Tutto è imprevisto e imprevedibile: non resta che progettare e andare oltre, in velocità

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    Pubblichiamo un estratto dalla conversazione tra Andrea Branzi e Claudio Larcher contenuta nel volume Disegnare un cucchiaio per cambiare la città di Claudio Larcher e Valentina Dalla Costa, pubblicato da Quodlibet

    Claudio Larcher: Un progetto ormai è talmente veloce che passa subito, invece un libro rimane ed è una fotografia del momento che viviamo. I grandi maestri hanno sempre progettato e teorizzato, invece oggi si progetta e basta.

    Andrea Branzi: Questo ha anche i suoi vantaggi, e poi corrisponde ai tempi attuali.

    Claudio Larcher: Però quello che accade oggi, è che i designer progettano, e dopo qualche anno intervengono i teorici, mettendo nero su bianco quello che è stato fatto anni prima, e quindi è già appartenente alla sfera del passato. Questa pubblicazione vuole invece fermarsi e guardare, cercando di capire cosa stiamo facendo noi oggi. Un libro che parla del presente, non di quello che accadde qualche anno fa.

    Andrea Branzi: Io ho scritto molti libri, ma non ne ho letto nessuno. Una volta fatto, chiuso e archiviato, per me era cosa risolta. Non ho mai letto un libro di storia dell’architettura o di storia del design. Li ho solo scritti.

    Claudio Larcher: Mi piace una tua frase, presa da una conferenza, in cui dici che i progetti oggi sono definiti da microsistemi che intervengono nelle dimensioni intersteziali. Ed è positivo, lavoriamo sul piccolo per poi condizionare il sistema più grande e complesso. Partendo da qui, qual è la tua visione del progetto oggi? Come lo vedi e quali sono le sue caratteristiche?

    Andrea Branzi: Viviamo una situazione molto interessante, nonostante ci siano visioni critiche e un’attesa perenne verso cambiamenti significativi. Non c’è più nessun tipo di continuità nel progetto, che è diventato risultato di un’attività autonoma e indipendente. I progetti restano episodi limitati, senza un tessuto che sia in grado di connetterli.

    Questa è una condizione apparentemente di crisi, però rappresenta anche il massimo dell’indipendenza e dell’imprevedibilità.

    Non sappiamo più perchè e cosa dovremmo progettare domani

    Non sappiamo più perchè e cosa dovremmo progettare domani, non dobbiamo risolvere chissà quali problemi, ma aspettare incontri imprevedibili e spontanei. Apparentemente questa condizione affascinante è uno stato di profonda crisi, ma solo dalle crisi vengono fuori delle novità. Non si può immaginare che oggi si possa identificare una struttura di supporto riconoscibile…

    Quelli a cui assistiamo, sono eventi che domani o domani l’altro non esisteranno più. Per questo motivo una volta fatti, visti, vissuti e assimilati, non ci devono più riguardare. Non esistono più, e per questo serve passare oltre in velocità.

    Claudio Larcher: Ma potrebbero essere comunque incasellabili?

    Andrea Branzi: Non serve. Non serve secondo me. Un tempo il design aveva una sua continuità nel tempo e negli eventi, oggi non c’è più.

    Claudio Larcher: Come ti immagini questa situazione, in previsione del futuro?

    Andrea Branzi: Non mi interessa. Passato e futuro sono categorie non utilizzabili. L’unica presenza è il presente continuo; il passato e il futuro non possono essere considerabili.

    Claudio Larcher: Nel libro si parla di sinergie tra persone e progettisti. C’è possibilità di creare una rete, una rete eterea che non è reale a volte, perchè non è tangibile, ma di fatto esiste. Nel progetto questa connessione si instaura sempre, perchè c’è una relazione. C’è potenzialità oggi, per poter creare qualcosa di condiviso?

    Passato e futuro sono categorie non utilizzabili. L’unica presenza è il presente continuo

    Andrea Branzi: Nel presente ci sono relazioni, ma anche assenze di relazioni. Non è un sistema di relazioni permanenti che hanno continuità nel tempo, si tratta invece di pacchetti di interventi e poi vuoti che seguono altre logiche e altre conoscenze.

    Così come nella sociologia e nella società contemporanea. Nulla è mai per sempre, ma questo costituisce una continuità allo stesso tempo. Questo vuoto alla fine diventa un pieno costituito da vuoti, come le pagine di un libro.

    È un periodo molto difficile perchè è tutto troppo semplice e semplificato, ma anche molto stimolante, molto nuovo, molto definito, anzi super definito.

    Questa dimensione è cresciuta e si è definita grazie a tutto un universo visivo potentissimo. Difficile attualmente che circolino idee e nozioni, possono intervenire ma per breve periodo, tra due momenti vuoti. E questa, io la trovo una condizione molto stimolante e attuale.

    Claudio Larcher: Partendo da questa condizione e sensazione di incertezza, dovremmo però forse avere delle idee chiare e precise, che hanno un’inizio e una fine?

    Andrea Branzi: Secondo me esiste solo l’inizio, la fine non c’è mai. Io penso al mio lavoro, non ad altro. E nel mio caso l’idea nasce, vive, ma non mi preoccupo della sua fine. In quel che ho fatto io, ci sono degli avvii e poi basta. Come ho sempre ripetuto in aula in univer- sità, io non penso di aver nulla da insegnare. C’è solo da imparare autonomamente da quel che è stato fatto.

    Claudio Larcher: Questo è un grande tema, su cui mi interrogo da tempo e su cui ho anche scritto in passato. Pensi si possa insegnare il design?

    Andrea Branzi: Non serve insegnarlo, quanto invece è fondamentale impararlo. Con gli studenti ho sempre affermato un principio molto elementare. Non chiedo a loro di apprendere qualcosa, ma al contrario sono io che da loro ho solo da imparare.

    Lo studente… che poi, anche questa parola andrebbe rivista… ma comunque, lo studente non è una persona che si forma in rapporto alla struttura mentale del professore, anzi è un tipo di presenza a cui io pongo solo delle domande. Questo devo dire che funziona, lo studente deve fare delle cose e inventarsele, non aspettare che sia io a dire cosa deve fare. Così si stimola la creatività.

    È un periodo molto difficile perchè è tutto troppo semplice e semplificato

    I giovani in università indagano il vuoto e delle disposizioni di lavoro imprevedibili; lo studente è uno che insegna, non ha niente da imparare.

    Claudio Larcher: Da sempre io lo vivo come uno scambio, di esperienze e di saperi. Altrimenti sarebbe noioso anche l’insegnamento.

    Andrea Branzi: In generale gli studenti si rompono le scatole, perchè c’è sempre ancora l’idea che c’è qualcosa da prendere, assimilare e imparare, rispettando tutta una serie di regole e modelli imposti da una formazione pedagogica che ormai è una struttura vecchia. Quando poi si trovano a dover lavorare, si trovano davanti un mondo che è cambiato, perchè mentre studiano il presente è già cambiato. E quindi sì, c’è uno scambio, non un insegnamento uni- laterale e basta.

    Claudio Larcher: Altro tema che viene fuori dal dialogo creato tra i progettisti protagonisti del libro, è la questione dell’etica. Il progetto può essere portatore di un messaggio etico?

    Andrea Branzi: Oggi non abbiamo strutture di riferimento solide, non possiamo pensare che sia conquistabile una dimensione di certezze e valori etici che si fissi nel presente, perchè poi tanto tutto questo ha una breve durata, non avendo strutture di riferimento solide. Le manifestazioni legate al design etico sono tutti eventi indipendenti tra loro, che non si possono confrontare e quindi valorizzare.

    Claudio Larcher: Se un’azienda che produce armi ti chiedesse di disegnare il suo nuovo revolver, che posizione prenderesti rispetto a questa cosa? Questa è un’esagerazione per assurdo, ma è un discorso legato anche alle grandi aziende. A volte il nostro atteggiamento e la nostra presa di posizione ha conseguenze determinanti, in positivo o negativo. È giusto seguire una propria presa di posizione, o il mercato?

    Andrea Branzi: Non so quale sia la soluzione, io davvero non lo so. Tutto è raggiungibile, ma alle aziende che negli anni mi hanno chiesto qualcosa che a me non andava di fare, ho sempre detto di no. Si può anche dire non mi interessa. Sai che penso? Che oggi ci sono tante domande, ma nessuna risposta che dia davvero sicurezza.

    Il moderno è un tipo di enigma, non uno specchio su cui costruire relazioni e certezze

    Claudio Larcher: Meglio allora non dare risposte…

    Andrea Branzi: O proporre invenzioni che non coincidono con delle risposte.

    Claudio Larcher: Il ritorno al sociale, a quello che viene chiamato Umanesimo, al lavoro sul quartiere, su un’area di intervento ristretta e limitata, potrebbe essere una via? Può essere un atteggiamento contemporaneo rispetto all’idea del progetto?

    Andrea Branzi: Sì, certo. È una parte di intuizione e di creatività, si deve però sempre sapere e pensare che quello in cui siamo è uno stato relativo delle cose, e non risolutivo. Poi la tendenza a voler tornare a una scala più piccola è un atteggiamento verso se stessi, non verso gli altri… Non ho mai capito bene cosa possano gli altri apprezzare o attendersi da me, perchè il nostro lavoro è sempre una riflessione su se stessi.

    Di certo è una forma di modernità; il moderno è un tipo di enigma, non uno specchio su cui costruire relazioni e certezze. La posizione che sto descrivendo è la peggiore che si possa prospettare per l’umanità: sapere di non sapere, una condizione scientifica in cui si passa dall’essere burattini alla reazione neo-punk. Però in mezzo c’è il nulla, un vuoto. E proprio questo è il potenziale su cui lavorare.

    Note