L’intellettuale è chi si pone in ascolto di tutte le norme contraddittorie che irradiano la realtà

Dopo i dialoghi tra Derrick de Kerckhove e Francesco Monico, tra Michele Cerruti But e Filippo Barbera e tra Paolo Naldini e Ezio Manzini che hanno introdotto il Convegno di ricerca Public!  a cura di Francesco Monico, Paolo Naldini, Michele Cerruti But presso Accademia Unidee (il racconto del convegno nel reportage di Marco Liberatore) ora apriamo una serie di approfondimenti sul concetto e sulle declinazioni di “pubblico”. Apre la serie un’analisi e un’interpretazione dell’intellettuale pubblico del filosofo Federico Campagna.

Intelletto, da cui intellettuale. Due termini egualmente vaghi e pronti a cambiare significato al mutare dell’epoca. Secondo i sacerdoti della religione degli antichi Egizi, come per Giamblico e i tardi Neoplatonici, l’intellettuale è il saggio iniziato ai misteri.

Per i razionalisti della scolastica Islamico-Cristiana, così come per i filosofi analitici della Modernità, si tratta invece di chi usa al meglio il proprio intelletto razionale. E per noi, oggi? Di noi, oggi, forse non importa nemmeno a noi stessi. Per noi, nell’oggi, il problema è comprendere cosa sarà l’intelletto nel futuro, o cosa esso sia sempre stato. Ma del futuro non possiamo sapere nulla e di come siano veramente le cose non ci è dato di sapere. Intelletto, forse, è solo un termine assegnato a qualcosa di vago – a una causa immaginata, per alcuni risultati del pensiero, o a una entità fantasma di cui speriamo l’esistenza. 

Quando si definiscono le cose, non ci si può preoccupare eccessivamente della loro corrispondenza con il linguaggio del futuro, né della loro corrispondenza con il proprio oggetto. La questione, in fondo, è puramente etica. Le parole si inventano per spingere in una determinata direzione il pensiero che si ancora ad esse. 

E dunque, intelletto, intellettuale? Parole senza un significato naturale, ma che portano in sè, di volta in volta, i desideri di un’epoca. Ma chi si occupa di filosofia non si occupa, o almeno non dovrebbe, di nessuna epoca in particolare. Il filosofo parla per ciò che ha visto ed esperito – niente di più, se non vuole dar voce ai propri pregiudizi. Così io, provando a definire questi termini, non posso voler dire di più di quello che la mia etica mi suggerisce, sulla base di quello che conosco.

L’intelletto, mi sembra, è qualcosa che compare in un punto intermedio fra la scoperta di una regola – nella natura, o nel pensiero – e il desiderio e il piacere di averla trovata. Si dà soltanto quando a un’intuizione rispondiamo con un “sì’”. Questo è l’intelletto, un desiderio soddisfatto di sistematizzazione. La sua origine, dunque, è doppia: nel sistema delle regole e nel desiderio del soggetto. 

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Tutte le cose che esistono, almeno per come le percepiamo, sembrano mostrare in sé un sistema di regole. Hanno, cioè, quello che comunemente si definisce “qualità fisiche”. E insieme a queste regole dimostrano di essere attraversate da forze, forze di attrazione e repulsione, che Empedocle definiva come ‘amore’ e ‘odio’. Gli atomi si uniscono e si separano, come gli innamorati. In tutte le cose, come in noi, è presente lo scheletro del desiderio. In tutto ciò che esiste, esiste anche una forma di intelletto.

Si tratta sempre di qualcosa di simile a quello umano, così chiaro e razionale come oggi lo intendiamo? Forse no. Ma alcune forme di intelletti non-umani magari avranno somiglianze con idee sviluppate in altre epoche della storia umana, e qualcuna, chissà, forse anche con quella contemporanea. 

La molteplicità delle cose che esistono sembrerebbe rendere impossibile una definizione univoca di intelletto – e, dunque, di intellettuale. Non sembra possibile dare una forma precisa al “cosa” sia un intelletto per tutte le diverse forme di esistenza che lo posseggono. È invece possibile dare una forma, per quanto vaga, al desiderio che lo anima in ciascuna di esse. Il piacere che esse provano nell’usare il proprio intelletto, lo stesso piacere che noi proviamo nello scoprire le connessioni che innervano l’esistente – questo forse è comune a una roccia, a un umano, e a un riccio di mare. In ciascun caso, la capacità di riconoscere qualcosa di chiaro nel mondo circostante, e il “sì’” che ne risuona, come già in Pitagora si riferiscono alla scoperta di una certa armonia nell’universo. L’intelletto di ogni forma di esistenza vibra al suono di questa armonia. O meglio, di una o più delle tante armonie che compongono la sinfonia dell’universo. Come l’orecchio di un ascoltatore di concerti, così l’intelletto è tanto più compiuto quante più armonie diverse riesce a cogliere all’unisono. 

L’intellettuale, dunque, sembrerebbe essere quel soggetto il cui udito, rispetto al suono del mondo, è il più polifonico possibile. Così è, in effetti. Ma con un caveat. Che in questa sinfonia sia incluso anche il suono più sfuggente, quell’armonia che si nasconde e spesso rimane inascoltata. Non solo l’armonia delle diverse regole secondo cui l’universo esiste e si evolve, ma anche quella, silenziosa, dei diversi intelletti che si pongono in ascolto. Senza questa armonia, come la fede senza l’amore per San Paolo, non si danno davvero né un intelletto completo né un intellettuale. L’intellettuale è chi si pone in ascolto di tutte le norme contraddittorie che irradiano la realtà, oltre le quattro dimensioni del pensiero umano, e al contempo anche del silenzio senza nome e senza norme che pervade ogni cosa che esiste. Così, per la mia etica, si comporta un intellettuale. Come chi desidera, e osserva, e ascoltando prega.