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Immaginazione, partecipazione e potere

Il titolo è: Immaginazione civica. L’avessi scritto io questo libro probabilmente lo avrei chiamato progettualità civica. Ma avrei sbagliato. Ed ha fatto bene Michele D’Alena a parlare di immaginazione. Non solo perché questo è anche il nome dell’”Ufficio” di cui è responsabile (Ufficio Immaginazione Civica della Fondazione per l’Innovazione Urbana, a Bologna). Ma anche e soprattutto perché, in un momento come questo, è necessario avere molta immaginazione per provare a deviare le traiettorie senza sbocco e senza futuro che tutti, dalle singole persone alle grandi istituzioni, siamo spinti a seguire. 

Il libro presenta 4 anni di immaginazione urbana all’opera a Bologna. Si tratta di esperienze fortemente legate al loro contesto, la cui proposta nella forma di un libro è quanto mai utile. E questo non solo per far girare le buone pratiche tra gli addetti ai lavori (che pure è molto importante), ma anche per dare una visione d’insieme di quello che è successo e dell’idea di città che queste esperienze contribuiscono a generare. E questo, a mio parere, è un contributo di straordinario valore. Ma andiamo con ordine.

1. Per loro natura, la forma di governance di cui parla questo libro è, e direi deve essere, poco visibile: si tratta di creare le condizioni favorevoli all’emergere nuove energie. Si tratta cioè rendere possibili, e supportare, iniziative di cui altri, altri attori sociali, dovranno sentirsi i protagonisti. Per questo non deve sventolare programmi e creare vistose cornici entro cui rinchiudere le energie che concorre ad attivare.

Questa modalità d’azione ha però un limite: se pure le innovazioni urbane che rende possibili portano spesso a risultati ben tangibili, ma non è facile riconoscere l’idea di città, di società e di mondo cui si riferiscono e che esse stesse generano. 

 Per cui, se pure alla scala molecolare la bassa visibilità di questa governance e delle idee che la guidano è efficace, la difficoltà a riconoscere una visione d’insieme di ciò che si sta facendo può far sì che le trasformazioni molecolari che genera possano chiudersi in se stesse. O spegnersi perché chi le anima non ne percepisce la rilevanza politica. O, ancor peggio, evolvere in una direzione opposta ai valori su cui erano nate.

Per questo, se pure resta vero che capacità di promuovere e supportate l’immaginazione civica, richiede di operare in modo discreto, è anche vero che, ad un certo punto, queste storie vanno raccontate. Occorre dire cosa si è fatto e come. E questo non per fare del marketing politico, ma perché è importante che i cittadini attivi riconoscano come e quanto il loro coinvolgimento abbia un senso che va al di là delle specifiche questioni locali. E, in questo modo, siano consapevoli di aver partecipato, e di star partecipando, a qualcosa di più grande: alla costruzione di una città generata in modo collaborativo dai cittadini stessi, a partire dalle loro conoscenze ed esperienze. 

D’Alena, con questo libro, racconta molto bene il caso di Bologna. Sarebbe interessante avere delle storie analoghe per tutte le atre città in cui, a partire da contesti molto diversi, quest’immaginazione civica è stata coltivata. Dal loro confronto emergerebbero diversi stili di governance, con diverse combinazioni tra interventi dell’alto (visibili, ma a rischio di essere poco coinvolgenti), e azioni molecolari (partecipate ma, spesso sotto la soglia della visibilità, con tutte le implicazioni di cui si è appena detto). Ma al di là di questo utile confronto tra esperti, l’insieme di questi racconti mostrerebbe i lineamenti di un possibile futuro delle città e della democrazia, così come sta emergendo in Italia (e non solo). 

2. Il libro Immaginazione civica racconta dunque come tutto questo è avvenuto a Bologna. E lo fa presentando una serie di storie di partecipazione. Si parte dal Regolamento per i beni comuni (del 2014) e da diversi interventi di co-progettazione nei quartieri, per arrivare al tema del rinnovamento della democrazia urbana. Si introducono le ragioni che hanno portato ad attivare una rete di agenti di prossimità e si conclude raccontando come tutto questo ha retto, e reagito, quando la tragedia della pandemia si è abbattuta sulla città. Lascio al lettore il viaggio tra questi temi. Un viaggio da fare con calma, leggendo paragrafo per paragrafo quello che questa esperienza ci racconta. Qui invece vorrei mettere in evidenza un tema trasversale concernente l’idea e le pratiche di partecipazione che emergono dall’insieme di queste esperienze. 

A d’Alena piace scrivere che quello che ha fatto è un libro di storie, non “una riflessione generale sulla partecipazione dei cittadini” (p. 32). Ma, a mio parere, le due cose non si escludono. Anzi: raccontare le cose in questo modo, cercando di far percepire l’iper-locale in cui le azioni di cui si parla hanno avuto luogo, dà anche indicazioni importanti e generalizzabili.

La prima è un’indicazione di metodo: per parlare davvero di partecipazione occorre adottare uno sguardo molto ravvicinato, in cui persone, luoghi, attività appaiano nella loro singolarità. Occorre cioè osservare e raccontare l’”esperienza inedita e concreta che ha permesso alle persone di partecipare” (p. 33). Non solo. Questo racconti di persone presentate con i loro nomi propri e di incontri che avvengono in luoghi anch’essi ben definiti, nel loro insieme, ci danno una seconda indicazione generalizzabile riguardante proprio il centro del tema: cosa si debba intendere per partecipazione. D’Alena stesso ce lo dice proponendo e argomentando quattro parole chiave: tempo, spazio, potere e fiducia. Il tempo necessario per costruire la fiducia e le relazioni di cura che ne devono seguire. Lo spazio da definire in coerenza con la comunità di luogo che si vuole costruire. Il potere che, con il processo partecipativo (e le attività di co-progettazione e co-produzione che in esso avvengono), viene trasferito alla comunità che con il processo partecipativo stesso si è attivata.  Infine la fiducia (e quindi l’empatia, la cura e la prossimità che con essa si intrecciano) che è il collante grazie a cui tutto ciò che le prime tre parole chiave propongono stia assieme. A me sembra che queste parole chiave, e l’interpretazione che ne viene data, descrivano bene la natura della partecipazione di cui parliamo. Di sicuro, rendono chiaro quanto un processo partecipativo sia lontano da ogni stanca e burocratica applicazione di un metodo prestabilito.

Una terza e fondamentale indicazione che ci viene dalle esperienze raccontate dal libro è la necessità di considerare sempre il cruciale rapporto tra partecipazione e potere. “Avviare processi partecipativi e di coinvolgimento ai tempo della sfiducia – scrive D’Alena – significa definire il potere, inteso come verbo che indica la capacità di agire”. E, continua, “cedere potere significa riconoscere il collegamento tra decisione e partecipazione” (p. 60). Per cui, ogni processo partecipativo implica un trasferimento di potere da chi lo aveva precedentemente, alla nuova comunità progettante che lo stesso processo partecipativo porta a generare. E dunque: se ogni vera partecipazione implica una cessione di potere, ciascuna di esse può essere vista come una presa di potere da parte dei cittadini. Il che non significa prendere “il” potere, ma prendere una quota di potere. Non sarà la conquista del Palazzo d’inverno. Ma non è poco. Anche perché oggi non ci sono più Palazzi d’inverno da conquistare, ma solo sistemi complessi da trasformare, agendo su di essi nodo per nodo. Con molta l’immaginazione civica, appunto.  

Articolo precedentemente pubblicato per la Casa della Cultura di Milano