Lo sciopero della cultura: la neutralità di parte e il #notme

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    “E poi il ceruleo è rapidamente comparso nelle collezioni di otto diversi stilisti. Dopodiché è arrivato a poco a poco nei grandi magazzini e alla fine si è infiltrato in qualche tragico angolo casual, dove tu evidentemente l’hai pescato nel cesto delle occasioni. Tuttavia quell’azzurro rappresenta milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro, e siamo al limite del comico quando penso che tu sia convinta di aver fatto una scelta fuori dalle proposte della moda quindi in effetti indossi un golfino che è stato selezionato per te dalle persone qui presenti… in mezzo a una pila di roba”.

    Con questo monologo, diventato rapidamente un cult, Miranda, ne Il diavolo veste Prada, spiega a una ingenua Andy come persino la scelta più banale di un golfino fuori dagli schemi in realtà sia stata costruita da passaggi ben architettati e scaltri nella filiera della moda. Scelgo di riferirmi a questo brano, che spero nella memoria di molti lettori e lettrici, per riuscire a fare un paragone il più possibile diretto tra ciò che Lo sciopero della cultura di Laura Raicovich mette allo scoperto e il non più sostenibile candore di chi ha che fare con il mondo dei musei e delle istituzioni culturali, da professionista, da pubblico, o da parte attiva di una cittadinanza, perché questo libro, davvero, è molto di più di uno strumento per addetti ai lavori: è un antidoto alla cecità culturale.

    Andiamo per punti. L’autrice, storica dell’arte, è stata per cinque anni, fino al 2018, direttrice del Queens Museum di New York, luogo speciale per le relazioni con il territorio e la collettività, ma anche osservatorio privilegiato per quei fili, tenaci, ma poco visibili e spesso contrari a ciò che un museo dovrebbe essere, tra cultura, politica, finanza. Con uno sguardo che attacca la presunta neutralità dei musei, termine spesso eretto a baluardo contro il dissenso, contro la necessaria negoziazione con le istanze sociali ed etiche, la Raicovich mette in luce in modo cristallino come le vie dei finanziamenti e delle compiacenze politiche spesso inquinino i pozzi, avvelenino nel profondo relazioni costruite con tempo e fatica, in un mondo che dei musei e delle istituzioni culturali ha sempre più bisogno.

    “L’affermazione secondo cui il museo universale sarebbe uno spazio neutro per tutti non è così fondata, in quanto l’attribuzione di neutralità e universalità si basa su una prospettiva bianca euro-americana. Sotto il vessillo dell’universalità, la neutralità nasconde un punto di vista orientato, una serie di pregiudizi, un principio di esclusività che sono sostanzialmente politici e lo sono da sempre. In definitiva, la pretesa di essere neutrali serve solo a privare il pubblico di diritti e responsabilità civili”, scrive l’autrice, e tutto quanto mette in dubbio la neutralità diventa ideologico e politico.

    Per difendere il proprio punto di vista la Raicovich ha rassegnato le dimissioni dal Queens Museum, ma non si deve pensare che il libro sia dettato dal livoroso rancore, perché, a leggerlo senza pregiudizi, quello che emerge è un infinito canto d’amore verso il potere curativo dei musei, che possono essere in grado di entrare nel dibattito legato al suprematismo bianco e a un’economia patriarcale, alle pochissime opportunità date a persone con background migratorio, alla corrispondenza tra gerarchie – dalla direzione alla sorveglianza – e  classi sociali, al non detto ma evidente divario tra retribuzioni. Il finanziamento dato ai musei da mecenati coinvolti in scandali per distribuzione di medicinali oppiacei – Sackler – o la presenza nei board di persone che posseggono aziende produttrici di lacrimogeni usate al confine col Messico per respingere adulti e bambini, è questione che riguarda tutti, o può essere accolta nella suprema indifferenza? Ci viene raccontato come il mondo dell’arte – non un generico mondo, ma nomi e cognomi di artiste e artiste – abbia preso posizione, come associazioni comunitarie si siano strenuamente battute, in una profusione di esempi che a volte risulta commovente.

    Ma. Come sempre c’è un ma. Qual è il pericolo per una lettrice o un lettore italiano (è grazie ad Anna Chiara Cimoli, responsabile della collana Museologia presente di Nomos edizioni, se possiamo avere tra le mani questo libro tradotto)? Il pericolo maggiore è quello di pensare che non ci riguardi. Che queste disparità sociali da noi non ci siano, che il movimento Black Lives Matter sia una cosa d’oltreoceano, che i Dreamers e gli annosi dibattiti sulla cittadinanza siano beghe tra Obama, Trump e Biden. Basta Willy Monteiro Duarte, un nome tra tanti, a dirci che non è così, basta guardare quante ragazze e ragazzi di seconda generazione, in Italia, frequentano un liceo classico o si iscrivono a medicina per capire il potere di cambiamento che le istituzioni culturali non solo possono ma devono avere. Basta vedere quanto difficilmente i sindacati siano presenti nei musei, dove spesso l’idea dell’essere una “grande famiglia” maschera sotto l’idea del legame reciproco richieste non corrette di “dare di più”, questo soprattutto perché – e nel nostro Paese lo si sa bene – è così difficile entrare in un museo che, una volta avuto l’accesso a questo magico mondo, capita di ritenere accettabile qualsiasi cosa, per rimanere tra i salvati e non ricadere tra i sommersi.

    Non dobbiamo mai dimenticarci che il museo è una piccola nazione, quindi i meccanismi che mette in atto sono quelli che raccontano la sua visione della società, non possiamo scordare che il modo in cui il museo espone, chi e come espone, ha sempre un valore normativo, perché i musei rappresentano la narrazione autorevole – non la si vorrebbe autoritaria – del mondo, e non mi dimenticherò mai tre persone delle mie classi, un ragazzino omosessuale, una ragazzina filippina e una nigeriana, che a trovare esposti alla GAMeC una foto con due giocatori di rugby che si baciavano e opere di Medalla e Nkanga ribaltarono la propria visione di sé e del mondo. Se un museo espone contenuti gay vuol dire che questi sono accettati, se un museo espone opere di artisti filippini e artiste nigeriane significa che anche questi Paesi fanno arte. C’è da stupirsi davanti a simili pensieri? Chi si meraviglia forse non ha capito che alle scuole superiori moltissime culture non sono rappresentate nei manuali se non come strumenti per i “nostri” grandi maestri, le maschere africane per Picasso, i giapponesi per gli Impressionisti, i nativi americani per Pollock e così via. I programmi scolastici sono adagiati sulla costruzione di un’unica storia dell’umanità, spacciata per universale, e di una storia dell’arte, anch’essa monolitica, che segue il punto di vista della costruzione dell’Europa colonialista e dell’America come potenza economica.

    I musei possono essere spazi tossici, ci dice l’autrice, che replicano meccanismi di potere, nei quali, come disse la partecipante a un dibattito, “Están cuidando más a las imagines que a nosotros”, cioè “si prendono cura più dei quadri che di noi.” Ma, ricorda la Raicovic, “Un museo ha priorità diverse e la cura per l’arte gli artisti è solo una parte dei suoi obiettivi. I lavoratori che danno vita al museo, che aprono le sue porte, puliscono le sale e i servizi igienici o informano il pubblico, devono potersi mantenere e, ci si augura, vivere decorosamente”. Allora “Possiamo considerare il museo come un’impresa collettiva, capace di accogliere un ampio spettro di idee sulle possibilità espressive dell’arte, su come vada esposta e su come interagire con essa? Possono i musei divenire spazi per l’immaginazione culturale collettiva e diventare una palestra per l’ascolto reciproco, la narrazione di verità contemporanee e la rivalutazione delle modalità con cui comprendere la storia?”.

    L’autrice crede che questo sia possibile. Come dicevo, il libro è sostenuto dalla passione per i musei e dalla convinzione della loro forza di cambiamento, al proprio interno e all’esterno. Lo si può fare imparando a ribaltare lo sguardo verso l’altro da noi, mettendo in dubbio allestimenti ed esposizioni, accorgendosi di quante lacune ed omissis abbiamo sempre validato, nei musei di storia naturale, di archeologia, di scienze… nessuno è indenne. Lo sciopero della cultura, mi preme dirlo, non ha tutte le risposte, non pretende di averle, perché la critica istituzionale procede sempre mettendosi in discussione, molti sono i casi esposti, legati a opere di artiste e artisti, che hanno sollevato pesanti interrogativi su quale sia, e se sia legittimo porlo, il confine della libertà espressiva, sulle relazioni con le collettività e le associazioni, per procedere alla costruzione di senso, su quali strumenti mettere a punto per preservare i musei dalle ingerenze economiche, finanziarie e partitiche che ne adulterano la funzione.

    “Pecunia non olet”, dicevano gli antichi, “Ho solo fatto il mio dovere”, hanno detto in epoca più recente. Forse è arrivato il momento di annusarlo, il denaro, prima di accettarlo, di chiedersi nei confronti di chi va messo in campo il senso del dovere, e rivendicare ai musei e alle istituzioni culturali, in quest’epoca di cambiamenti che facciamo fatica a vedere, una funzione di motori di dialogo, partecipazione, scambio e cittadinanza attiva che vanno oltre quella dell’“educazione” secondo modelli raramente negoziati. Il tempo del #notme, del negare che tutto questo ci riguardi, è scaduto.

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