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Un festival per ricostruire relazioni

Cosa significa vivere insieme? Come si fa? Su cosa si basano i nostri legami sociali e come possiamo ricostruirli dopo l’esperienza dell’isolamento, di chiusura in noi stessi, dopo mesi di interruzione di ogni interazione fisica e sociale? 

Le arti performative possono aiutarci a ipotizzare delle risposte, perché sono un terreno di indagine unico, in cui è possibile dare forma a particolari condizioni di vita e dunque di osservazione.

E così è stato al Festival di Santarcangelo con How to be together, un progetto che ha coinvolto oltre 50 partecipanti in un’esperienza di convivenza durata dieci giorni, in cui spazi di vita e performance artistica si sono mescolati in modo inestricabile. Una comunità nata dunque in vitro all’interno di un festival teatrale ma che, da quando nasce, sviluppa e permette di seguire le dinamiche di comportamento di un gruppo di persone che coesistono, collaborano, si legano, comunicano, confliggono.

Un progetto possibile anche grazie agli sconvolgimenti che la pandemia ha causato al festival, già dall’anno scorso. L’irruzione del coronavirus ha fatto sì che venissero riscoperti, per rappresentazioni ed eventi, luoghi di Santarcangelo fino a quel momento non utilizzati o sconosciuti alle performance del festival. 

How to be together approfondisce alcuni concetti alla base di A school with a view, iniziativa che ha preso forma nell’edizione 2020, «un progetto sviluppato in dialogo con alcune istituzioni formative europee. Con queste scuole era nato un ragionamento su quale fosse lo stato dell’arte della formazione internazionale e italiana per i performer». Chiara Organtini, curatrice e progettista culturale, è una delle ideatrici di How to be together, insieme ai Motus e agli interlocutori delle cinque scuole coinvolte, il Das di Amsterdam, la Manufacture di Losanna, il Kask di Gent, il Damu di Praga e lo Iuav di Venezia. Il progetto è inserito all’interno del progetto europeo Be Part, che ha lo scopo di sviluppare pratiche artistiche partecipative, di cui il festival di Santarcangelo è a capo e di cui Organtini è la coordinatrice. 

«Tutte queste dinamiche, davanti alla situazione pandemica, ci hanno spinto a fare uno scarto ulteriore. Ci siamo chiesti quale potesse essere il ruolo delle istituzioni nel pensare l’incerto, nell’abitare l’instabilità», spiega Organtini. «Per gli artisti, la necessità di ripensare il proprio lavoro abitando l’instabilità è molto radicata. Nelle istituzioni, soprattutto in quelle scolastiche, tutto ciò si scontra invece con una rigidità strutturale».

«Ci siamo chiesti inoltre» continua Organtini, «come il festival in quanto terreno temporaneo e non permamente, potesse essere un contesto fertile anche per sperimentare delle piccole utopie, per rispondere alle domande che ci stavamo ponendo. Volevamo capire quanto le pratiche artistiche potessero essere quel terreno necessario per immagine un altrove, e un’alternativa. Uscire dall’idea che non esiste un mondo altro da quello che il monopolio dell’immaginario ci ha imposto, e quindi come gli artisti potessero essere invece un tessuto per riconnettere anche le relazioni, perché la dimensione di coinvolgimento della città e della comunità era per noi molto forte e quindi percecipavamo anche la criticità del virus che infetta la relazione con l’altro». 

È stata dunque lanciata una call, cui hanno risposto 55 partecipanti da tutta Europa, in molti provenienti dalle scuole legate al progetto, altri con un curriculum e un percorso artistico sviluppato al di fuori di queste istituzioni. La persona più giovane aveva 22 anni, la più vecchia 40, l’età media era attorno ai 30 anni. Per i dieci giorni di durata del festival questi performer hanno vissuto in un villaggio temporaneo («un mini progetto di rigenerazione urbana», riflette Organtini), un insieme di tende e spazi condivisi all’interno di un parco alla periferia di Santarcangelo, una sezione di parco immersa nella natura, poco frequentata e normalmente non attraversata nemmeno dalle traiettorie del festival, che in cinquant’anni ha esplorato molti degli anfratti nei dintorni del centro cittadino.

Al contempo sono stati coinvolti alcuni «artisti ai quali abbiamo chiesto di fare da facilitatori della comunità. A loro abbiamo chiesto di presidiare e avviare il processo dei cinque gruppi che rispondevano alla domanda How to be together attraverso dei sottotemi, e di seguire poi una dinamica generativa e collaborativa in cui i partecipanti prendevano un po’ il comando, con l’accortezza che ci fosse un bilanciamento tra le persone di ogni gruppo, in termini di redistribuzione della leadership o di proposte».

Gli artisti scelti come facilitatori sono il collettivo olandese Building Conversation, con Lotte Van Der Berg e Peter Aers, il duo belga formato dallo scenografo Jozef Wouters e dal drammaturgo Bar Van den Eynde, la coreografa Cristina Kristal Rizzo, l’artista Riccardo Benassi, mentre un gruppo è stato guidato da Valentina Pagliarani e da alcuni bambini che frequentano la sua Scuolina Selvatica, «questo gruppo guardava infatti il selvatico come forma di conoscenza ed è stato facilitato dai bambini in quanto detentori di questa capacità di aiutarci a disimparare per entrare in contatto con nuovi canali». 

«Abbiamo invitanto le persone a costruire il proprio flusso di lavoro e di ricerca» spiega Chiara Organtini. «Abbiamo lasciato totale libertà ai partecipanti di arrivare e partire dalle proprie pratiche per rispondere a queste domande e generare insieme risposte collettive».

Il risultato di tutto ciò sono state una serie di azioni e performance, tentativi di comunicazione sia interni ai diversi gruppi che verso l’esterno, performance in cui è la dimensione dell’effimero a prevalere. Un gruppo ha lavorato sul dancefloor come spazio democratico, organizzando feste notturne e dj set, c’è chi si è concentrato sull’esplorazione di luoghi remoti, spazi naturali o luoghi industriali abbandonati, facendo dei rituali per prenderne possesso. «Il gruppo con i bambini» racconta Chiara Organtini, «ha iniziato a lavorare su un sistema di corrispondenza, fino ad aprire in centro storico un negozio (che avevamo a disposizione per un altro spettacolo), abitandolo e facendone una sorta di ufficio di prossimità, in cui chiunque poteva entrare e lasciare tre desideri».

Il risultato di tutto ciò sono state una serie di azioni e performance, tentativi di comunicazione sia interni ai diversi gruppi che verso l’esterno, performance in cui è la dimensione dell’effimero a prevalere.

Delle prove di collaborazione, create in poco tempo, che hanno provato a ragionare sul senso dell’esperienza di convivenza e creazione condivisa. «Questa ambizione alla leadership collettiva o comunque a una governance alternativa era molto ambiziosa» riflette Organtini. «Quello che abbiamo imparato sicuramente è la necessità e la difficoltà come curatori di avere un ruolo che pian piano lascia spazio, in una dinamica di abbandono del controllo».

Una così stretta relazione tra convivenza e lavoro creativo, gli spazi condivisi, il confronto quotidiano con gli altri, hanno ovviamente generato anche incomprensioni, tensioni, difficoltà. Una società, anche se costruita artificialmente e in scala ridotta, sperimenta gli stessi problemi e limiti che ogni insieme di persone conosce. Il conflitto esiste, incombe, e la questione più importante diventa come affrontarlo, come eventualmente superarlo. 

«Abbiamo imparato la necessità di far esplodere il conflitto» spiega Organtini. «Venivamo da un anno e mezzo di isolamento, in cui la dimensione domestica è stata quella che ha un po’ dominato le vite di tutti, quindi trovarci a vivere in 55 portava in sé tanta bellezza ed energia, ma a volte anche una tensione latente e quindi spesso si innescavano dei conflitti davvero brucianti. Per noi è stato necessario non negarli, ma cercare di trasformarli, in un canale che un po’ diventasse produttivo».

«Eravamo consapevoli di avere tuttavia poco tempo, soltanto una decina di giorni, che forse sono necessari per far esplodere un conflitto, per portare a una risoluzione che non è però una sintesi, ma è comunque un avanzamento».

«Sicuramente la maggior parte dei conflitti» continua Organtini, «nasceva intorno a una mancanza di comprensione profonda, che derivava anche dal fatto che ognuno di noi, credendo di essere già parte di una comunità, una comunità artistica, comprendesse lo stesso codice. E non era affatto così. 

È stato necessario davvero denudarsi di questi assunti e mettere da parte le motivazioni di alcune scelte, per poi arrivare a delle risoluzioni. Che si sono tradotte, per esempio, nella trasformazione profonda dello spazio: se c’erano dei nodi all’interno che venivano vissuti come costrizioni o incomprensioni, i partecipanti sono stati liberi di trasformarlo».

Fondamentale poi è stato il confronto con l’esterno, ad esempio con chi voleva venire a visitare il villaggio, ospiti che erano anche un po’ degli intrusi, «e si è arrivati all’idea che chiunque arrivasse potesse farlo, a patto di portare però un dono, per incontrare così il luogo e la comunità», che ricambiava con piccole pratiche, riti, altri doni.

Quello del rapporto, a volte complicato, con l’esterno, con quello che produce una comunità artistica e il mondo che la circonda, è un tema su cui Chiara Organtini si è sempre interrogata tantissimo, fin dai tempi di Caos, spazio dedicato alla produzione artistica in una ex fabbrica chimica a Terni, per cui Chiara Organitini ha seguito diversi progetti per oltre un decennio (mentre ora, oltre a Santarcangelo, collabora con il centro artistico belga WpZimmer).

«Con Caos avevamo uno spazio permamente, che aveva un’eredità molto pesante per la storia industriale del sito», racconta. «Ci siamo sempre posti come un batterio positivo, senza bisogno di un’assimilazione completa, ma che si muoveva con una comunità per microfratture, reazioni, per provocare una crescita, e questo c’è stato, anche se con moltissimi scontri. Terni è un terreno durissimo, quindi per noi è stato veramente molto faticoso».

«Cosa che non ho trovato per esempio a Santarcangelo» continua, «dove, forse per un circolo virtuoso di contaminazione con il festival, c’è una forte tendenza visionaria ad accogliere con curiosità ogni forma di interrogativo che l’arte pone. C’è stato quindi uno scambio fortissimo con un’amministrazione che è abbastanza illuminata e capisce la necessità di un’alleanza con dei linguaggi artistici per aprire gli orizzonti mentali e l’immaginario. È una città che tuttavia ha anche delle ombre» prosegue Organtini, «nel senso che è una città profondamente normata, completamente omogenea, composta da una classe media ricco-borghese bianca, in cui non c’è spazio per minoranze e diversità. Anche su questo abbiamo ragionato, sull’accogliere un’idea di alterità partendo dalle piccole cose, quindi ad esempio avere la possibilità di ospitare a basso costo chi non può permettersi b&b che costano tantissimo durante i giorni del festival. Abbiamo ragionato veramente sull’ampliamento dell’accoglienza e dell’ospitalità e la relazione col diverso».

«Il nostro è un microintervento che ambisce a generare delle trasformazioni permanenti, se non altro nell’immaginario», riflette Chiara Organtini. «Questo parco, uno spazio pubblico che per un periodo abbiamo sottratto all’uso dei cittadini, è uno spazio marginale della città, che noi abbiamo scelto per restituirlo a un uso collettivo. Un festival come questo agisce come un miraggio: l’idea è quella di offrire idee e suggerimenti di un’identità futura del parco, senza però imporla».