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Storia tipica e atipica di Paolo Bentivoglio

Siamo nel 1901. È sera. Un uomo siede al tavolo della cucina e concentrato scrive una lettera in bella calligrafia da indirizzare al direttore dell’istituto dei ciechi di Milano, in via Vivaio 7. Mentre scrive il suo bambino se ne sta disteso nel letto, solo, con gli occhi chiusi, si lagna.  Si lagna, spiega il ragionier Callisto Bentivoglio nella lettera, perché nessuno gli insegna a suonare uno strumento. Il bambino si chiama Paolo ed è cieco dalla nascita. La madre ha abbandonato la casa e il padre, trovandosi “in condizioni economiche meschine”, insegue lavori precari che gli impediscono di occuparsi del figlio. Prega quindi la direzione dell’Istituto dei ciechi di Milano di accettare il bambino nonostante non abbia compiuto gli otto anni di età. 

Dopo aver ottenuto un diniego non si dà per vinto e si rivolge al prefetto alla provincia di Milano: “Il mio povero bambino non sarà accettato e dovrà crescere senza istruzione, senza un mestiere, e finire a vivere della carità pubblica. Il pronto intervento del prefetto eviterà la nuova sciagura che sta per cadere nel misero capo di mio figlio e per me un nuovo dolore da aggiungere ai tanti che travagliano la mia esistenza, fra i quali il fatto di esser disoccupato.” L’appello al prefetto non basta. Callisto si rivolge alla Basilica parrocchiale di santa Maria della passione. Non succede nulla. Il bambino si lagna. Continua a lagnarsi. A chi rivolgersi? A chi chiedere aiuto? Resta il re.  “Mi sono rivolto a Sua Maestà il Re d’Italia, il quale si è compiaciuto colla solita magnanimità che lo distingue di raccomandare il mio bambino.”

Allega alle numerose richieste di ammissione i certificati di miserabilità – il sunnominato è veramente povero -, di completa cecità – il bambino è cieco completamente e dotato di buona intelligenza -, di buoni costumi, di vaccinazione. Il ministero della Real Casa prende a cuore il caso e si offre di pagare la retta di 350 lire annue per l’accoglienza e gli studi di Paolino, che ad agosto del 1902 varca finalmente le porte del sontuoso palazzo in via Vivaio. 

 

Il padre Callisto, libero da impedimenti, parte per l’America per migliorare la sua condizione, che notiamo effettivamente migliorata, sempre sfogliando tra i documenti contenuti nel suo fascicolo, quando sei anni dopo, nel 1908, scrive alla dirigenza dell’istituto su carta elegantemente intestata – Ragionier Bentivoglio Callisto, via Conservatorio n.24 – : “Le mie cambiate condizioni economiche reclamano di non usufruire ulteriormente dei benefici di codesto istituto a favore di mio figlio Paolo.”

Passano tre anni prima che il cognome “Bentivoglio” torni ad apparire fra la corrispondenza di monsignor Luigi Vitali, direttore dell’Istituto. Questa volta a scrivere è l’ex alunno Paolo, ormai sedicenne e militante nel partito socialista, che allega un suo articolo uscito sull’“Avanti!”. Il foglio di giornale è intercettato da un professore che decide di risparmiare al direttore la “sgradita sensazione” che sarebbe venuta dalla lettura. Il titolo recita: “Per gli infelici che vivono nella tenebre”. Segue una dura critica verso gli istituti per ciechi, che Paolo ritiene mal diretti e manchevoli nella didattica: “In essi anche la più elementare cultura generale è deplorevolmente trascurata e viene impartito solamente l’insegnamento della musica. È ovvio il dire che non tutti hanno attitudine per l’arte di Euterpe, e perciò molti che, se ne avessero i mezzi, potrebbero applicarsi con successo ad altri rami, sprecano inutilmente tempo e buona volontà nella musica, a meno che non abbiano la possibilità di compiere privatamente altri studi, cosa che per un cieco è molto costosa. A nessuno può sfuggire la gravità di questa manchevolezza.”

 

Ricostruisco la trama di questa vita che si rivelerà eccezionale seduta nella stanza tappezzata di scuri scaffali in legno che ospita l’archivio storico dell’istituto dei ciechi di Milano, dove mi immergo per ore in uno dei tanti fascicoli degli alunni che nell’ultimo secolo e mezzo hanno abitato fra queste mura. I fogli sono ingialliti, le calligrafie ricordano stilografiche e ghirigori lessicali di tempi andati. Mi accorgo di aver perso la percezione del tempo in cui vivo e agisco, persa a dipanare le trame del passato di un uomo che prima di essere professore di lettere, segretario della federazione del Partito Socialista Italiano, consigliere comunale e provinciale, prima ancora di essere insignito della medaglia d’argento al valore civile per la militanza antifascista e di essere incaricato della direzione dell’istituto per ciechi di Bologna, è stato un bambino solo, gettato in un angolo, nel buio, a lagnarsi. 

La storia di Paolo Bentivoglio è al contempo tipica e atipica, eccezionale e tremendamente comune. È la storia di una famiglia povera, come la maggioranza di quelle che si rivolsero negli anni all’istituto dei ciechi di Milano. Una famiglia dove un figlio non vedente non rappresentava solo una sciagura per le possibilità che la società del tempo – priva di enti assistenziali statali e di strumenti adeguati all’istruzione di bambini e ragazzi non vedenti – era in grado di garantire. Lo era in primo luogo perché un bambino cieco rappresentava per le famiglie un peso materiale, acuendo le già misere condizioni di case dove il denaro non bastava a sfamare tutte le bocche, ancora meno poteva bastare per accudire un figlio bisognoso di cure speciali e di strumenti didattici raffinati. L’accanimento con cui Callisto Bentivoglio si rivolge alla direzione dell’istituto è quello di un padre consapevole del fatto che in Italia, a inizio ‘900, l’istituto milanese rappresentava la migliore prospettiva per un bambino cieco. Oltre ad essere un collegio dove ai ragazzi era garantito vitto e alloggio, in via Vivaio si impartiva un’istruzione all’avanguardia per i tempi. La musica era il fulcro della didattica perché si pensava che fosse uno degli strumenti migliori per garantire a un cieco un futuro di indipendenza economica e intellettuale. Sebbene Paolo Bentivoglio, con la sua spiccata intelligenza e l’eclettica cultura che avrebbe nel tempo coltivato, ritenesse questa una delle grandi debolezze dell’istituto, colpevole di condannare chi non ne aveva il talento allo svolgimento di lavoretti manuali di scarso valore e ancor minore profitto, è importante ricordare il ruolo che la didattica musicale ebbe nello sviluppo delle capacità di centinaia di alunni che nei decenni passarono di lì. Fin dalla fondazione dell’Istituto i non vedenti imparavano a suonare uno strumento a fiato e a corda, a modulare la voce nel canto e apprendevano la notazione musicale attraverso i corsi tenuti da insegnanti prevalentemente ciechi. Esistevano anche corsi di carattere tecnico, volti a preparare futuri accordatori di organo che sarebbero stati impiegati nelle parrocchie di paese o di città. La musica non era solo un esercizio intellettuale ed artistico, era uno strumento di emancipazione sociale in un tempo in cui il pensiero comune era quello per cui un cieco sarebbe senza dubbio finito, come spesso si legge nelle doglianze di Callisto, a vivere della carità pubblica, in mezzo alla strada, nella miseria. 

Ciò che quindi emerge, quando ci si perde fra le lettere e le relazioni, è l’importanza della funzione sociale svolta dall’istituto dei ciechi di Milano, primo a doversi interrogare su cosa significhi prendersi cura di una categoria fragile senza avere in mano linee guida a dettare la rotta. I primi a fare qualcosa sono sempre persone che vanno a tentoni, saltano gli ostacoli e tracciano i sentieri. Procedono districandosi, più che tra il giusto e lo sbagliato, tra le buone intenzioni e quelle efficaci. Brillante fu ad esempio l’intuizione per cui la ginnastica e l’esercizio fisico erano strumenti fondamentali per dotare i bambini ciechi non solo di capacità motorie di cui erano manchevoli, ma anche di una percezione del proprio corpo nello spazio. L’introduzione degli strumenti tiflologici per la scrittura in codice Braille permise invece agli alunni di esprimersi e avere accesso ad un bagaglio di conoscenza altrimenti precluso. Paolo Bentivoglio, in questo senso, con la sua vita fuori dal comune e la sua militanza incessante, non è stato un alunno deviante o un musicista mancato. È stato un alunno brillante, forse più brillante dei suoi educatori. Gli articoli che avrebbe scritto in seguito, con l’intento di mettere l’accento sulla strada che ancora era da fare in campo pedagogico – e che lui stesso si sarebbe poi impegnato a scoprire – venivano dal bambino che piangeva in un angolo perché nessuno, in casa, aveva il tempo, le capacità e le risorse per insegnargli a suonare uno strumento. Quando qualcuno, in via Vivaio numero 7, ne ebbe il tempo, le risorse e le capacità, lui ebbe l’opportunità di capire che la musica non faceva per lui, e avrebbe preferito studiare l’epica e la poesia, gli scritti politici e filosofici. Procedendo, come i suoi educatori, per tentativi ed errori. Configurandosi sempre più come una persona sfaccettata e complessa ed essendo sempre meno definito, in quel modo totalizzante e deleterio, come cieco e dunque poverello. 

Penso tutto questo mentre confusamente riemergo dalle pagine ingiallite dell’archivio. Getto lo sguardo oltre la porta a vetri a delimitare la stanza che contiene me insieme ai documenti, il legno scuro insieme alle fotografie. Vedo un lungo corridoio. Immagino Paolo Bentivoglio camminare, procedere per tentativi ed errori, trovare una forma che gli fosse propria. 

 


Questo articolo fa parte del percorso editoriale per raccontare Archivio Meraviglioso, un progetto creato in collaborazione con Wikimedia e con il supporto di Fondazione Cariplo per la costruzione di una piattaforma collaborativa per la digitalizzazione e la divulgazione dell’archivio dell’Istituto dei Ciechi di Milano.