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È ancora possibile un pensiero felice?

Avevo diciotto anni nel 1968. Ero iscritto al primo anno di Filosofia all’Università di Bologna. Partecipavo alle riunioni del movimento, parlavo con gli amici e i compagni di quel che accadeva nel mondo: la guerra in Vietnam, l’offensiva del Têt, le insurrezioni studentesche, le rivolte nere in America ecc. Ero abbastanza informato, leggevo i giornali e le riviste.

Eppure non riesco a ricordarmi di aver mai parlato con qualcuno di una questione che ho scoperto solo recentemente: la pandemia che esplose nel luglio di quell’anno. Pur avendo una discreta memoria non posso farmi venire in mente nulla sul virus H3N2, conosciuto anche come Hong Kong flu. Eppure non si trattò di un piccolo incidente nella storia dei contagi virali: l’Hong Kong flu è considerata dagli epidemiologi la terza pandemia, nel corso del Novecento, per letalità e diffusione, dopo la Spagnola del 1918-20 e l’aids che iniziò negli anni ’80 e per cui non si è ancora trovato un vaccino.

 

Secondo l’Enciclopedia Britannica, “la Hong Kong flu fu una pandemia che iniziò nel 1968 e durò fine alla fine del 1969, uccidendo tra un milione e quattro milioni di persone”. Tra uno a quattro milioni, e non sapevo nulla. La pandemia non comparve nelle discussioni tra le persone che frequentavo, e se compariva sui giornali non aveva la prima pagina. Il primo contagio si manifestò il 13 luglio a Hong Kong. Alla fine del mese il virus si diffuse a Singapore e in Vietnam. In settembre aveva raggiunto l’India, le Filippine, l’Australia e l’Europa. Poi le truppe di ritorno dal Vietnam lo portarono in California e alla fine dell’anno arrivò ad avere una diffusione assai ampia in tutti gli Stati Uniti, dove morirono ufficialmente più di centomila persone.

E io non ricordavo niente di questa storia. Cambiamo lo scenario: 2020-21. Non c’è stato un solo giorno di questo anno in cui la pandemia da Coronavirus non sia stata il primo argomento di discussione dei media, delle chiacchiere quotidiane, del dibattito politico. Ogni conversazione più o meno finisce per girare intorno a questo tema, alle paure che suscita, alle misure di contenimento. Il virus è l’attore principale del mediascape. Più il tempo passa più l’attenzione dei media si fa invadente, continua, allarmante, come se qualcuno avesse interesse ad alimentare il panico.

La tv mostra continuamente scene di gente sull’ambulanza e dottori con la mascherina, decine di siringhe, fiale, iniezioni sul braccio destro e su quello sinistro vengono esibite all’ora di pranzo e all’ora di cena. Innumerevoli diari sono stati scritti, miliardi di talkshow televisivi trasmessi. La nostra vita è cambiata in molte maniere: lunghe quarantene, distanziamento sociale, una ristrutturazione forzata della prossemica. In febbraio sbalordivo a vedere le foto di una città cinese di sette milioni di abitanti in lockdown, ma poche settimane dopo l’Italia chiudeva in casa tutta la popolazione, con l’eccezione degli “indispensabili”.

L’infosfera è stata saturata dal virus, e l’info-virus ha lentamente penetrato la psicosfera, infettando l’inconscio collettivo secondo linee che scopriremo lentamente nel tempo. Lasciamo da parte quel che accade nelle sfere dell’economia, della tecnologia e della geopolitica per effetto della pandemia, e volgiamo lo sguardo alla sfera mentale: cosa sta accadendo, e cosa accadrà, nella mente collettiva, nell’inconscio? E perché l’attenzione del genere umano è stata catalizzata così completamente dal bio-info-virus? Perché abbiamo reagito in maniera così diversa da come reagimmo nel 1968? So che la Hong Kong flu si diffuse prima del turismo di massa, dei voli a prezzi ridotti e della globalizzazione avanzata delle merci.

La differenza principale nella percezione sociale del contagio forse sta qui: nel 1968 la circolazione di uomini e merci era enormemente meno intensa e rapida che oggi. È una risposta, lo ammetto. Ma non mi basta. Voglio capire qualcosa di più della diversa percezione sociale di due contagi non troppo differenti. Sto toccando un tasto delicato e politicamente ambiguo, e non voglio essere frainteso.

Il contagio ha catalizzato nella percezione collettiva una serie di processi catastrofici che si andavano svolgendo da tempo

La mia intenzione non è affatto negare l’esistenza e la pericolosità del virus. Né intendo unirmi alle proteste libertario-economiciste che reclamano la libertà di non portare la mascherina e la libertà di costringere la gente a lavorare in fabbriche affollate e in condizioni pericolose. Non è questa la mia questione. Cercherò allora di definire il mio problema proponendo un concetto che sta a metà tra la psicologia cognitiva e la teoria della comunicazione. Propongo di mettere insieme tre parole: spettro emozionale dell’attenzione. Ipotizziamo che l’immaginazione sociale (la capacità di visualizzare mentalmente scenari, possibilità, minacce) si formi all’interno di questo spettro e dipenda dal materiale immaginario che elaboriamo quotidianamente nel navigare l’infosfera. Ciò che cade fuori dallo spettro non lo vediamo, oppure lo vediamo confusamente. L’attenzione non mette a fuoco quell’oggetto, perché altri oggetti occupano lo spettro emotivamente motivato dell’attenzione.

E allora mi chiedo: che materiale immaginario ha saturato il nostro spettro nel secondo decennio del XXI secolo? Quale differenza c’è tra lo spettro attuale e lo spettro su cui ci sintonizzavamo nel 1968? Lo spettro emozionale dell’attenzione è da tempo sovraccarico di flussi depressivi, e tendiamo a reagire emotivamente a quegli eventi che confermano quel che ci aspettiamo. La mente depressiva si autoalimenta, e un evento come il contagio non poteva che sovreccitarla. L’estrema sensibilizzazione della mente collettiva al virus indica anche una svolta nella prospettiva: ci stiamo sintonizzando con la prospettiva dell’estinzione. Bisogna pur chiedersi perché l’epidemia di Spagnola, che provocò un’ecatombe calcolata tra i cinquanta e gli ottanta milioni di morti, ha lasciato una traccia così flebile nella memoria collettiva. Non ci sono romanzi importanti sull’epidemia del 1918-20, a mia conoscenza, né sono noti diari di quella pandemia, mentre ci sono cento opere importanti dedicate alla Guerra Mondiale.

Per quanto la pandemia di Spagnola abbia ucciso più persone che il conflitto armato, lo spettro emozionale era invaso dalla violenza senza precedenti della guerra, e del nazionalismo che l’aveva alimentata e che dopo la guerra riemerse sempre più aggressivo fino a consolidarsi nelle dittature di Mussolini e di Hitler. La ricezione dell’evento pandemico venne filtrata dall’effetto emotivo e cognitivo della carneficina, delle trincee, delle bombe, dei gas venefici.

Dobbiamo cercare di comprendere il senso della focalizzazione ossessiva sul Covid-19: al di là della sua effettiva pericolosità per la vita e per la salute, il contagio ha catalizzato nella percezione collettiva una serie di processi catastrofici che si andavano svolgendo da tempo, e soprattutto ha reso concretamente immaginabile una prospettiva del collasso definitivo della civiltà umana, o dell’estinzione.

Uno dopo l’altro si sgretolano gli equilibri fragili su cui si fondava la normalità del capitalismo neoliberale

Da anni l’immaginazione del futuro è così dipendente dall’immaginario irradiato dall’infosfera che l’inconscio collettivo era preparato all’implosione. Invece venne l’esplosione convulsiva dell’autunno 2019, quando il corpo planetario si mise a vibrare da Santiago a Hong Kong a Barcellona a Quito. La mente collettiva si trovò allora nella condizione di attendere il collasso come unica via di fuga. Poi vennero quelle foto da Wuhan, un po’ virate al verdino, con quelle strade deserte e quegli infermieri vestiti come venusiani. Le antenne nervose sintonizzate sullo spettro emozionale dell’attenzione intesero il contagio come l’annuncio del precipitare dei processi convulsivi in corso.

E questo è quel che in effetti sta accadendo: uno dopo l’altro si sgretolano gli equilibri fragili su cui si fondava la normalità del capitalismo neoliberale. Dato che l’attenzione si è concentrata sul virus, e sul distanziamento necessario per evitarlo, siamo presi in una specie di doppio vincolo: o rinunciamo al piacere della tenerezza del corpo carezzevole e sensuale, o ci trasformiamo in potenziali portatori di malattia, e forse di morte. Che l’altruismo etico ci stia portando verso un isolamento an-empatico?

Forse stiamo minando la dinamica profonda dell’empatia per motivi di responsabilità etica? Quale traccia psichica sono destinati a lasciare il distanziamento sociale e la sensibilizzazione alla pelle altrui? Quanto a lungo saremo obbligati a essere cauti, a evitare lo scambio di saliva? Può l’erotismo convivere con la cautela? Può la cortesia sopravvivere se l’erotismo si paralizza? Può la civiltà umana sopravvivere senza la cortesia? Non ho risposta a queste questioni tremende che disegnano il nuovo orizzonte. Quel che so è che in questo orizzonte, che da tempo si nascondeva alla nostra vista e che la pandemia ci ha rivelato, dobbiamo cercare di rispondere a due domande: la prima è se sia possibile dissipare la prospettiva dell’estinzione, quando i processi di soggettivazione si svolgono all’ombra della depressione o dell’autismo.

La seconda è la domanda più difficile: è possibile un pensiero felice nell’orizzonte dell’estinzione? Non si tratta di una domanda puramente filosofica. È una domanda di grande urgenza esistenziale, ed è una domanda densa di implicazioni politiche. “È possibile vita felice nell’orizzonte dell’estinzione?” è la domanda cui ogni essere umano ha sempre dovuto rispondere, dal momento che l’estinzione è una certezza dell’esistenza umana individuale. Ma ora quella domanda non si pone sul piano individuale, perché riguarda il genere umano nella sua totalità.