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La crisi degli eventi e della spontaneità

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Ci sono direttori creativi che scelgono di lanciare la loro nuova collezione con una miniserie trasmessa in digitale (vedi Alessandro Michele), designer che ti fanno arrivare a casa una tazza di tè accompagnata da una cartolina con QR code dove troverai un video che ti guida tra i nuovi prodotti (Stefano Seletti). C’è chi pensa che le fiere del libro “che facevano così anni Cinquanta” non hanno più senso di esistere: uno perché erano faticose, due perché ormai servivano solo da vetrina, tre perché il ritorno economico per il singolo editore (e per lo scrittore ancora peggio) non era poi così alto. La pandemia ci ha costretto a ripensare un settore che davamo ormai per consolidato nella forma in cui l’abbiamo vissuto fino a oggi.

Nei primi mesi di lockdown ci siamo divertiti a sperimentare forme nuove di incontro e condivisione (nuove per chi non aveva mai vissuto in città diverse dalla propria): tutti a scaricare Zoom, Webex, Google Meet, Teams, e così via. Dagli aperitivi alle tavole rotonde, tutto passava da lì, ma l’effetto festa durava poco: esclusi i primi dieci minuti di risate isteriche e di screenshot dei nostri schermi affollati (ri-postati poi su ogni social possibile, distruggendo per sempre l’estetica dei nostri feed a cui avevamo dedicato così tanta cura), iniziava poi una frustrante fase di ricerca della comprensione, tra audio sporchi e connessioni sconnesse, oltre all’annullamento di ogni etichetta immaginabile, parlando tutti uno sopra all’altro, mangiando a bocca aperta (per non perdere il proprio turno), e così via.