tra street parade e Mayay da centinaia di migliaia di persone, rave, reti peer-to-peer, critical mass, radio in streaming, media center, hacklab, street tv. Internet sembrava ancora uno spazio di frontiera, e il Do It Yourself la regola della casa.

E poi, intorno al 2005, tutto accelerò ancora. La coniazione del termine Web 2.0 viene fatta risalire al 2004, e l’implementazione di molte delle sue tecnologie chiave agli anni immediatamente successivi. Nel giro di pochissimo tempo si passò dai siti personali ai blog, dai vecchi sistemi di content management ai wiki, dalla stickiness (il tentativo di trattenere gli utenti sul singolo sito) alla syndication (la possibilità di fruire gli stessi contenuti attraverso canali diversi), dai siti chiusi ai social network. Se si interseca questo mutamento con la diffusione della banda larga e con l’arrivo sul mercato degli smartphone (l’iPhone arrivò sui mercati nel 2007, facendo detonare la concorrenza) è facile capire come tutto cambiò in pochissimo tempo dal punto di vista delle aspettative di un’utenza media i cui numeri continuavano ad aumentare: non più solo “esploratori” o “fruitori”, ma anche e soprattutto aggregatori, curatori e produttori di contenuti di ogni tipo.

Nel giro di pochissimo tempo si passò dai siti personali ai blog, dai vecchi sistemi di content management ai wiki, dai siti chiusi ai social network.

Fuori, “oltre la rete”, dopo il G8 le cose per i movimenti si facevano sempre più grevi e la repressione in molte città portò allo sgombro di spazi e allo smembramento di collettivi. Non si trattava però solo di conflitto con le autorità. Fu soprattutto una stanchezza generalizzata dovuta alle conseguenze della precarizzazione della carriere; allo scivolamento di molti attivisti nei nuovi segmenti di mercato da working poor del lavoro cognitivo; all’attrazione di città più promettenti come Amsterdam, Berlino e Londra; all’affaticamento per i riti tecnologico-psichedelici del fine settimana, sempre più spesso accompagnati da incidenti; all’accorciamento del ciclo produzione-cooptazione-istituzionalizzazione nel rapporto tra subculture e mercati; al disgregarsi delle subculture stesse in un brodo post-subculturale sempre meno identitario. Fu in qualche modo, un “riflusso soft”, che culminò nella rincorsa alla dimensione privata portata dalla crisi finanziaria del 2007. Ci furono, certo, luoghi e movimenti capaci di concentrare le energie, da L’Onda ai No TAV in Val Susa. Singoli collettivi continuavano a lavorare in modo affiatato e nascevano alcune nuove esperienze. Qualcosa però si era rotto e ben poco riuscì ad andare oltre una stagione o un territorio specifici.

Negli anni ’10 i movimenti sociali che hanno sperimentato con le tecnologie sono stati perlopiù “altrove”: Occupy Wall Street negli Stati Uniti; gli Indignados in Spagna; le Primavere Arabe tra Nord Africa e Medio Oriente. Anche i fenomeni più strettamente mediattivistici – da Wikileaks ad Anonymous passando per i casi di Chelsea Manning e Edward Snowden – quasi non hanno toccato l’Italia. Non che qui non ci siano state importanti mobilitazioni, come la stagione dei Teatri Occupati che ha portato all’occupazione del Teatro Valle e di Macao, Non Una di Meno o più recentemente Fridays For Future. Quella che è mancata è stata piuttosto la diffusione di pratiche radicali specificamente politico-tecnologiche.

Sicuramente in questo ha avuto un peso decisivo il percorso – tutto italiano – del Movimento 5 Stelle: nato come piattaforma populista di contro-informazione che attirava anti-berlusconiani, tecnofili e frange della sinistra “della decrescita”, è rapidamente mutato in un partito dai connotati sovranisti per arrivare poi al governo con un partito di estrema destra. Questa traiettoria ha compresso le energie e sconvolto immaginari, appartenenze e sistemi valoriali al punto che, per qualche anno, i movimenti sono stati in difficoltà nell’affrontare discorsi connessi a democrazia e tecnologia.

Su un altro piano, probabilmente ha giocato un ruolo chiave la “naturalizzazione” della tecnologia nella vita quotidiana, connessa sia alla sua diffusione sempre più capillare che all’avvicendarsi di generazioni che non ricordano più “come era prima”. E in questo sono cambiati anche gli immaginari: nel senso comune, la contro-informazione si è confusa sempre più spesso con le fake news; il potere delle piattaforme tecnologiche come Facebook, Amazon, Google e Apple si è sposato con l’egemonia culturale, economica e politica del neoliberismo su scala globale; ad analisi critiche sempre più raffinate in ambito accademico nei campi del de-colonialismo, dell’internazionalismo, della queer theory e della rapporto tra natura e cultura si è accompagnata una crescente incapacità di tradurle in modo strategico in termini di pratiche politiche diffuse.

Nel senso comune, la contro-informazione si è confusa sempre più spesso con le fake news; il potere delle piattaforme tecnologiche come Facebook, Amazon, Google e Apple si è sposato con l’egemonia culturale, economica e politica del neoliberismo su scala globale.

Eppure, questo 2020 segnato dalla catastrofe globale del Coronavirus può essere un nuovo punto di partenza. Perché la sfida di centinaia di milioni di persone chiuse nelle proprie abitazioni – mentre il sistema sanitario e quello economico stanno ricevendo la peggiore scossa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale – ci spinge a cercare nuovi modi pensare e di agire.

Per teorizzare e mettere in pratica nuove reti socio-tecnologiche di solidarietà locali e globali. Per costruire collettivamente nuovi vocabolari e nuovi modi per trasformarli in azioni. Per rifondare nuove culture, nuovi immaginari e nuove radicalità.