1

Dallo scarto all’inaudito, all’inizio della vita vera

Si tratterà di partire non più dal dubbio (che induce diffidenza) ma dallo scarto (che stacca e dissocia). Solo lo scarto – andando un giorno, all’alba, da solo in spiaggia – mette in cammino verso l’inaudito e salva dal definito e dallo svilito. Un simile punto di partenza è essenziale.

Si dovrà scartare rispetto agli altri (ap’anthropon, ἀπ’ἀνθρώπων), come chiedeva Parmenide nel suo poema, cominciando a staccarsi dalla Comunicazione che diffonde la doxa, svincolandosi dalla sua comodità per mettere a tacere quanto ha sedimentato il linguaggio, per disfarsi, anche parzialmente, dei suoi partiti presi, di cui il dubbio stesso, sviluppandosi all’interno di essi, non dubita mai. Ma si deve scartare anche rispetto a se stessi, prendendo le distanze dalle proprie abitudini di vita come di pensiero, scostandosi da esse, aprendole, per issarsi al di fuori di quanto nell’esperienza si trova già sempre canalizzato e precostituito.

Pubblichiamo in collaborazione con Feltrinelli editore un estratto da L’inaudito di François Jullien

 

Anche il mare non scarterà da se stesso quando ci si va all’alba, scostandosi dal suo esserci-già-da-sempre? Scartare significa in una maniera o nell’altra, de-coincidere: uscire dall’adeguamento che di fatto, costituendo sempre un adattamento e imponendo la propria evidenza, sfugge alla presa del pensiero.

Mentre il dubbio si sviluppa senza che si debba uscire da se stessi, attraverso una sfilata mentale dell’ipotetico, lo spostamento, da parte sua, opera per scarto rompendo gli ormeggi. È fattuale, in quanto lo scarto può effettivamente essere una categoria esistenziale. Lo scarto non lo si immagina, non è oggetto di fantasie. Diversamente, si produce oppure no, modificando da subito le condizioni in cui opera. Infatti, esso colloca in una condizione di dissidenza e impegna. L’immaginazione, invece, trasforma, trasfigura e divaga ma non scarta nei suoi inizi, non rompe immediatamente con l’esperienza registrata e si limita a rimaneggiarla a proprio piacimento.

Per questo solo lo scarto, per lo stacco che invoca, per il turbamento che esige per spezzare la normalità, ha un carattere esplorativo. Solo esso è avventuroso. Solo lo scarto può condurre all’inaudito e solo l’inaudito – issandosi al di fuori di quanto è già stato “udito” – può effettivamente tentare e incitare lo spirito. E ciò potrà avvenire non per proiezione, attraverso una qualche estrapolazione o estravagazione – a quel punto si resterebbe sul piano del pio voto della fantasia – ma tramite fessurazione, disgiunzione e dislocamento del già detto, già vissuto, già pensato, ossia fratturando la continuità che non cessa instancabilmente di ricondurre allo stesso e di assimilare. Produrre “salti d’armonia inauditi” dice Rimbaud in Illuminazioni. Salti che spezzino il fastidioso, fallace, interminabile accomodamento: balzo e, al contempo, rottura, l’uno attraverso l’altra.

Tutta l’impresa di Illuminazioni, infatti, è un tentativo di praticare risolutamente lo scarto – “in maniera metodica”, ossia spietata – attivandone la risorsa (in primo luogo attraverso il lungo, ragionato “sregolamento di tutti i sensi”), di accedere all’inaudito, che solo conta. E questo, in primo luogo, aprendo delle crepe da parte a parte, imbarcando acqua (il “Battello ebbro”), nel da sempre già detto, già tramato, già piegato della vita come del linguaggio. Si tratta di uno scarto prodotto di fatto dal “veleno” dell’hashish e, più in là, dal “disgusto”, in “Mattinata d’ebrezza”: “Urrà per l’opera inaudita e per il corpo meraviglioso, per la prima volta!” (o in “Vite”: “Potrei indicarvi le ricchezze inaudite”; o nella lettera a Paul Demeny: “Nel suo balzo attraverso le cose inaudite e innominabili”).

Solo lo scarto per il turbamento che esige per spezzare la normalità, ha un carattere esplorativo

Più precisamente rispetto al “nuovo”, o allo “sconosciuto”, e anche attraverso uno scarto nei loro confronti, l’inaudito indica lo spostamento e lo spiazzamento necessari affinché, debordando, si possa abbordare un pensiero che si svincola e divincola da ciò che immediatamente contiene l’esperienza, blocca la vita come il pensiero, imponendo la propria cappa all’esistenza: e “vi provoco allora la sorpresa di non avere mai udito”, gli fa eco Mallarmé (in “Grido di versi”), quel frammento tuttavia così “ordinario” di elocuzione. Oppure quando Derrida, entrando nel pensiero della differanza (nelle ultime pagine di La voce e il fenomeno), lo vede fessurarsi all’interno di ciò in cui sempre già la metafisica ci contiene, ossia nel suo sapere come sapere della “presenza”.

Anche in questo caso, si tratta non di una critica, sempre dipendente dal detto precedente, ma di un ingresso nella dissidenza, tramite desolidarizzazione. Non di ciò che conduce lo spirito al dubbio ma di ciò che lo mette in scacco conducendolo, tramite una deriva, fin dove non c’è più alcuna riva, né alcun rivolo, alcun bordo a cui il pensiero si possa aggrappare: “Per quello che allora inizia,” dice Derrida, “sono richiesti pensieri inauditi”. O, ancora: “Vi si scopre un’interrogazione inaudita”… Bisognerà intendere così, infatti, “ma anche altrimenti”, ormai, disfacendo dall’inizio tutto il linguaggio della metafisica a partire dai suoi presupposti.

Ma ci si potrà spingere, allora, anche oltre? Come liberare effettivamente l’in-audito dal linguaggio nel linguaggio? Come andare oltre rispetto a un’ipotesi solo intravista ma non inverata? Inoltre, questione ancora più fondamentale, ci si può impegnare nell’esplorazione di una possibilità “in-audita” che lascia intravedere l’uscita dalla metafisica, in quanto pensiero dell’Essere e della presenza, senza procedere a uno scarto e produrre uno spostamento? Non starò forse emigrando necessariamente verso una lingua che non ha conosciuto l’“essere” e prendendo congedo dalla lingua nella quale si è articolata la metafisica in quanto pensiero dell’Essere? Un’altra lingua, infatti, non la si immagina; ma la decostruzione della metafisica potrà divenire effettiva – si tratta della questione posta, e rimbalzata, fra Derrida e Lévinas (in Tutt’altrimenti) – se si resta nelle pieghe della lingua europea, quella dei greci e della metafisica?

[© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano]


Illustrazione: collage di Enea Brigatti