L’infrastruttura sociale come processo di innovazione, uno sguardo al PNRR

È forte la tentazione di cominciare dal fondo e cioè dalle risorse economiche che importanti documenti di politica come il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e il più esplicito Piano Sud 2030 assegnano alle infrastrutture sociali. E di conseguenza iniziare a stilare la lista delle tipologie di immobili riconducibili a questo raggruppamento a cui assegnare i finanziamenti trasformandoli in asset d’investimento: biblioteche, scuole, asili nido, strutture socio sanitarie, ecc. Non che questo approccio sia di per sé sbagliato, anzi è comprensibile nella misura in cui molte di queste infrastrutture si trovano in una situazione di degrado e di abbandono tale da richiedere misure immediate per il loro ripristino anche solo per garantire condizioni minime di sicurezza e agibilità.

D’altro canto sappiamo bene, o dovremmo sapere, che la fretta di tamponare le falle di un sistema di presidio territoriale che la pandemia ha drammaticamente allargato rischia di degradare a dato per scontato il fatto che l’infrastruttura sociale non rimanda all’ennesima categoria di beni immobili ma piuttosto a un processo. A testimoniare la rilevanza di questo “dettaglio” ci sono sparsi per il Paese grandi quantità di immobili, anche perfettamente ristrutturati, vuoti però in termini di contenuti, significati e proposte.

L’infrastruttura sociale non rimanda all’ennesima categoria di beni immobili ma piuttosto a un processo

Quel che più manca sono quindi processi che connettono persone e organizzazioni in comunità che contribuiscono a definire la destinazione d’uso di spazi fisici per finalità di autentico “interesse generale”. Lo ricordava, qualche mese fa, un articolo pubblicato su una rivista medica e cofirmato da una dozzina tra medici e operatori sociali impegnati a gestire la prima ondata della pandemia in uno dei suoi principali epicentri ovvero l’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo. Anche in quel momento così drammatico a mancare non erano solo infrastrutture e tecnologie specialistiche per trattare l’acuzie (respiratori, terapie intensive, ecc.) ma anche presidi socio assistenziali a livello territoriale che avrebbero consentito di decentrare la soluzione del problema alleggerendo i presidi ospedalieri. Infrastrutture sociali capaci quindi di contribuire a gestire la componente “hard” del welfare e non solo attività e servizi legati alla gestione di attività in qualche modo ordinarie e quotidiane.

Nonostante deficit di dotazione e di capacità di gestione va comunque notato che soprattutto negli ultimi anni buona parte della fenomenologia che afferisce a quello che è stato definito il quasi concetto d’innovazione sociale fa riferimento proprio ai processi di infrastrutturazione sociale che hanno come ricaduta la rigenerazione di spazi in luoghi. Può essere utile quindi cercare di riprendere i principali elementi di apprendimento che scaturiscono da queste iniziative spesso sostenute da bandi di soggetti filantropici – come “Culturability” la call di fondazione Unipolis per i centri culturali innovativi – che ne hanno finanziato e sostenuto lo sviluppo.

L’obiettivo è di comprendere meglio come questo ecosistema di esperienze e competenze sia in grado di ideare e realizzare politiche dove la rigenerazione di immobili richiama elementi di trasformazione delle relazioni tra persone e comunità, dei modelli organizzativi e, non da ultimo, degli stessi percorsi di programmazione e gestione delle politiche – dalle politiche sociali a quelle urbane, da quelle culturali alla mobilità, ecc. – secondo modalità dove l’orientamento di missione e la capacità di coinvolgimento di diversi soggetti consente di “fare la differenza” in termini d’impatto.

Un primo elemento, forse il più evidente, che scaturisce da questo ambito così rilevante dell’innovazione sociale riguarda l’adozione diffusa di approcci progettuali legati non solo (e forse non tanto) all’erogazione e produzione di determinati beni e servizi “finiti”, ma anche alle fasi generative ed emergenti di attivazione contribuendo così, letteralmente, a infrastrutturare il processo sociale.

L’elemento più rilevante dell’innovazione sociale riguarda l’adozione diffusa di approcci utili a infrastrutturare il processo sociale.

L’utilizzo di “artifici” in forma di strumenti e applicativi gestiti in contesti phygital e spesso derivati e adattati dal mondo dell’innovazione tecnologica – come ad esempio gli hackathon che richiedono a gruppi di esperti di progettare soluzioni in tempi stretti o i canvas utilizzati per restituire in forma schematica la proposta di valore di un progetto – ha l’obiettivo di allestire contesti di relazione all’interno dei quali possano nascere e venire accelerate progettualità vere e proprie. L’intento è di creare comunità basate su un mix di capacità pratica, intenzione trasformativa e radicamento territoriale dotandole di competenze in sede di esecuzione operativa che in corso d’opera, cioè durante il processo, possono acquisire tratti identitari più marcati.

Rilevante, da questo punto di vista, sono i ruoli di accompagnamento che assumono una connotazione particolare. Più che di “agenti di sviluppo” pienamente immersi nella dimensione processuale che contribuiscono ad alimentare e dalla quale si fanno trasportare, si tratta di attori orientati a operare secondo schemi di nudging, proponendo cioè iniziative e attività che si basano soprattutto sulla temporaneità e sul valore di stimolo all’azione, ad esempio elaborando beni e servizi in forma di prototipo da poter testare.

In tal senso l’infrastrutturazione sociale come processo di innovazione è spesso costellata da elementi di natura performativa organizzati in palinsesti di eventi e workshop con l’obiettivo di moltiplicare le opportunità d’innesco a favore di una pluralità di soggetti.

La produzione culturale e le attività laboratoriali e ricreative connessa svolgono, da questo punto di vista, un’importante funzione d’ingaggio e di ricomposizione di interessi e aspirazioni che spesso sono “sparsi in giro” ovvero non sono riconducibili a matrici culturali e ideologiche incarnate da organizzazioni che della rappresentanza e dell’advocacy fanno la loro missione. Un approccio che quindi ha il merito di abbassare le barriere d’ingresso rispetto alla partecipazione ai processi d’infrastrutturazione sociale e di rendere più intraprendenti le comunità che ne scaturiscono, ma che proprio per questa sua “leggerezza” e pragmaticità può forse correre almeno due tipi di rischi.

Il primo può consistere in un’applicazione meccanica di strumenti di facilitazione che peraltro sono spesso concepiti come format basati sulla compressione dei tempi della riflessività e su una certa determinazione degli obiettivi da raggiungere lasciando quindi poco margine per catturare l’indeterminato che caratterizza i processi generativi.

Il secondo limite può riguardare invece la “miccia corta” degli inneschi processuali per effetto dei quali si fatica a definire quel minimo di cornice di significato che può consentire di superare la contingenza di singoli eventi cristallizzando così i partecipanti nel ruolo di spettatori e non di veri e propri attivatori e gestori del cambiamento. L’effetto di questa polverizzazione è di non riuscire a sbloccare quegli investimenti di risorse finalizzati non solo all’acquisizione e al riutilizzo dell’asset immobiliare in senso materiale ma anche (e soprattutto) ad alimentare quell’adesione personale e collettiva che consente ai processi di infrastrutturazione sociale di raggiungere un livello di continuità e massa critica ideale in termini di aspirazione e capacità di generare una trasformazione significativa della destinazione d’uso dello spazio fisico.

Un secondo apprendimento riguarda la sostenibilità economico – finanziaria dei processi di infrastrutturazione sociale e dei loro esiti, di nuovo sia rispetto alla dimensione processuale che strettamente materiale. La presenza di contenitori che “grazie” ai loro vuoti spaziali e di significato attivano azioni intenzionali di rigenerazione che catalizzano, soprattutto dal basso, diversi apporti di risorse, contribuisce, seppur in forma contraddittoria, a ridefinire il modello economico se non più rilevante certamente più emblematico di quest’epoca ovvero quello delle piattaforme.

Nelle iniziative che afferiscono a questo ambito se ne riconoscono infatti molti dei tratti: l’infrastruttura e i processi che la rigenerano per nuovi usi collettivi svolgono infatti una funzione di abilitazione rispetto a una pluralità di iniziative, attività, progetti di varia natura creando a tal fine una molteplicità di “punti d’incontro”. Il soggetto animatore dell’infrastruttura sociale spesso non possiede l’asset e non lo gestisce in proprio ma “si limita” a far incontrare opportunità e bisogni proponendosi come attore intermediario, come dimostrano, ad esempio, infrastrutture sociali come le case di quartiere dove accanto a una vera e propria offerta di beni e servizi “a catalogo” esiste una importante quota di spazi che “hanno senso” nella misura in cui vengono adattati a una pluralità di forme di utilizzo da parte di una altrettanto varietà di soggetti: luoghi di studio, feste, lavoro, formazione, produzione culturale, ecc.

La principale differenza dal punto di vista della sostenibilità del modello risiede nel fatto che le piattaforme digitali che monopolizzano segmenti più rilevanti dell’economia e della società  consegne a domicilio, negozi digitali, immobiliare e turismo, ecc. – utilizzano business model basati sulla crescita dei volumi di scambi in forma di prestazioni puntuali segnate dal “click” di acquisto e dalle quali estraggono quote percentuali, solitamente limitate, di valore.

Le piattaforme dell’infrastrutturazione sociale invece crescono, o cercano di farlo, verso il basso, radicandosi cioè intorno a una dimensione di luogo che consente di coprodurre e scambiare beni di relazione spesso non configurabili in termini di prestazioni.

Le piattaforme dell’infrastrutturazione sociale crescono, o cercano di farlo, verso il basso

Da qui la ricerca di una sostenibilità che difficilmente può essere basata solo su una quota del valore di scambio per ogni incontro andato a buon fine tra domanda e offerta. Occorre, da una parte, dare continuità e significato trasformativo alla logica di scambio, ad esempio introducendo modelli di abbonamento e di affitto che consentono di accedere a beni e servizi secondo tempi e modalità meno parcellizzate e in grado di dare continuità sia al processo di infrastrutturazione, sia alle economie interne come avviene, ad esempio, in molti spazi di coworking, soprattutto in quelli che puntano con maggiore decisione sul valore della comunità degli abitanti dello spazio e sul radicamento nel più ampio contesto sociale. D’altro canto è necessario valorizzare tutti quegli scambi informali e di reciprocità difficilmente inquadrabili nella dimensione contrattuale e di mercato anche perché si correrebbe il rischio di spiazzarne le motivazioni di fondo.

Per questa ragione le piattaforme di infrastrutturazione sociale più evolute come alcuni dei “nuovi centri culturali” che si vanno diffondendo in tutta Italia e che sono stati mappati da cheFare si dotano di sistemi gestionali interni in grado di tracciare tali apporti. Si tratta ad esempio di contributi volontari in termini di tempo, idee, risorse, ecc. che si configurano non come mere esternalità ma come veri e propri scambi mutualistici che hanno il merito di rendere visibile e di alimentare un patrimonio di queste organizzazioni fatto di risorse intangibili, ma che forse si potrebbero meglio definire risorse competenti e significanti che spesso in altri contesti, anche in campo sociale, rimangono limitate o allo stato di potenzialità. Ma tutto questo, che è già complesso di per sé da attivare e gestire, sembra ancora non bastare.

La sostenibilità delle iniziative di intermediazione e di abilitazione sociale ha spesso bisogno di risorse ulteriori apportate da soggetti che occupano una posizione esterna al circuito della comunità di riferimento e delle sue plurali modalità di scambio. Ciò avviene solitamente allungando la leva di mercato, cioè producendo e vendendo beni e servizi anche al di fuori della sfera di infrastrutturazione sociale, oppure cercando di dare continuità agli apporti di natura donativa soprattutto da parte di amministrazioni pubbliche e/o enti filantropici.

Pur trattandosi di modalità assai diverse in termini gestionali e organizzativi esiste comunque una sfida comune, ovvero gestire una maggiore apertura verso l’esterno, correndo gli inevitabili di rischi di colonizzazione da parte di attori non direttamente convolti nel processo di infrastrutturazione sociale. Per questo risulta necessario mettere in campo capacità professionali per gestire economie di mercato e strategie di raccolta fondi anche in contesti caratterizzati da una bassa adesione e legittimazione sociale testando così consistenza della propria cultura organizzativa non solo per preservare l’identità ma anche per saperla interfacciare all’esterno gestendo in modo equilibrato il valore derivante dalla dimensione di contesto.

La sostenibilità delle iniziative di intermediazione sociale ha spesso bisogno di risorse ulteriori apportate da soggetti che occupano una posizione esterna alla comunità di riferimento

I flussi esterni che sempre più rilevanti attraversano la dimensione di luogo – dai pubblici degli eventi culturali, fino agli abitanti temporanei dell’infrastruttura e del suo territorio – rappresentano quindi non tanto una risorsa meramente strumentale per esigenze di sostenibilità economica, ma soprattutto una parte integrante del processo d’infrastrutturazione sociale. Se è vero che l’irruzione di fattori esogeni, in particolare in forma di economie, può rappresentare un elemento di problematicità è altrettanto vero che può costituire una sorta di antidoto rispetto a tendenze al ripiegamento dei processi di infrastrutturazione sociale verso assetti di nicchia che oltre a essere difficilmente sostenibili sono anche incapaci di generare cambiamenti di natura sistemica.

Il terzo elemento di apprendimento dai processi più innovativi di infrastrutturazione sociale riguarda la governance intesa, in questo frangente, non solo come “assetto” definito in termini giuridico – formali ma, anch’essa, come elemento processuale volto a esplicitare le modalità di esercizio della principale risorsa collettiva cioè il potere. Queste iniziative si caratterizzano infatti per un’enfasi sulla dimensione conversazionale e dialogica dei sistemi decisionali quasi contrapponendosi ad approcci, sempre più diffusi anche tra le organizzazioni sociali, basati invece sull’adesione a leggi e regolamenti – basti pensare all’impatto fin qui molto tecnocratico della riforma del terzo settore – che portano a codificare nei dettagli l’atto decisionale lasciando però sullo sfondo le dinamiche di influenzamento e di confronto che invece ne costituiscono l’essenza.

Nell’innovazione dei luoghi le forme giuridiche, se previste, risultano fortemente dipendenti dalla qualità del riconoscimento reciproco tra gli attori coinvolti e dalla loro capacità di dialogo, per evitare che si trasformino in meri veicoli strumentali a volte costituiti a uso e consumo di soggetti finanziatori o, all’opposto, vengano “sacralizzate” in quanto tali (ad esempio il vincolo della non lucratività o il principio del voto capitario), a prescindere dalla loro concreta funzionalità rispetto ai temi oggetto di decisione.

Il carattere istituente della governance che spesso contraddistingue i processi più innovativi di infrastrutturazione sociale rimanda inoltre alla capacità di elaborare e introdurre ritualità che grazie al fatto di essere ricorrenti nel tempo e medesime (cioè volutamente uguali a sé stesse) consentono di meglio abitare e far propria l’infrastruttura sociale, individuandone cioè le peculiarità, le funzioni d’uso e le risorse comuni che la caratterizzano.

Per effetto di questa impostazione, in gran parte rivolta a governare la produzione e la condivisione di risorse interne, rimane in parte irrisolta la questione di come questi processi di governance siano in grado di decidere rispetto a risorse apportate anche da soggetti esterni. Un’opzione quest’ultima che, come nel caso precedente, caratterizza infrastrutture sociali dove sistemi proprietari e capacità d’investimento sono spesso in capo ad attori che si collocano esternamente alle comunità della rigenerazione. Tali soggetti esterni tendono peraltro ad assumere in casi sempre più frequenti non tanto il ruolo di controparte ma quello di potenziale partner e sono quindi interessati ad avere “voce in capitolo” facendosi parte attiva nei processi gestionali e decisionali.

Questa evenienza sempre meno sporadica sollecita la necessità di dotare le comunità della rigenerazione di una governance che sia autenticamente multi-stakeholder non solo perché sa aggregare persone e organizzazioni che solitamente occupano posizioni marginali rispetto a processi decisionali rilevanti legati, ad esempio, alla rigenerazione di immobili e di porzioni di territorio, ma anche in grado di coinvolgere nell’infrastrutturazione sociale “poteri forti” a livello istituzionale ed economico che di solito prediligono “tavoli” di confronto dove le quote di potere sono suddivise, spesso anche per via normativa, in modo asimmetrico.

Ciò richiede però di riconoscere la dimensione di permanenza e stabilità dell’istituzione e delle sue forme organizzative e giuridiche senza le quali il movimento processuale rischia di non raggiungere quel livello di continuità dell’azione necessario per operare in contesti di crescente complessità. In tal senso i patti di collaborazione sottoscritti nell’ambito dei regolamenti per la cura dei beni comuni rappresentano un interessante banco di prova perché la loro recente evoluzione evidenzia una crescita non solo in termini numerici ma anche di consistenza dei beni, spesso infrastrutturali, da curare e quindi di richiedono interventi ad hoc per modellizzarli, facendo spazio ad attori istituzionali e organizzativi e non solo a cittadini attivi singoli o associati informalmente.

Tutte queste caratterizzazioni sono state attraversate nell’ultimo anno da un evento – quello pandemico  dall’impatto così profondo da poter definire un nuovo scenario a partire dai suoi effetti sia diretti che indiretti. È interessante notare, a tal proposito, che spesso non si tratta di “cose nuove” – ad iniziare dall’evento in sé – ma piuttosto di sottolineature e accelerazioni riconducibili a tendenze esistenti e che vedono proprio nei processi di infrastrutturazione sociale uno dei principali catalizzatori di cambiamento. Se da una parte si è assistito a una chiusura generalizzata e soprattutto a una parziale e incerta riapertura degli spazi fisici di servizio ma soprattutto di socializzazione, dall’altra si sono attivati nuovi processi di infrastrutturazione sociale basati non solo su elementi di natura collaborativa o su esigenze di coordinamento, ma su un contenuto più evidente di mutuo aiuto e supporto.

Se da una parte si è assistito a una chiusura generalizzata degli spazi fisici di servizio, dall’altra si sono attivati nuovi processi di infrastrutturazione sociale basati su un contenuto più evidente di mutuo aiuto e supporto

Tale approccio ha probabilmente contribuito a “inspessire” di legame sociale e di significato politico attività e servizi che nel mondo di ieri erano routine quotidiane  basti pensare alla consegna della spesa a domicilio – mentre nel contesto pandemico sono diventati beni di prima necessità resi disponibili secondo modalità di “normalità trasformativa”. Rispetto alla crescita della componente mutualistica nei processi di infrastrutturazione sociale non è indifferente la transizione digitale che se nella prima fase è risultata forzata, col procedere del tempo sembra essersi fatta più consapevole sostanzialmente per tre aspetti qualificanti che, di nuovo, non sono novità assolute ma evidenze della pandemia.

Il primo aspetto consiste nella relativa semplicità nel calibrare le risorse digitali su scala locale organizzando in modo efficace queste risorse in risposta ai problemi e riconfigurando così reti di servizio e di logistica. Il secondo elemento qualificante evidenziato dal digitale risiede nella possibilità non solo di trasmettere conoscenze puntuali attraverso la classica e sofferta formazione a distanza ma anche di elaborare e condividere contenuti che emergono da dinamiche processuali coinvolgendo platee molto ampie e non solo gruppi ristretti, ad esempio per elaborare campagne di advocacy e conseguenti azioni progettuali.

La terza evidenza derivante dall’operare in via primaria nel campo digitale consiste nella maggiore facilità di gestire il campo della cooperazione tra attori non solo più numerosi ma anche maggiormente diversificati in termini di competenze e di culture di riferimento riuscendo così a concepire prototipi di prodotti e servizi che in un contesto di maggiore omogeneità di provenienza e interessi avrebbero probabilmente richiesto tempi di progettazione e di messa a regime decisamente più consistenti e forse esiti ben diversi in termini di efficacia.

Basti pensare, ad esempio, alla cooperazione tra enti pubblici e terzo settore con maker digitali per mettere a disposizione dispositivi di protezione e cura soprattutto nella prima fase della pandemia. Infine, ma tutt’altro che irrilevante, la stessa pandemia ha aperto uno squarcio su un futuro che appare in realtà fortemente determinato dall’assetto presente e forse ancor di più dal recente passato.

Emblematica in tal senso è la fuoriuscita dal cono d’ombra di uno strato sempre più consistente della società basato su lavori servili in regime di mercato nero o di imprenditorialità precaria che spesso si sono rivelati essenziali durante la chiusura e che, forse anche per questo motivo, catalizza in modo ancor più evidente volontà di rappresentanza e tutela, ma anche tentativi sempre più diffusi di costruzione di modelli economici e organizzativi alternativi come la riconversione etica delle consegne a domicilio recuperando il modello cooperativo.

Oppure, su un altro fronte, si assiste a una riscoperta meno sporadica e da “tempo libero” della dimensione territoriale sia in contesti urbani, come il modello di città che nell’arco di quindici minuti consente di accedere ai servizi esseziali, che in aree interne dove far gravitare le diverse sfere di vita sociale, lavorativa, culturale, di consumo, ecc. Nuove polarità che contribuiscono a ridisegnare in modo strutturale le dimensioni d’area che più da vicino approssimano la vita in comune: il quartiere, il borgo, le periferie, le città intermedie, ecc.

In definitiva l’innovazione sociale che rigenera la dimensione di luogo sembra caratterizzarsi per un approccio che non disdegna modus operandi e strumenti derivati dall’innovazione mainstream, ma, al tempo stesso sembra in grado di assimilare e utilizzare tali approcci e modelli per il raggiungimento di scopi diversi. Questa capacità, e volontà, è probabilmente legata anche all’entità della sfida da affrontare e che si “materializza” in beni immobili e proprietà dove in modo esplicito si evidenziano da una parte i fallimenti e insieme gli interessi delle istituzioni dominanti sia del mercato che dello Stato (e delle rispettive propaggini filantropico – finanziarie) e d’altro canto i limiti in termini di capacità operativa e più in generale di propensione al cambiamento su ampia scala degli attori, in particolare di terzo settore, che hanno dominato il panorama dell’innovazione sociale degli ultimi decenni.

L’innovazione sociale che rigenera la dimensione di luogo sembra caratterizzarsi per un approccio che non disdegna modus operandi e strumenti derivati dall’innovazione mainstream

Accelerare i processi sociali, invertire in senso coesivo il carattere estrattivo delle piattaforme, governare processi decisionali attraverso nuovi riti (e forme) sono caratteristiche peculiari in grado alimentare un sostrato culturale e una capacità d’azione che sembra in grado di saper assorbire e impiegare sia risorse emergenti ma anche di provenienza top down e che con tutta probabilità “investiranno” a breve il comparto delle infrastrutture sociali nell’ambito di obiettivi di “recovery”.

Una prima modalità utile in tal senso e in fase di evoluzione avanzata riguarda la riorganizzazione della rappresentanza attraverso la nascita di coalizioni plurali e trasversali a diversi settori e ambiti di appartenenza ma strettamente focalizzate su sfide che sostanziano il cambiamento sociale: lotta alla disuguaglianza, sostenibilità ambientale, povertà educativa, ecc. Una seconda modalità di organizzazione dell’azione collettiva, che appare però meno sviluppata, riguarda l’integrazione operativa e strategica dei promotori e sviluppatori di infrastrutturazione sociale innovativa sulla base non solo di esigenze di tutela di interessi, ma soprattutto di condivisione di approcci, strumenti, competenze ben esemplificata dalla recente nascita della rete tematica “Lo stato dei luoghi”.

Questa elaborazione condivisa dovrebbe in particolare misurarsi rispetto al tema più “scabroso” che caratterizza questo ambito ovvero il modello di crescita. All’evidenza dei limiti dei modelli di scaling basati sulla replicabilità e le grandi dimensioni adottati principalmente dagli attori di mercato e pubblici, sembra ancora mancare un approccio ben definito rispetto alle modalità di propagazione per radicamento e per annidamento nei contesti. L’assenza o meglio la scarsa strutturazione di modelli di crescita alternativi sembra essere riconducibile non solo a limiti di natura elaborativa e gestionale ma forse maggiormente a una predisposizione di fondo rispetto alla possibilità di superare i perimetri in termini culturali e organizzativi che contraddistinguono le diverse esperienze che costellano un pluriverso d’innovazione sociale caratterizzato da una certa idiosincrasia rispetto a forme, anche blande, di modellizzazione (e conseguente istituzionalizzazione).

È difficile quindi ipotizzare che l’ecosistema dell’infrastrutturazione sociale innovativa possa, in quanto tale, trovare la necessaria coesione operativa interna e l’altrettanto importante capacità catalitica verso l’esterno nei tempi necessari, cioè brevi, dettati non solo dall’arrivo di ingenti risorse ma dalla capacità di risposta a una domanda di (nuova) socialità che probabilmente si aprirà nel post pandemia. Potrebbero essere, di nuovo, attori esterni, gli apportatori di risorse in particolare: pubblici, filantropici e finanziari, a esercitare una spinta alla crescita. Se così fosse l’aspettativa è che i diversi esperimenti di nuova rigenerazione dell’ultimo decennio circa abbiano sviluppato in questi ultimi quegli elementi di apprendimento utili a saper cogliere, senza snaturare, le peculiarità e qualità dell’infrastruttura sociale come processo.

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