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Non saper visualizzare è non saper comprendere: la critica sociale attraverso il design

Nella galassia delle opinioni e delle informazioni in cui ci muoviamo quotidianamente, sono di sicuro diverse le persone che hanno “imparato” a operare, per quanto è concesso loro, una qualche forma di verifica delle fonti e di contestualizzazione del discorso dentro cui queste informazioni sono incardinate.

Ma se le parole di questo o quell’esperto (pensiamo solo al dibattito sul Coronavirus) si trovano spesso – giustamente – impelagate nei flussi viscosi del dubbio e delle verifiche di attendibilità, un po’ meno soggetti a questa attenzione critica sono i dati, specialmente quelli che ci vengono sottoposti attraverso il fascino della visualizzazione grafica, dall’immancabile diagramma giornaliero che ci mostra come procede la curva dei contagi/ricoveri/morti, alle cartine dell’Italia con le gocce rosse che si dilatano a segnare le zone in cui si registrano i maggiori focolai.

Dati e informazioni che, attraverso queste rappresentazioni, ci giungono sotto forme apparentemente più oggettive e “scientifiche”, ma che sono anch’essi fortemente orientati e la cui pretesa neutralità nasconde spesso le criticità che si muovono nell’ambito rappresentato.

Mappe e infografiche non veicolano infatti una conoscenza oggettiva, ma con approcci disciplinari differenti ci si chiede piuttosto da un po’ di tempo se si possa provare a evitare questa percepita neutralità per mettere in evidenza la conflittualità insita nei vari aspetti della realtà.

È un piccolo e prezioso librettoDesign & Conflitcts – uscito per Krisis Publishing e curato da Andrea Facchetti a fare un primo, ma essenziale, punto italiano sul dibattito attorno alle possibilità di posizionarsi criticamente nei confronti della realtà sociale attraverso il design, ambito nel quale le pratiche dell’information design, della visualizzazione di dati e delle interfacce sono esempi evidenti della sua capacità di orientare e modificare comportamenti e relazioni, della sua, in fondo, dimensione politica.

Un dibattito che si è prevalentemente svolto in lingua inglese e di cui questo volume, che si preannuncia come il primo di una serie, raccoglie in traduzione alcuni dei contributi più significativi apparsi in questi ultimi anni, a partire dal fondamentale lavoro di John Harley, “padre” di quella critical cartography che è alla base di molte riflessioni qui contenute.

Sviluppatasi a partire dagli anni Sessanta, per poi trovare tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento il suo sviluppo teorico più compiuto, la cartografia critica ha posto lo studio delle mappe su un terreno in cui il loro situarsi all’interno di specifiche relazioni di potere – ambito che Harley ha analizzato in modo accurato e originale nel suo evolversi storico – consente di non considerarle più dei semplici documenti scientifici neutrali, ma piuttosto come costruzioni culturali in cui ciò che rimane invisibile assume importanza pari, se non maggiore, di ciò che possiamo visualizzare.

Non è un caso che il saggio di Harley incluso qui si chiami Silenzi e segreti e esamini, a partire dalle mappe prodotte nel 1500 e ricollegandosi al concetto di episteme formulato da Foucault, ciò che dalle mappe veniva omesso e come queste omissioni facessero parte di un preciso disegno di tipo politico orientato all’acquisizione (o al mantenimento) del potere.

Attraverso vari esempi Harley ci racconta come la censura del “segreto” avesse, a seconda dei casi, una ragione di tipo strategico/militare oppure commerciale, ragioni che spiegano anche l’apparente paradosso per cui proprio quando la stampa iniziava a facilitare la diffusione dei dati cartografici, di alcune mappe esistessero solo pochissime copie. Ma anche i silenzi “involontari”, che nascono da un lato dalla standardizzazione del segno, che acquista in chiarezza e astrazione senza dare conto del carattere del territorio, dall’altro dalla legittimazione di uno status quo politico e sociale, sia attraverso il silenzio toponomastico sulle popolazioni assoggettate che cancellando l’unicità di un paesaggio in favore di una rappresentazione stereotipata.

Il contributo di Jeremy Crampton analizza poi la genesi storica e il ruolo svolto dalle pratiche di mappatura e dal Geographic Information System all’interno delle politiche di sorveglianza e sicurezza. Partendo dalla Francia dell’Ottocento e dall’uso delle mappe statistiche per mantenere l’ordine sociale, l’autore descrive poi come il concetto di sicurezza si affermi attraverso le razionalità della disciplina e del biopotere (anche qui c’è il faro Foucault a illuminare), per giungere alla mappatura del crimine e alla pervasività di una sorveglianza in conflitto con i diritti civili e di privacy.

Nell’ambito dell’information design il volume si affida a due intensi contributi di Johanna Drucker e Peter Hall, autori in grado di ripensare l’approccio verso tecniche che, anche a causa della strabordante diffusione in ogni ambito – anche scientificamente inattendibile – di questi strumenti, richiedono una ridiscussione delle regole di progettazione e la necessità che la natura parziale e costruita della conoscenza sia trasparente e dichiarata.

Drucker e Hall si muovono in questa direzione partendo l’una da un punto di vista umanistico (l’idea che ogni forma di conoscenza sia situata la porta a elaborare il concetto di capta contrapposto a quello di data), l’altro da una prospettiva critica che lo spinge a analizzare l’importanza crescente di mappe, grafici e diagrammi, muovendosi verso posizioni che problematizzano l’information design così come la cartografia critica ha cambiato il pensiero riferito alle mappe.

Questi quattro contributi, già particolarmente articolati e profondi, sono tenuti insieme nel volume – ed è questo un pregio di visione del curatore – da due testi introduttivi che aiutano a incardinare la riflessione all’interno di una più ampia prospettiva politica, in particolare quella che si sviluppa attorno al concetto di conflitto.

I brevi saggi della politologa belga Chantal Mouffe e del designer americano Carl DiSalvo forniscono così da subito alla lettrice o al lettore  una stimolante cassetta degli attrezzi nella quale, tra le cose più utili, troviamo le distinzioni tra la sfera delle politiche (strutture e meccanismi che servono per governare) e quella del politico (la dimensione antagonista e conflittuale di ogni società democratica) e quella, analoga, tra design for politics e political design, con quest’ultimo in grado di far emergere possibili nuove rappresentazioni delle problematiche sociali.

Eccolo il “conflitto” del titolo del libro. La possibilità di visualizzare il carattere conflittuale di un determinato problema fornisce la possibilità di intervenire sulle sue condizioni di possibilità per modificarle o ridefinirle anche in relazione a nuovi aspetti altrimenti esclusi dal discorso.

I testi raccolti aprono così non solo a una critica applicata al progetto che diventa formidabile strumento di ripensamento del design, ma anche a una consapevolezza maggiore nel richiedere che l’evidenza che i linguaggi visivi non possono essere ridotti alla sola funzione informativa, ma contribuiscono a costruire socialmente la realtà, si traduca in pratiche di visibilità delle condizioni di possibilità e dei conflitti sottostanti.

Perchè, come ricorda bene Facchetti nell’introduzione, citando James Bridle “il nostro non saper visualizzare è anche un non saper comprendere”.