Abitare Venezia, Venezia come metafora. Un dialogo con Axel Vervoordt

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    Con Axel Vervoordt è inevitabile parlare di Venezia: «Amo questa città, ho una casa qui e ci vengo spesso», dice subito con entusiasmo. In realtà, sembra Venezia abitare lui, prima di tutto come metafora dell’altra cosa su cui riflette e indaga da sempre: il tempo.

    Axel Vervoordt tratta il tempo come un materiale quasi fisico, destinato alla manifattura del contemporaneo.

    Nato ad Anversa nel 1947, è collezionista e mercante d’arte, interior designer, curatore e progettista culturale. Il suo debutto avviene nel 1969, quando scopre un vicolo medievale nel centro di Antwerp, dove le case del XV e XVI secolo sono destinate ad essere demolite: le acquista e le rigenera. Da lì la sua carriera e la sua fama mettono le ali.

    May and Axel Vervoordt, photo Sebastian Schutyser

     

    È del 2008 invece la creazione della Axel & May Vervoordt Foundation, che custodisce la collezione di famiglia. E nel 2017 prende vita l’ambizioso progetto di Kanaal: il recupero di un’antica distilleria nel quartiere Wijnegem, a 20 minuti dal centro di Anversa, immerso in un’oasi verde lungo l’Albert Canal. Qui, trasforma gli antichi stabilimenti e i silos un centro residenziale, uffici e spazi pubblici, oltre che luogo pulsante di cultura e arte.

    È infaticabile, Axel Vervoordt: «Sto lavorando con vari artisti, ne cerco sempre di nuovi, curo le collezioni di importanti clienti, viaggio continuamente in giro per il mondo. Insomma, amo questo lavoro», sorride, nel frastuono della BRAFA, la Bruxelles Art Fair. Ma «non ho in mente di realizzare altre mostre», aggiunge quasi mettendo le mani avanti. Si riferisce a quel ciclo di progetti espositivi che a Venezia sono rimasti memorabili, da lui ideati a Palazzo Fortuny tra il 2007 e il 2017. Sei progetti sofisticati e perfetti: “Proportio” nel 2015 gli vale il Best exhibition of the year, nell’ambito dei Leading Culture Destinations Awards, considerati gli Oscar dei Musei. L’intera operazione, osannata da pubblico e critica, è realizzata assieme a Daniela Ferretti, fino a novembre 2019 alla guida del museo veneziano, ora trasformato dalla Fondazione Musei Civici in una casa-museo piuttosto stucchevole. Dunque, Venezia.

    Dopo due anni di pandemia, le città d’arte sono di nuovo prese d’assalto e sembrano più stordite di prima: Venezia è ancora una volta emblematica.

    «Forse dovremmo ragionare su un punto: è una città magica e tutti vogliono venire a vederla, e questa cosa non potrà cambiare mai. In queste settimane c’è molta gente, ma non la calca che si vedeva prima della pandemia, e la Biennale è un vero attrattore di un pubblico di appassionati all’arte. Sì, i turisti continueranno ad arrivare. Poi cala la notte, molti se ne vanno, molti si ritirano e la città cambia e si può assaporare in modo diverso. Quello che mi auguro davvero, è che le grandi navi non attracchino più in città, quello è un turismo che la mette troppo sotto pressione. Ma qualunque cosa succeda, posso dirlo? Resta la più bella città del mondo».

    Venezia ha un rapporto con il suo passato e la contemporaneità molto complicato. Possiamo dire che sia questa la ragione della sua fortuna e la sua maledizione?

    «Non credo sia casuale che una delle più importanti Biennali d’arte contemporanea risieda in una delle più antiche città del mondo. Adoro questa combinazione tra vecchio e nuovo, e questo rende la dimensione contemporanea dell’arte ancora più forte. Credo che qualunque artista contemporaneo sogni di venire a Venezia perché in quel legame tra passato e presente sta una energia molto speciale. Sono convinto che questo sia uno degli aspetti di Venezia che non bisogna cambiare, e allo stesso tempo avverto l’urgenza che la gente che viene qui a visitarla senta più rispetto, che riconosca un aspetto sacro di questo luogo. Ammetto che quello che più amo di Venezia in realtà appartiene al mondo antico: è questo che la rende speciale. E noi che veniamo da fuori, che siamo francesi, belgi, americani, lo avvertiamo ancora di più, sentiamo cioè che Venezia non appartiene solo all’Italia, ma appartiene a un mondo antico a cui tutti ci sentiamo parte proprio perché è così antico».

    Intuition, Palazzo Fortuny, Venezia 2017

     

    E questo spiega perché sia diventata una capitale dell’arte internazionale?

    «Sì, è davvero una capitale dell’arte. Ma c’è una differenza con altre città, grandi città che sono altrettante capitali dell’arte: qui, quando finisce la Biennale, che ormai dura più di sei mesi, Venezia si svela come una capitale dell’arte antica, sfoggia dipinti e edifici, e si mostra soprattutto come capitale dell’architettura, o meglio, delle architetture»

    Anche Venezia non resterà indenne ai cambiamenti veloci che stanno investendo il mondo dell’arte: le dinamiche di mercato, la sensibilità dei visitatori, le strutture di musei e gallerie. Cosa sta succedendo? 

    «Il mondo dell’arte cambia continuamente. C’è una evoluzione permanente. Credo che l’arte contemporanea resti oggi una fonte di ispirazione per tanti, perché permette di misurare l’evoluzione del mondo. E penso che gli stessi artisti siano i protagonisti dei cambiamenti che viviamo e ci mettano a disposizione una quantità di nuove idee. Qui sta l’importanza di quello che chiamiamo “arte”: sono molto convinto di come l’arte influenzi la società e i suoi cambiamenti. Si può dire che la grande arte esprima le intuizioni che gli artisti sentono prima che succedano le cose. È per questo che l’arte contemporanea è così preziosa e perché le persone vogliano essere circondate da grandi artisti».

    Anish Kapoor At the Edge of the World ©Jan Liégeois

     

    Dunque, come possiamo immaginare una galleria o un museo del futuro?

    «Credo che vedremo sempre più musei che mescolano arte antica e contemporanea. Credo che l’una renda l’altra più forte. E’ una tendenza che mi interessa molto, ovviamente, soprattutto perché sono davvero convinto che l’arte sia senza tempo. La mia prima mostra a Venezia nel 2007 si intitolava proprio “Artempo”. Forse dipende dal fatto che non mi piacciono i musei che mettono in mostra solo arte antica o solo contemporanea. Mi piace pensare a un bel Fontana vicino a un magnifico Botticelli, mi piacere pensare al dialogo tra i due».

    Dobbiamo ripensare alla nostra idea del tempo in senso non lineare, ma interrotta e riconnessa?

    «Esattamente. E quella linea si riconnette solo con la spiritualità del lavoro. Alla fine, ci rendiamo conto che tutte le cose ritornano, tutte ritornano in un modello differente e con una diversa immagine. È estremamente interessante osservare come la stessa idea, quando si ripropone con un’immagine differente e in un tempo distinto, riescano ad aprire un dialogo. È quello che ho tentato di dimostrare nel corso di tutta la mia vita».

    Proprio il tempo sembra il vero protagonista dell’intero ciclo di mostre da lei realizzato, assieme a Daniela Ferretti, a Palazzo Fortuny, pur approcciandolo da punti di vista diversi.

    «È proprio così. Il tempo, sì, è stata la bussola. Ogni esposizione ruotava attorno a un concetto, una sorta di tema. “Artempo” (2007) è diventato “Infinitum” (2009); il non finito è diventato “Tra” (2011), l’energia che c’è tra le cose, ciò che non vedi ma che senti. C’è stato un omaggio, “Tàpies. Lo Sguardo dell’artista” (2013), che preparava “Proportio” (2015) e infine “Intuition” (2017). A quel punto con Daniela Ferretti, ci siamo detti che era l’ultima ed è stato un modo davvero bello di chiudere il ciclo. Ma la cosa importante è che ogni volta ci prendevamo un anno di tempo per progettare, discutere, incontrare artisti, scienziati, accademici, filosofi per mettere a fuoco il tema, assorbirlo e sviscerarlo noi stessi. Credo sia stata quella la forza delle mostre che abbiamo realizzato: il processo, la cura. Ma c’è un’altra cosa».

    Proportio, Palazzo Fortuny, Venezia 2015

     

    Cosa?

    «È il porsi al di là del tempo, ai bordi del tempo. Tutti noi cerchiamo sempre cose fuori dal tempo e credo che dovremmo considerare ogni cosa contemporanea, anche quella più antica: ciò che le definisce contemporanee è il dialogo che stabiliamo con le cose. Il tempo è ciò che esiste già, è ciò che riutilizziamo costantemente. Trovo interessante pensare che siamo nel XXI secolo e dobbiamo riutilizzare materiale che è già stato utilizzato una e una volta ancora. Credo dovremmo dare più valore a tutto questo: non c’è niente di buono nell’idea di ricominciare ogni volta, pensando di aver trovato qualcosa di nuovo. Perché quel tempo è già presente persino nelle opere contemporanee. Questa è l’arte del tempo, l’arte del cambiamento del tempo».

    C’è una mostra a Venezia che trova interessante, da questo punto di vista?

    «Beh, penso non a caso al lavoro di Daniela Ferretti a Palazzo Grimani, per la Fondazione dell’Albero d’Oro, cui ha collaborato mio figlio Boris. La mostra di Bosco Sodi è magnifica. Ed è una situazione win-win: il palazzo è ancora più bello con le opere che lo abitano, e allo stesso tempo i lavori dell’artista si nobilitano ancora di più all’interno di quell’edificio. Entrambi ne escono più forti».

    4. Kanaal_ Karnak with Bosco Sodi balls.tif

    A proposito di antiche residenze: le istituzioni sono spesso tentate di trasformarle in case-museo.
    Eppure, la gran parte delle case-museo finisce per assumere un’atmosfera molto kitsch o diventa un dispositivo che manipola apertamente il visitatore. Cosa significa oggi, nel XXI secolo, fare una casa-museo?

    «È un rischio che vedo sempre anch’io. Credo che le case-museo dovrebbero vivere sé stesse nel modo più generoso possibile. Diventano un problema quando assomigliano troppo a un museo, con tutte le cose ferme e inerti. Credo che una casa-museo dovrebbe essere capace di vivere, dovresti sentire vita dentro quegli spazi. Se senti solo morte, se senti di essere in un obitorio, vuol dire che non funzionano. Quando l’ambiente è mortifero e di cattivo gusto, allora diventa terribile la visita. Tutto ruota attorno all’energia positiva, quando un luogo trasmette serenità ed equilibrio, quando è calmo e forte allo stesso tempo. Ce n’è uno in Antwerp che amo molto, la casa degli stampatori Plantin & Moretus: risale al XVI secolo, ci sono ancora le macchine, ma ha un approccio molto innovatore, le luci sono molto buone, non troppo forti, e mi piace molto l’atmosfera. Un altro esempio è il Museo Morandi, oggetti e opere molto equilibrate. Ecco, una casa-museo trova un senso solo se riesce ad esprime serenità e forza insieme».

     


    Immagine di copertina: Kanaal overview from Canal

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