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Il lavoro culturale ai tempi della (non) distinzione tra natura e cultura

“Possibile che nel ventunesimo secolo ci siano ancora persone che ragionano come nel 1950, nel 1880, o addirittura nel Medioevo?”

Se lo chiede Raffaele Alberto Ventura, in questo bell’articolo di poche settimane fa. E in maniera brillante e fulminante, Ventura sostiene che “l’idea di contemporaneità è una finzione egemonica: chi riesce a imporre uno stile, un’apparenza, una visione, fa passare tutti gli altri per ritardatari, eventualmente per precursori. Ma è soltanto una questione di potere e di spazio occupato.”

Ventura, in maniera molto “gramsciana”, definisce la contemporaneità come un’ideologia egemone tra le molte disponibili, che si impone non perché è “naturalmente” la migliore possibile, ma perché chi la imbraccia detiene il potere simbolico (i mezzi di comunicazione) per farlo.

Ho trovato questa visione della contemporaneità estremamente liberatoria. Mentre lui scriveva questo articolo, era da un po’ che riflettevo su qualcosa di simile, innescato dalla divisione esplosa nella società occidentale intorno ai vaccini anti-Covid19. Viviamo tutti nel 2021, siamo gettati nel qui e ora, ma ognuno di noi in realtà vive in tempi diversi. Qualcuno non è mai entrato nell’Illuminismo, per esempio. Nel 2021 i media hanno scoperto che milioni di persone non credono alla scienza, o come riporta il pessimo (per il metodo) rapporto Censis di fine anno, credono che la Terra sia piatta. 

Mi ha molto colpito la “sorpresa” espressa da tanti amici sui social media nei confronti di questa ondata di “irrazionalità” e di credenze anti-scientifiche. E mi ha sorpreso anche il dibattito intorno alle cause di questa “irrazionalità”, che nei casi peggiori è ricaduto sui soliti social media, sulle mancanze della scuola (che non è più quella severa di un tempo, ahinoi, come ci ricordano i best-seller reazionari mascherati da democratici, Mastrocola e Ricolfi) e sulla decadenza (signoramia) dei nostri tempi.

I social media non hanno fatto altro che illuminare quelle aree della società un tempo più silenziose, che non avevano una voce pubblica, ma che non sono mai state illuministe. 

Ci piace parlare della “cultura contemporanea”, ma in alcuni stati americani essa equivale a credere alle teorie creazioniste, oppure al rifiuto dell’aborto. 

Abbiamo “naturalizzato” la cultura contemporanea, dando per scontato che ciò che noi crediamo “contemporaneo” sia semplicemente la forma del mondo in cui viviamo. Vediamo il mondo con gli occhiali dell’illuminismo e non ci rendiamo conto che, appunto, sono occhiali, e non occhi. 

Viviamo in epoche diverse, non condividiamo alcuna contemporaneità con larghe fasce dei nostri simili. Maschi e femmine vivono in due tempi diversi: i primi nel medioevo del dominio maschile, le seconde nel futuro del rispetto e dell’amore paritario (sì, è una facile generalizzazione anche questa). I vestiti che portiamo addosso sono un inganno. Se i nostri vestiti dovessero rispecchiare davvero l’età del mondo in cui viviamo, Renzi e Salvini dovrebbero andare sempre in giro vestiti da paninari sanbabilini, Pillon da brutale conquistador spagnolo, guardaspalle di Cortes, Trump da mercante inglese della Compagnia delle Indie…

E questo sfasamento non è dovuto all’arrivo di internet o allo sfaldamento della scuola, è un fenomeno complesso, che cova da ben prima di internet. Forse è sempre esistito, e solo la breve epoca dei mezzi di comunicazione di massa ci ha dato l’illusione che esistesse una cultura contemporanea, perché ad essere diffuse in pubblico erano solo poche idee sottoposte a un processo di selezione (gatekeeping) che l’epoca pre post-moderna giudicava superficialmente “obiettivo”.

Bisogna imparare a convivere con questo sfasamento e non pretendere, in maniera coloniale, di ridurlo a zero. 

E soprattutto bisogna imparare a mettere in discussione ciò che noi stessi crediamo “contemporaneo”. Per esempio, quest’anno, ho letto un libro che mi ha completamente ribaltato e che ha fatto vacillare buona parte della mia idea di cultura contemporanea. Questo libro è Oltre natura e cultura, dell’antropologo francese Philippe Descola (qui una bella recensione di Gianfranco Marrone). In questo libro Descola decostruisce la divisione tra natura e cultura che ancora caratterizza la cultura occidentale e propone una svolta ontologica che avvicina umani e non umani in una nuova configurazione, più ecologica e sostenibile per il futuro del pianeta. Se le piante dell’orto e gli animali che condividono il mio stesso territorio sono miei consanguinei, cambia totalmente il modo di costruire relazioni con essi. Di fronte al disastro ecologico provocato dalla divisione occidentale tra natura e cultura, forse dovremmo accettare l’idea che il modo, “contemporaneo” (contemporaneo per noi occidentali), di concepire il mondo attorno a noi, non solo non è “naturale”, ma è anche dannoso per il pianeta. 

Per Philippe Descola l’antropocentrismo è finito molti anni fa, per me è davvero finito solo a dicembre 2021, quando ho terminato la lettura del suo libro.

Viviamo in un cerchio concentrico di -centrismi dai quali facciamo una fatica incredibile ad uscire, perché li crediamo “naturali” e “contemporanei”. Non ci sforziamo mai di uscire dal nostro antropocentrismo, dal nostro etnocentrismo, dal nostro patria-centrismo (citofonare Giorgia), Milano/Roma-centrismo, provincia-centrismo, quartiere-centrismo, classe-centrismo, maschio-centrismo. Viviamo in un ghetto culturale, in più ghetti, e li chiamiamo “cultura contemporanea” solo perché dal nostro parzialissimo punto di osservazione sul mondo ci sembra la cultura prevalente.

Viviamo in un ghetto culturale, in più ghetti, e li chiamiamo “cultura contemporanea” solo perché dal nostro parzialissimo punto di osservazione sul mondo ci sembra la cultura prevalente.

Il 2021 è stato l’anno della più rapida campagna di vaccinazione di massa del pianeta Terra. Questo evento globale (oddio, globale fino a un certo punto, se noi non smolliamo i vaccini al resto del mondo) ha fatto esplodere contraddizioni che covavano da tempo sotto la brace della cultura contemporanea. Ora non abbiamo più scuse, non possiamo ancora credere alla fiction della contemporaneità, anche se contemporanei non lo eravamo nemmeno prima. Ci sono differenti culture che condividono lo stesso tempo, ma che sono anni luce distanti le une dalle altre. E queste culture disegnano linee di frattura non solo tra paesi diversi, ma anche all’interno delle stesse società, fino a dentro i confini di una stessa città, o di uno stesso quartiere. Nel mio condominio, sono sicuro, se potessi controllare l’orologio di ognuno dei suoi abitanti, scoprirei che ognuno vive dentro un tempo suo, e solo raramente viaggia nel tempo di qualcun altro. Per la maggior parte di noi occidentali affermare che gli animali sono umani con lievi differenze rispetto a noi e che non c’è una barriera naturale tra noi e loro è inconcepibile. Eppure si sta facendo largo un pensiero ecologista, soprattutto nei mondi dell’arte “contemporanea” e nella ricerca scientifica, che nel lungo periodo cambierà il nostro rapporto con l’ambiente intorno a noi. 

Invece di pensare alla cultura come un campo suddiviso tra “contemporaneo” e “tradizionale” o tra “contemporaneo” e “vecchio/passatista/moderno/medievale…” dovremmo pensare al campo della cultura come un campo di battaglia, dove differenti tipi di culture emergono, diventano egemoni, o finiscono in un angolo. Raymond Williams, uno dei padri degli studi culturali britannici, in un saggio del 1973 parlava di culture residuali, culture dominanti e culture emergenti. In ogni epoca, in ogni società, esistono culture dominanti, o egemoni, che noi scambiamo per “contemporaneità”,  culture in contrazione (residuali, forse un tempo dominanti) e culture in espansione (forse in futuro dominanti o destinate a rimanere residuali). La distinzione tra natura e cultura ha rappresentato a lungo, per quasi due secoli almeno, la cultura dominante, quella contemporanea, per gli occidentali del diciannovesimo e ventesimo secolo. Forse, nel tardo ventunesimo secolo, finirà per essere residuale. La cultura illuminista invece, per quanto dominante in alcune zone del pianeta, non è ancora omogeneamente distribuita. Sarebbe bello poter trasformare la diffusione delle culture dominanti, residuali ed emergenti in cartografie planetarie, con macchie di colore differenti, simili a quelle della diffusione di una certa specie di uccelli, a rischio di estinzione nei paesi a clima sub-tropicale, ma ancora dominante in quelli temperati. Ci accorgeremmo che la cultura è solo il prodotto situato dei rapporti di classe, genere, potere inscritti in un dato momento in quella data società, e non qualcosa di “naturale” che progredisce in maniera lineare, senza scossoni.

Quello che ho imparato in questo 2021, oltre a sfumare il continuum tra natura e cultura, è che è vitale accettare l’esistenza di questo conflitto tra le culture. Allo stesso tempo però, se siamo dei lavoratori culturali, questo non basta. Non basta accettare la frammentazione così com’è, non basta associarci ad un generico relativismo culturale. Questo l’ho imparato da un brano del rapper milanese Marracash. Nel suo ultimo disco, Noi, Loro, gli Altri, c’è un brano, Cosplayer, in cui Marracash dice:

Oggi che possiamo rivendicare di essere bianchi, neri, gialli, verdi
O di essere cis, gay, bi, trans o non avere un genere

Oggi che tutti lottiamo così tanto per difendere le nostre identità

Abbiamo perso di vista quella collettiva

L’abbiamo frammentata

Noi, loro e gli altri

Il marketing digitale, a differenza di quello di massa, promuove oggetti di consumo adatti alle singole nicchie culturali, altamente differenziati e customizzabili. Ogni individuo è profilato da un algoritmo e associato a una categoria post-demografica che condivide con pochissimi altri individui come lui. Stiamo coltivando l’attitudine a sentirci unici rispetto agli altri, ad avere sempre qualcosa che ci differenzi dagli altri e ci associ invece ai pochi che ci piacciono. Beni e servizi prodotti dall’attuale capitalismo digitale non rispondono soltanto alla crescente frammentazione sociale, ma contribuiscono a crearla, a creare nicchie e divisioni là dove un tempo, per la società di massa, c’erano solo fasce di “giovani”, “adulti lavoratori” e “pensionati”. 

Il capitalismo digitale ha messo a punto un’infrastruttura che è in grado di rispondere in maniera più efficiente alla frammentazione della società rispetto a quella dell’epoca industriale. Gli algoritmi delle piattaforme digitali hanno “capito” (o meglio, calcolato) rapidamente che viviamo in tempi separati e hanno dato ad ognuno l’oggetto simbolo dell’epoca temporale egemone in ognuno di noi. Allo stesso tempo hanno accelerato questa frammentazione, l’hanno “ottimizzata”, favorendo e allungando il tempo di permanenza nelle nostre nicchie temporali. 

Il capitalismo digitale è culturalmente agnostico, gli va benissimo il relativismo culturale: ad ogni nicchia il suo prodotto. Amazon vende libri di tutti i tipi, ricavando profitto sia da chi odia Amazon e compra su Amazon un libro sullo schiavismo dei lavoratori di Amazon, sia da chi compra libri sulla fine dei libri.

Ma se siamo dei lavoratori culturali, è difficile essere agnostici. Per prima cosa non dovremmo essere settari né coloniali, cioè non ergere la propria cultura sopra quella di nessun altro. Questo vuol dire non augurare la morte ai no-vax, non godere di fronte allo squallido spettacolo dei principali giornali italiani che ci fanno le paternali dalle loro prime pagine pubblicando ogni giorno notizie di no-vax convertiti, non chiedere al governo di far pagare le spese sanitarie ai no-vax. 

Come lavoratori culturali, bisogna lavorare per ricomporre, per comprendere, per superare la politica delle identità, che ci chiude ognuno dentro la sua nicchia e dentro le proprie rivendicazioni, e accogliere tra i nostri simili, non solo piante e animali consanguinei, ma anche no vax agguerriti e umani di classi sociali diverse.

In un’epoca dove l’individuo-centrismo (individualismo) sembra essere diventata la cultura “contemporanea”, sia a sinistra che a destra, bisogna lavorare per creare spazi per la cultura in cui noi crediamo, re-imparare a lavorare insieme, allenarci al collettivo. Le palestre della cultura del “collettivo” sono la scuola, le università, i movimenti, i festival, l’attivismo civico, i nuovi centri culturali che cheFare sta mappando…

L’incapacità di trovare accordi collettivi sta rallentando la nostra capacità di rispondere alla pandemia. La pandemia è solo la prova generale di crisi climatiche future molto più dolorose. Queste crisi ci impongono di superare le frammentazioni, superare le barriere tra natura e cultura e tra culture, e agire collettivamente, senza tentare di colonizzare il dissenso, anche quando questo “dissenso” può sembrarci anti-scientifico, stupido o banale. Significa provare a comporre le fratture, consapevoli che dovremo farci carico di queste fratture, che esse non scompariranno, e che al massimo rimarranno residuali. 

Dobbiamo agire al contrario rispetto agli algoritmi delle piattaforme digitali: invece di dare ad ogni nicchia il proprio prodotto culturale, agire per mescolare i pubblici il più possibile, per arginare l’ossificazione della società in tribù separate e stabili nel tempo, ma favorire la mobilità culturale, cioè favorire i viaggi temporali da una cultura all’altra. Significa sbatterci per far entrare il nostro festival in collisione con più pubblici, non solamente con la cerchia ristretta dei nostri amici. 

Il lavoro culturale ai tempi della (non) distinzione tra natura e cultura allora è un lavoro non solo di riconoscimento delle differenze, ma di tessitura delle differenze, di costruzione di esperienze di viaggio nelle economie temporali di culture differenti dalla nostra. 

Ora che viaggiare è diventato così pericoloso per la salute e così inquinante, potremmo tornare a fare viaggi spazialmente brevi, ma temporalmente lunghissimi: portare chi vive nel 1980 a conoscere chi vive nel 2010 e viceversa. Costruire spazi di mobilità sociale (e quindi temporale), costruire opportunità per vedere altri mondi che esistono dietro il nostro quartiere, ma che non avevamo mai visto davvero.

Tra le tante azioni possibili, ce n’è una che mi sta particolarmente a cuore, e che ha a che fare con i media. I media rappresentano la “cultura contemporanea” come se essa fosse un dato di fatto naturale e non una costruzione di una determinata cultura. Se questa costruzione è opera di un gruppo ristretto di gatekeeper, tutti bianchi, maschi, di classe medio-alta, e cresciuti a Milano o Roma, la cultura dominante che rischia di passare come “naturale” sarà la loro. In “Black Men, White Media,” un saggio del 1974 ora disponibile in una nuova selezione di scritti di Stuart Hall, il sociologo britannico di origine giamaicana suggerisce la soluzione più ovvia a questo problema: “put more Black people on television. The media, on the whole, naturally gravitate to the liberal middle-ground: they find conflict and oppression—the real conditions of black existence—difficult and awkward”. 

Quindi, prima di tutto, è necessario creare le condizioni affinché più culture abbiano accesso ai luoghi dove si produce la “cultura contemporanea” e poi lavorare non per reclamare ognuno un pezzetto il più equo possibile di potere su questa cultura (politica delle identità), ma per lavorare anche insieme, oltre le diversità. Ma questo può accadere solo se prima riconosciamo di essere tra pari, in quanto umani tra umani. Essere pari con le piante e gli animali significa rispettarli e stabilire con loro una relazione più benefica per entrambi, non solo per noi. Essere pari con i no-vax significa rispettarne le paure e stabilire con loro una relazione meno dicotomica, meno snob. 

Cooperare, non competere, questa è la mia unica lezione per il 2022.

 


Immagine di copertina: @Studio Tomás Saraceno