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Dal godimento all’esistenza: l’apertura dello scarto

Il godimento è così rischioso da pensare in quanto, spezzando la sua sinonimia con il piacere, aprendo uno scarto nei suoi confronti e avventurandosi in un aldilà non più predefinito, non trovando nemmeno più un termine cui opporsi, si espone alla contraddizione. Ma proprio della non-contraddizione abbiamo fatto, a partire dai greci, l’assioma fondamentale della ragione.

Ciò spiega come il godimento obblighi il pensiero a rischiare e ad avventurarsi al di fuori del proprio quadro logico rendendolo immediatamente incerto. Affermando la “pienezza” del piacere, il godimento rende sospetta quella stessa pienezza: portando il piacere al limite, rende percepibile la fragilità di quel limite che lo separa dal suo contrario; affermando la propria completa attualità lascia trasparire, al contempo, la sua impossibilità, non rara ma elementare.

Pubblichiamo in collaborazione con Feltrinelli editore un estratto da L’apparizione dell’altro di François Jullien 

 

A quel punto, la contraddizione non si colloca più all’esterno ma diviene interna: per questo il godimento, introducendo a un pensiero paradossale, risulta così pericoloso da esplorare. Inoltre, obbligando a uscire e a “tenersi fuori” dalla naturalità del vivente, dalla sua inclinazione e aderenza, come anche dalle distinzioni fondamentali che proiettiamo sulla vita, il godimento fornisce accesso a quella logica altra che 94 ho definito dell’“e-sistenza”.

Facendo debordare dalla logica del piacere e confrontando quest’ultimo con i suoi limiti, introducendo alla possibilità di pensare un “aldilà” del piacere e della sua naturalità, il godimento iscrive il metafisico nella dimensione più sensibile dell’esperienza. In altre parole, il godimento, scartando rispetto al piacere, non si limita a volgersi contro il piacere, ma permette anche, come già accennato, di toccare, così vicino al piacere, qualcosa di completamente altro. Già in Platone, nonostante egli si accinga a stabilire il grande apparato logico della non-contraddizione, vediamo abbozzarsi, in controluce, lo scarto che minaccia surrettiziamente quello stesso principio. Platone comincia affermando la perfetta sinonimia fra godimento e piacere.

L’equivalenza viene chiaramente espressa: è bene “il godere, il piacere, il diletto e tutto ciò che si accorda con questo genere” (così l’inizio del Filebo). Fra quei termini, tuttavia, il “godere” viene per primo – staccato dagli altri e separato attraverso l’attribuzione globale al vivente – ed è il solo in forma verbale (to chairein, τὸ χαίρειν). I termini che gli sono sinonimicamente giustapposti tendono progressivamente all’astrazione e contribuiscono a dissolverlo. Rispetto al sovrano “godere” subito introdotto e solennemente intronizzato, gli altri termini, lascia percepire Platone, contribuirebbero a esprimere un depotenziamento.

Godere non può che invitare al silenzio o alla rivolta

In particolare, si deve sottolineare come Socrate attribuisca l’enunciato liminale che abbiamo citato a Filebo, l’“innamorato della gioventù”, il quale, per quanto lo riguarda, non dice niente: non ha bisogno di dire, di spiegare – si accontenta del “godere”. Così come nella già citata osservazione di Kant, all’inizio della Critica del giudizio (secondo cui “quelli i quali mirano sempre e solo al godimento” si dispensano volentieri proprio da “ogni 95 giudizio”), Filebo, attenendosi all’assoluto del godimento nel solo presente, che non si compara e non entra in competizione con niente, non prova alcun desiderio di spiegarlo, e neanche di giustificarsi: lanciarsi nella difesa del godimento significherebbe tradirlo; cominciare a descriverlo equivarrebbe a farlo colare a picco, dissertarne sarebbe come disertarne. Del puro godimento non c’è nulla da dire: ogni logos è destinato a mancarlo. In tal modo, Platone consegna presto Filebo, nonostante quel nome sia attribuito al dialogo come titolo, alla potenza del suo silenzio, affidando a qualche sostituto il compito di difendere, nella forma impoverita di una tesi (l’“edonismo”), non più il godere ma – con un termine già classificato e codificato – il “piacere”.

Godere, in effetti, non può che invitare al silenzio o alla rivolta. Mentre Filebo non accetta di dibattere sul tema (farlo significherebbe già abdicare), a Callicle spetta il ruolo, in Platone, di colui che insorge, ribaltando il filo del ragionamento e il suo potere di controllo, per reclamare senza infingimenti il diritto di godere (avere il “pieno godimento di”, apolauein, ἀπολαύειν, Gorgia, 492 b, nel senso che riprenderà Lacan in occasione del trasferimento del proprio seminario presso i giuristi). No, il diritto al godimento non può essere limitato, anche se le istituzioni sociali tendono a ridurlo così come l’impresa del discorso mira a rinchiuderlo. Ci troviamo qui di fronte ai due maggiori contraddittori presenti nell’opera di Platone, e guarda caso proprio a proposito del godimento: uno (Filebo) tace immediatamente per non lasciarlo sommergere dagli argomenti; l’altro (Callicle) finalmente si espone, non potendone più di sotterfugi e ipocrisie, per rivendicarlo apertamente. Ciò dimostra come Platone abbia perfettamente colto come il godimento avesse un effetto dirompente nell’ordine 96 sia del discorso sia della città, come abbia intravisto proprio lì, nell’estremo che non si riesce a contenere e incrina la certezza delle determinazioni, un possibile del tutto altro che sfuggiva alla presa sia della logica sia della politica.

Platone, tuttavia, si guarda dal dispiegare lo scarto che pure percepisce, si rifiuta di avventurarsi in esso. Senza dubbio, non lo approfondisce per timore di quanto di destabilizzante potrebbe incontrarvi. Di conseguenza, fa scivolare Callicle nell’elogio dell’intemperanza e dell’immoralità, facili da condannare: come non preferire, infatti, una vita ragionevole a una all’insegna dell’insaziabilità? Spetterà poi a Socrate, dopo questi clamori, rimettere pazientemente insieme i pezzi del suo dire che era stato improvvisamente infranto, per ricollegare nuovamente il godimento al piacere, riconducendo i due termini nell’ambito della sinonimia e proseguire il suo impegno di moralista. Ciò significa ritirarsi prudentemente dall’apertura che si è scoperta proprio lì, così vicino, o, detto altrimenti, da un’insopportabile alterità.

[© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano]


Illustrazione: collage di Enea Brigatti