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Che cos’è uno spettatore? Una storia sull’esperienza di visione

Alla domanda “Che cos’è uno spettatore?”, si potrebbe rispondere in modi molto diversi. Non solo perché ciascuno ha in mente una propria idea di spettatore, basata il più delle volte su di sé e sui propri comportamenti, ma anche perché nel corso del tempo guardare un film ha assunto significati culturali e sociali molto diversi tra di loro. Basti pensare che fino a metà del Novecento per vedere un lungometraggio lo spettatore poteva solamente andare in una sala cinematografica, mentre oggi meno del cinque per cento dei film prodotti ogni anno viene visto collettivamente su grande schermo. Un tempo si poteva solo stare seduti in una poltrona a orari stabiliti da altri, oggi possiamo vedere film in piedi o sdraiati o mentre pranziamo, a orari stabiliti da noi.

 

Ma non ci sono esclusivamente trasformazioni epocali, o mediali, nel nostro modo di guardare i film. Anche quando esisteva un solo modo per vedere cinema gli spettatori si sono sempre comportati secondo schemi poco prevedibili (il cinema è considerato ancora oggi una delle attività a maggior rischio imprenditoriale, a dispetto del lungo periodo di stabilità apparente della Hollywood classica, quasi mai ripetuto nella storia della settima arte) e processi sociali e psicologici parcellizzati. Uno spettatore indiano e uno spettatore statunitense spartiscono solo una piccola fetta di cinema globale, per il resto rispondono a soggettività poco paragonabili. E lo stesso spettatore occidentale muta opinione a seconda delle abitudini personali, famigliari, nazionali, religiose, morali, culturali e identitarie. Non è certo un caso che lo spettatore abbia tante volte suscitato l’interesse della teoria del cinema, e più largamente della teoria dei media.

L’esperienza di visione è diventata nel tempo un caposaldo degli studi sul film e sui suoi effetti, significati, conseguenze. Di spettatori si sono occupati psicanalisti, filosofi, fenomenologi, scienziati cognitivi, semiologi, sociologi, antropologi, economisti. E nemmeno linguisticamente il terreno è pacifico: lo spettatore, in italiano, è un sostantivo maschile, ma proprio sulle caratteristiche sessuali e di genere di chi guarda un film si è aperto un filone pluridecennale di analisi, che tiene le spettatrici e gli spettatori dentro un’arena concreta dove lo spazio del rapporto tra il destinatario, il proprio corpo, l’identità e i costrutti sociali possono essere considerati nella loro pluralità (visto che fanno – eccome – parte del gioco). E se di recente si parla ormai di “iper-spettatori” o “post-spettatori”, questo non fa che confermare l’estrema ricchezza del campo di riferimento, con le sue trasformazioni e i suoi equilibri tra pratiche e oggetti di consumo culturale. […]

Ognuno di noi, specie i cinefili, ha visto la sua vita scorrere a fianco dei film che ha guardato. Da bambino, da ragazzo, da giovane adulto, da genitore, e così via. Di ciascuna proiezione reca qualche ricordo: odori, risate, pianti, esaltazioni, scomodità, paure, incidenti, baci, fastidi, incontri. Di molte non ricorda più gran che, talvolta nemmeno se ha davvero visto quel film anni prima (magari finendo col rivederlo a casa, darsi una manata sulla testa e affermare: “Ma io questo l’ho già visto!”). Di altri, significativi o persino indimenticabili, avrà cercato di riassaporare il gusto del primo momento, quello in cui nella sala cinematografica ha pensato di trovarsi di fronte a un’opera d’arte in grado di cambiargli la vita, uscendo poi dal buio con la sensazione di camminare sulle nuvole – e quante volte abbiamo odiato l’accompagnatore che, irrispettoso della bolla di immaginario in cui si era ancora immersi, ha subito chiesto in modo petulante: “Ti è piaciuto? Eh? Ti è piaciuto o no?”.

Oppure possiamo avere un rapporto privilegiato con certi autori, che punteggiano la nostra vita con i loro film, anno per anno, fase per fase. Nella parte conclusiva, a questo proposito, ho dedicato un post scriptum a Woody Allen, che per me – come per altre migliaia di persone – è stato un compagno di strada legato meno a singoli film e più a una “corrispondenza d’amorosi sensi” per un periodo lungo quanto la mia stessa esistenza di spettatore. Il racconto dello spettatore è a sua volta un piccolo genere a sé stante.

Nell’ancora oggi impareggiabile Buio in sala Gian Piero Brunetta ha raccolto un numero impressionante di testimonianze di ogni tipo (saggistiche, letterarie, epistolari, ecc.) che narrano l’esperienza spettatoriale: una vera e propria autobiografia collettiva del Novecento […]. Ma il titolo di Autobiografia di uno spettatore ci riporta più precisamente a Italo Calvino, quando – nella prefazione a Quattro film di Federico Fellini – racconta la sua appassionata esperienza cinematografica, legata per lo più ai film hollywoodiani (almeno fino a quando il fascismo ne proibì la circolazione: e Calvino ricorda con un qualche senso di colpa quanto quella privazione fu per lui più cogente di ben altre, gravissime, che toccavano alle persone colpite dai decreti del regime).

Proprio all’inizio del breve e aureo saggetto, Calvino scrive parole sante sull’evoluzione del rapporto tra spettatore e cinema, introducendo l’aspetto della dimensione formativa (nel senso di conoscere il mondo e la vita attraverso i film): Il cinema come evasione, si è detto tante volte, con una formula che vuol essere di condanna, e certo a me il cinema allora serviva a quello, a soddisfare un bisogno di spaesamento, di proiezione della mia attenzione in uno spazio diverso, un bisogno che credo corrisponda a una funzione primaria dell’inserimento nel mondo, una tappa indispensabile d’ogni formazione. Mai nulla fu scritto in modo più lucido e sensato. Il cinema va considerato un immaginario unitario: è più facile intendersi nel dire “andiamo al cinema stasera?” più che “quale film vediamo stasera?” (che già presuppone una scelta tra diverse opzioni). Poi esistono i gusti, certo.

Il cinefilo tende a essere onnivoro – al contrario di quello che solitamente si crede, ovvero che si occupi principalmente di oscuri film birmani in lingua originale; l’appassionato dai gusti aristocratici del cinema d’essai tende a selezionare il cinema d’autore e d’impegno; lo spettatore popolare tende a guardare il cinema per il grande pubblico. Ciascun settore è poroso e talvolta può trasferirsi in un’altra area di interesse, anche se la dimensione sociale, culturale e di classe del gusto possiede una spiccata dimensione identitaria e ideologica, come ci ricordano filosofi come Pierre Bourdieu o Emanuele Arielli. Ma, se sospendiamo la ricerca psicologica delle ragioni che spingono uno spettatore a vedere un film in sala, ci rendiamo conto che è il cinema ad aver funzionato come modello di esperienza e come confronto sui valori che regolano la nostra esistenza e la costruzione della nostra personalità.

Quando si crea una relazione con il cinema appena più pronunciata del puro ricorso alla proiezione per riempire il tempo libero (del tutto legittimo), i film diventano la biografia stessa dello spettatore e della sua storia personale. Ognuno potrebbe scrivere un libro come questo, in qualsiasi momento, e tantissimi non a caso hanno raccolto privatamente liste e memorie delle proprie visioni – come racconta il bellissimo Pierino (2019), dove il regista Luca Ferri ha intervistato ogni giovedì per cinquantadue settimane una “persona qualsiasi”, Pierino Aceti, pensionato di Bergamo con una smodata passione per il cinema, annotata meticolosamente settimana per settimana su precisissimi quaderni, che scandiscono la sua esistenza, piuttosto solitaria.

Più in generale, penso che una delle qualità più sottostimate (o meno confessabili) del cinema sia il senso di protezione. Anche se – come spiego nel capitolo finale – al cinema abbiamo passato anche brutti momenti, il più delle volte il buio della sala ha costituito un vero e proprio rifugio. E non è forse un caso che proprio i film abbiano tante volte rappresentato fuggiaschi, clandestini, perseguitati e amanti ben nascosti all’interno di un cinematografo. L’oscurità non aiuta solamente chi deve nascondersi per qualsiasi motivo ma anche chi vuole sottrarsi al flusso del mondo, magari per prendersi il tempo di ragionare sul mondo stesso e uscire due ore dopo rafforzato, rilassato e più consapevole. E anche se forse il cinema ha smesso di voler cambiare il mondo (come per un certo periodo, diciamo dagli anni Venti agli anni Settanta del Novecento, ha ambito a fare), questa relazione intima e confidenziale tra i film e lo spettatore rimane, e costituisce un elemento imprescindibile del consumo in sala.