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Il 25 settembre e la comunicazione democratica che manca

A distanza di un mese e poco più dal risultato elettorale che ha portato la coalizione di centro-destra al governo e a pochi giorni dall’insediamento del governo Meloni, ho avvertito la necessità di provare a fare i conti con quanto è accaduto. Ciò che è veramente accaduto non è la disfatta di una sinistra già in difficoltà da tempo e non è nemmeno la vittoria netta della destra. Il risultato chiaro di queste elezioni potrebbe addirittura rivelarsi un bene per le nostre istituzioni e per il paese (ha dato argomenti convincenti Mauro Piras, qui). 

Incrociando alcune analisi dei dati sulla partecipazione elettorale, che in questo periodo sono stati esaminati da più istituti di ricerca, con la mia esperienza personale di elettore medio1 Definiamolo questo elettore medio: direi un elettore almeno esterno ai circoli politici e sprovvisto delle competenze tecniche e teoriche per intendere con cognizione di causa le questioni che animano il dibattito politico parlamentare., ho avuto l’impressione che ciò che è accaduto sia questo: alle scorse elezioni l’elettore medio ha vota (quando ha votato) senza scegliere. E la ragione mi sembra questa: la mancanza di una seria comunicazione democratica, una comunicazione che sia informativa senza essere generica e che sia esplicativa senza essere tecnica. Se è davvero successo qualcosa di rilevante alle scorse elezioni, allora, forse è successo (e, forse, non per la prima volta) che abbiamo scelto senza essere stati messi nelle condizioni di scegliere seriamente.

Deluso come molti dalla vita interna del PD mi sono affacciato sul meraviglioso mondo dei programmi, delle dirette dei capi partito, dei confronti politici e delle domande indiscrete, tipo: tu chi voti?

Il primo barlume di questa idea mi è venuta per “antifrasi”. La mattina del 26 settembre, nelle conferenze stampa dei maggiori partiti che si sono susseguite, i perdenti hanno detto: “gli italiani hanno scelto” (Calenda, Letta, entrambi nelle primissime battute del discorso). Addirittura c’è chi, non meno perdente ma grazie a sondaggi preelettorali sfavorevoli ringalluzzito dal risultato, si è spinto a sostenere: “gli italiani hanno capito” (Conte e i suoi, qui). Non potevano fare altrimenti, i perdenti. In gioco c’era la legittimazione dell’elettorato e, così, di una classe politica che, da noi, sembra in piena crisi di legittimità. Anche i vincitori, però, non hanno fatto diversamente. Il 26 settembre, insomma, è stato tutto un complimentarsi con gli italiani per aver fatto quello che dovevano fare: scegliere.

A furia di sentir parlare di scelte, però, io, ho capito che non avevo scelto un bel niente. Ho votato, ho contribuito a legittimare il sistema democratico, ma non mi sento di dire che ho scelto. Cioè, di aver optato consapevolmente per una parte e non per un altra dello scacchiere politico. La cosa è andata più o meno così: deluso come molti dalla vita interna del PD, fin qui sempre votato più o meno a scatola chiusa, mi sono affacciato sul meraviglioso mondo dei programmi, delle dirette dei capi partito, dei confronti politici e delle domande indiscrete, tipo: tu chi voti?, ecc. ecc. Ho anche provato a fare, nei limiti delle mie possibilità, un controllo delle dichiarazioni e delle promesse dei diversi leader. Infine, ho cercato di intercettare i valori che tali programmi, dichiarazioni e promesse supponevano per non dare risposte di pancia, inutilmente schierate e appiattite sui valori a cui istintivamente aderisco (pensa un attimo all’effetto che fa se una, in parlamento, inneggia alla “patria” o alla “nazione”: piangi come un vitello o ti viene l’orticaria? Sono reazioni epidermiche, per lo più fuori dalla tua sfera di controllo, che dipendono da valori e credenze che ti costituiscono nel profondo). Di per sé, mi è parso un buon modo di avvicinarmi alle scorse elezioni, per quanto incerto e comunque attuato nei ritagli di un tempo che sembra sempre meno fatto per vivere in una democrazia. Mi è parso altresì, e mi pare ancora, un buon modo di vivere la politica democratica da elettore. L’esito della ricerca tuttavia è stato sconfortante: non sono mai riuscito a superare la cortina del luogo comune. Una cortina spessa, che ti ributta indietro quando provi a oltrepassarla. Impantanato nei luoghi comuni non riuscivo a capire chi avesse ragione e chi torto, di chi fosse opportuno fidarsi e di chi no. La mela non è caduta molto lontana dall’albero, allora. Ho dato il solito voto, senza che la ricerca e l’approfondimento ne avessero confermato la bontà.

Se la ricerca ha dato un esito, però, è questo: ho capito con chiarezza di non dominare affatto gli argomenti, i problemi e le proposte che venivano dai diversi capi partito che ho ascoltato. E che il mio voto concludeva all’ideologia. Ideologia, nel senso più deteriore: una visione delle cose che non emerge da un vero confronto con la realtà, ma resta astratta e priva di presa sulle cose. 

Fin qui la mia esperienza. Che potrebbe essere, né più né meno, quella di una persona, diciamolo con un eufemismo, un po’ ingenua, che solo tardi si è cominciata a interessare di politica e che tradisce la propria lontananza dalla politica che si fa. Forse è così. Ma se non sono stato l’unico a essersi fatto un’idea del genere e ad aver tratto questa conclusione, il dato potrebbe essere preoccupante. E non perché la “politica” sarebbe distante dai cittadini e autoreferenziale, ma perché tale distanza potrebbe essere l’effetto di superficie di una difficoltà più profonda che ha a che fare con la comprensione che i cittadini e le cittadine hanno della “politica” e della vita politica. Chi desse la stura a nostalgie di ideologie andate denuncerebbe, con la propria malizia, il suo deprecabile elitismo: la forza storica di alcune idee sarebbe stata usata per guidare – o mettere le briglie a – masse ignoranti e incapaci di intendere e di volere. Una scelta tanto più autoritaria quanto più subdola. La difficoltà nasce invece proprio dal fatto che, in democrazia, l’elettorato deve essere messo nelle condizioni per intendere e volere. Se questa situazione non si produce o smette di prodursi, la democrazia finisce per reggersi solo sulla forza del diritto, che non è poco, ma dura poco, e rischia di diventare facile preda di regimi anti-democratici. Se chi decide, cioè chi vota, non è messo nelle condizioni di capire e dunque di scegliere consapevolmente, nonostante cerchi di informarsi, di capire, di studiare, non si condanna solo lui o lei a votare senza scegliere, a esprimere una volontà senza credo e senza impegno, ma si priva l’intero corpo degli elettori della propria capacità di autodeterminarsi e, così, si condanna la democrazia. Lo scenario è trivialmente apocalittico o, per usare un termine à la page, ansiogeno? Mica tanto. Non credo sia solo umiliante e vergognoso aver votato senza poter onestamente sostenere di essermi espresso. Voglio dire, e parlo per me, certamente mi sono espresso, cioè, ho espresso la mia preferenza, ma non l’ho fatto per bensì contro. Se questo è già qualcosa non è ancora scegliere, se scegliere significa individuare tra molti qualcuno e/o qualcosa che, per determinate ragioni, appare migliore. Allora, che cosa ho espresso? Un pregiudizio e un ordine di scuderia. Il pregiudizio verso partiti, coalizioni, governi di destra; e l’ordine di scuderia, la destra non deve vincere. Questo comportamento mi pare estremamente dannoso in democrazia. Temo però di non essere stato il solo ad averlo adottato.

E forse, per evitare di fare la mia fine, in molti si sono astenuti dal voto. Il cosiddetto partito del non voto, in queste elezioni, è cresciuto a dismisura: non è solo il primo “partito” italiano ma ha più che doppiato Fratelli d’Italia (37,2% dell’intero corpo elettorale vs. il 15,9% raggiunto dal partito di Meloni – prendo questi dati da un’analisi apparsa su Openpolis)2 Openpolis ha dedicato anche un approfondimento a tali dati. Si possono leggere qui: https://www.openpolis.it/lastensionismo-e-il-partito-del-non-voto/ . Il partito del non voto comprende tanto gli astenuti quanto coloro che, pur votando, consegnano una scheda bianca (o non valida). Ciò che è interessante osservare è che negli ultimi 14 anni le schede bianche hanno visto un tracollo, mentre è progressivamente aumentata l’astensione: in quest’ultima tornata, le schede bianche sono state il 2,9% dell’intero partito del non voto, laddove fino al 2001 è stata proprio la scheda bianca il modo per esprimere un esplicito dissenso verso i partiti e i candidati alle elezioni. Dissenso che, tuttavia, implicava la convinzione di partecipare attivamente alla vita politica. Al contrario, l’astensione sembra indicare mera disaffezione. Questa disaffezione va però motivata. Solitamente si dice: i partiti sono in crisi, non fanno più presa sull’elettorato e non lo motivano ad andare a votare. Bene, la soluzione mi pare avere il duplice vantaggio di essere economica e intuitiva, tuttavia non spiega granché. Al contrario della scheda bianca, infatti, l’astensione investe l’intero regime democratico, ne revoca in dubbio la legittimità, ed esprime per contrasto la convinzione che la vita politica è una vita separata su cui il cittadino o la cittadina non possono intervenire pur essendo chiamati a farlo e pur avendo il diritto – dunque il potere – di farlo. 

Difficilmente potrò togliermi dalla testa l’impressione che capire in democrazia è necessario e che uno dei doveri di chi fa politica dovrebbe essere proprio quello di creare le condizioni e gli spazi pubblici per rendere tale comprensione possibile

Credo che questa situazione vada letta alla luce di un fenomeno più ampio, tipico della nostra società. Diciamolo con un paradosso: al crescere dell’accessibilità e della pubblicità (delle fonti, dei documenti, della vita dei partiti e delle istituzioni: tutto è online, tutto è visibile, tutto cade – nelle istituzioni italiane – sotto lo slogan “amministrazione trasparente”), decresce questa stessa accessibilità e pubblicità. Sul piano politico-istituzionale la trasparenza dei documenti, dei bandi, dei contratti, delle leggi, come anche la possibilità di seguire in diretta gli sviluppi della vita politica, si scontrano con un alto tasso di artificiosità linguistica (in primo luogo i tecnicismi), con schemi spesso controintuitivi o tabelle illeggibili, con contraddizioni, talvolta anche patenti, e con ogni altro genere di difficoltà. Leggetevelo un bando di concorso per una amministrazione pubblica italiana; cercate di capire quanto guadagnerete al prossimo scatto stipendiale consultando le tabelle, pubbliche, che descrivono il trattamento giuridico ed economico nella posizione superiore. Sono esempi solo apparentemente slegati dalla situazione che sto descrivendo, perché qualunque “accesso agli atti” si voglia fare, esso è realmente possibile solo se vi è una competenza forte rispetto al genere, e solo a quello, di “atti” a cui si vuole accedere. Il che, un po’, è anche giusto e normale, ma non può valere sempre e per tutto.

Manca, da parte delle istituzioni, una comunicazione che sia autenticamente democratica e faccia l’interesse delle cittadine e dei cittadini, dove per “interesse” bisogna intendere la possibilità di capire e farsi un’idea propria, possibilmente diversa da quella che ciascuno si forma tra il bar sotto casa e l’open space dell’ufficio o, se non diversa, più argomentata e meno generica. Una comunicazione che medi, almeno in tutti i settori politici e amministrativi, tra il piano giuridico ed economico e quello del linguaggio ordinario. Naturalmente non è solo un problema della “politica”. Tuttavia, in un regime politico che si voglia democratico questo fatto, alla lunga, è esiziale: mentre l’uso di Lynux, famoso sistema operativo libero e decentralizzato, potenzialmente utilizzabile e modificabile da tutti, può rimanere appannaggio solo di alcuni (ingegneri informatici, per lo più), è profondamente ingiusto che ciò accada in un regime politico democratico, giacché la democrazia si fonda sulla partecipazione di tutte le cittadine e di tutti i cittadini che hanno raggiunto la maggiore età e, dunque, hanno concluso o quasi le scuole che dovrebbero formarli, tra le altre cose, a tale partecipazione (ma questa è un’altra storia).

Una comunicazione politica e istituzionale democratica dovrebbe garantire almeno a coloro che abbiano raggiunto la maggiore età e portato a termine il ciclo scolastico dell’obbligo di capire che cosa è in gioco nei dibattiti parlamentari, nell’agenda di un governo, e in tutte quelle situazioni in cui la “politica” si trova ad amministrare le nostre vite, cioè, sempre. È inquietante, ed è un problema particolarmente urgente in Italia, che anche sulle questioni dirimenti e cruciali della vita politica, quelle che ci riguardano direttamente, sia molto difficile provare a fare chiarezza con gli strumenti messi a disposizione dalle istituzioni e farsi un’opinione che confermi oppure integri criticamente i propri orientamenti politico-valoriali di fondo.

Da alcune ricerche sul post-voto svolte dalla società Ipsos parrebbe che in Italia esistano più comunità o orientamenti politico-valoriali, le quali solo in parte collimano con i partiti che dovrebbero rappresentarle. Sarebbe frettoloso, tuttavia, concludere da questo fatto che, se non vado a votare o non so per chi o cosa votare, non sono rappresentato. Potrebbe rivelarsi più fruttuoso, invece, osservare il problema da quest’altra angolatura: non mi sento rappresentato perché non capisco veramente che cosa è giusto o sbagliato fare, in che direzione è necessario andare, ma soprattutto non so e non saprei – e nemmeno ho tempo – dove andare a reperire le informazioni giuste, magari raccolte in un Bignami, per saperne un poco di più. Il problema non è di fiducia verso le persone, che, lo sanno tutti, è la peggior fiducia che si possa riporre. Il problema è che se i mandatari rubano o agiscono male o non agiscono secondo il mio modo di vedere e sentire il mondo o, ancora, sbagliano, io, il mandante, non riesco a capirlo se non con anni di ritardo, quando ormai il danno è fatto ed è addirittura difficile reperire i responsabili.

Non escludo che il mio sia stato solo uno sfogo, una forma di malessere che ha trovato compensazione grazie alla scrittura. Non escludo nemmeno che l’aspirazione di un elettore medio a volerci capire qualcosa sia semplicemente ingenua perché fuori misura: qualcosa di irrealizzabile. Tuttavia, difficilmente potrò togliermi dalla testa l’impressione che capire in democrazia è necessario e che uno dei doveri di chi fa politica dovrebbe essere proprio quello di creare le condizioni e gli spazi pubblici (non solo istituzionali) per rendere tale comprensione possibile. La prima condizione, mi pare, è quella di una comunicazione istituzionale, informativa e non generica, esplicativa ma non tecnica, mediante cui le istituzioni e la “politica” possono farsi capire da qualsiasi cittadina e cittadino italiano e consentirgli dunque di agire con sicurezza al loro interno e, soprattutto, di esercitare le proprie prerogative di elettore con coscienza e libertà. 

È ovvio, ma ripeterle le ovvietà non è per forza un male, la passione per la politica, e per una politica democratica, nasce e può essere coltivata solo se la cittadina e il cittadino credono di poter fare la differenza quando sono chiamati a farla; per poterlo credere, tuttavia, è necessario capire come si può fare la differenza. Se capisco mi appassiono. È il solito vecchio scherzo della conoscenza: mi piace, godo, approfondisco e, alla fine, voglio pure dire la mia. L’alternativa è un’occasione che non si riesce ad afferrare, come l’uomo di campagna davanti alla legge nel famoso apologo kafkiano. Un destro offerto agli autoritarismi di ogni colore.

 

Immagine da Unsplash di Phil Scroggs