In media montagna: forme di sviluppo sostenibile e inclusivo per le aree montane

Primo novembre, Capodanno celtico. Notte, buio pesto tra le montagne, luna crescente. Un grande faló in località Molinello, poco sotto il paese di Cevo, in Val Saviore, provincia di Brescia, lungo il sentiero primitivo dove i primi abitanti di questa valle, testata (e cuore) dell’Adamello, indagavano secoli fa il radicale rapporto tra uomo e natura, aspra via di accesso e contaminazione tra oriente ed Occidente della Lombardia, tra le valli di Daone e quelle valtellinesi. Si festeggia Samhain, la fine del raccolto, l’inizio dell’inverno. La vita che finisce, la vita che comincia.

Oltre cinquanta persone, un tamburo, qualcuno prende a cantare. Suona come un mantra, un salmo, un canto di ringraziamento alla terra.

Primo novembre, notte di Halloween, bassa padana. Qualche petardo per la strada, vociare di ragazzini. Mi sveglio al buio con una frase di sassofono nella testa, non la riconosco, non la decodifico, ma mi sembra di intuire il suono, il timbro. Purtroppo non esiste tecnologia che traduca il jazz in parola, allora telefono al mio amico enciclopedico, gliela canto, mi sento un po’ cretino.

È Resolution, di John Coltrane. “A love supreme” è un disco che ho divorato, che arriva dalla preistoria, un’opera d’arte totale, che include tutte le arti, ancestrale, infinito. Metto le cuffie. E finalmente intuisco la chiave interpretativa di questi sei mesi in media montagna.

Il disco è suonato da un quartetto, o forse da un quintetto, gli storici della musica faticano a stabilire con esattezza chi fosse presente a quella sessione di registrazione. E alla fine poco importa il chi. Importa il cosa. “A love supreme” è una lunga meditazione divisa in quattro atti. È un manifesto, ma anche una dichiarazione d’amore, una redenzione individuale e collettiva, politica.

È un percorso di crescita in quattro pezzi, quattro movimenti, che a pensarci bene sono stati i timidi mo(vi)menti che in questi primi mesi di sperimentazione hanno indirizzato il nostro percorso di rigenerazione in una struttura pubblica vocata allo sviluppo sostenibile, la Casa del Parco dell’Adamello di Cevo (BS).

Aknowledgment

Questa è una storia dove micro e macro camminano a braccetto. È una storia collettiva, che incrocia storie individuali, le alimenta e si alimenta. E’una storia che ha a che fare con la Storia. E anche con la geografia.

Abbiamo deciso di prendere in gestione questo spazio dopo lunga maturazione. Non cercavamo uno spazio qualsiasi, volevamo proprio questo, almeno per cominciare.

Per un paio d’anni abbiamo riflettuto a lungo su come produrre azione sociale, cambiamento, su come promuovere l’impatto accorciando la distanza verso beneficiari. Su come essere radicali e trasformativi. Uno spazio era ciò che faceva al caso nostro, ma uno spazio capace di dialogare con attori, con pratiche, con reti.

Uno spazio proprio qui. La Valsaviore è una trasversale sulla destra orografica della Valle Camonica, si stacca più o meno a metà tra il lago d’Iseo con i vini della Franciacorta e gli impianti sciistici di Ponte di Legno e del Passo del Tonale, è composta da cinque comuni e circa 5.500 abitanti, lunga 12 km, chiusa ai piedi del gruppo dell’Adamello, il più grande ghiacciaio delle Alpi. Tra il Pizzo Badile Camuno, una montagna aspra e dura, fatta a protuberanza, che assomiglia vagamente al Cervino, e la Concarena, una lunga cresta frastagliata che si apre in forcelle femminee, un gioco erotico tra ombre che si innestano l’una dentro l’altra, dicono le tradizioni locali, e che è artefice della fecondità ancestrale di questa terra. La Valsaviore, dicevamo, si stacca nel punto in cui la Valle Camonica (un solco verticale di 100 km che sbocca in Trentino), porta ancora le ferite di un fastoso passato industriale, visibile attraverso gli stabilimenti riconvertiti, o semplicemente chiusi.

Cevo è il paese (che nessuno dei suoi abitanti si sognerebbe di definire borgo) più grande della valle, territorialmente piuttosto esteso, 800 abitanti, alcune seconde case,  una pizzeria, un albergo, un ristorante che ha da poco cessato l’attività, una manciata di bar, pochissimi servizi turistici, diverse associazioni, tutte piuttosto attive, poche iniziative economiche prevalentemente agricole e artigianali, qualche esercizio commerciale, una splendida pineta sulle pendici del Pian della Regina, il Museo della Resistenza, una scuola elementare bruciata per rappresaglia fascista sulla cui facciata campeggio un’opera dello street artist Eron che ricorda quell’episodio, un museo etnografico diffuso nel centro del paese, pochi minuti di macchina dall’attacco dei sentieri di tre tra le più belle Valli del Nord Italia, la Val Salarno, la Valle d’Arno e la Valle Adamè, lembi glaciali che convergono verso sua maestà, o meglio verso  il ghiacciaio del Pian di Neve, il “Mer de Glace” lombardo. Una popolazione in calo e prevalentemente “anziana” (oltre il 30% degli abitanti ha più di 65 anni), uno spopolamento dei nuclei storici, diverse case non abitate, mobilità pubblica carente, poche occasioni di lavoro, una discreta e sorprendente propensione all’autoimprenditorialità femminile, una forte identità storico culturale e un patrimonio paesaggistico e naturalistico diffuso, dove il turismo non è ancora una leva capace di reddito e dove non esiste sul settore un deciso coordinamento pubblico.

Una valle chiusa, dicevamo, e lo sanno anche i suoi abitanti. Un territorio meraviglioso, interamente ricompreso nel cuore del Parco dell’Adamello, forse il più rappresentativo di quest’area protetta, incontaminato, silenzioso, in una parola naturale. Un territorio che qualcuno di noi conosceva per ragioni biografiche, altri per ragioni professionali, qualcuno non lo conosceva affatto.

La casa del Parco dell’Adamello ha una lunga precedente storia ma nasce in questa forma una decina di anni fa, è un ostello, con piccola ristorazione, una chiesa sconsacrata che fa parte della memoria condivisa, un piccolo museo mineralogico, un piccolo spazio eventi, un grande giardino che si affaccia sul Passo di Campo, dove in lontananza si intravede una diga. È di proprietà della Comunità Montana di Valle Camonica, la quale ne ha affidato in concessione la gestione completa affinché la Casa diventasse, in qualità di Centro del Parco, un polo di aggregazione e di attrattività territoriale in un’area marginale dove il locale incrocia il globale, potendo ospitare fino a 49 persone in 16 camere.

Il bando di gestione protocollato (dopo un primo tentativo andato a vuoto, che aveva già sollecitato la nostra profonda attenzione) all’inizio della primavera del 2022 lasciava spazio a proposte ibride, innovative. Con alcuni partner (Fondazione Acra, storica ONG che si occupa tra le altre cose di cambiamento climatico e giustizia sociale, Limes Farm, spazio di co-working ad alto contenuto tecnologico in aree a bassa densità, Lino Zani, giornalista RAI e divulgatore di montagna) abbiamo disegnato un progetto basato su tre funzioni ulteriori, oltre a quella ricettiva e ristorativa, già connaturate alla vocazione originaria della struttura.

La prima, di valorizzazione e di emersione del potenziale del territorio circostante, l’ambiente naturale, ma anche soprattutto l’ambiente umano. La seconda di formazione, capacity building si direbbe, a servizio delle energie locali. La terza di prototipazione di servizi a impatto locale, una sorta di palestra per provare a capire spazi e bisogni, e rispondervi con quello che negli anni abbiamo imparato.

Quando ci siamo aggiudicati il bando, non sapevamo che questo disegno in quanto tale poteva esistere solo sulla carta.

Abbiamo aperto la porta l’8 luglio di quest’estate torrida, e ci siamo accorti che l’unica cosa che potevamo fare era ascoltare. Accogliere.

Ci siamo detti per anni che la postura giusta per stare in un territorio fosse quella di abitarlo per abilitarlo. Nessuno di noi sapeva se fosse vero o se fosse solo una gradevole assonanza. Ma nel dubbio abbiamo provato a farci abitanti, in punta di piedi, perché la cittadinanza non te la impartisci, te la concedono gli altri, il sistema superiore, le istituzioni, una comunità, un collettivo. Un po’ come nelle contrade di Siena, dove esisti e sei riconosciuto per diritto di sangue o per diritto di nascita (ius soli o sanguiniis, come in buona parte dei Paesi moderni, ma non tutti) o per diritto di affiliazione, ovvero se gli altri ti ritengono degno, se la comunità ti accoglie come figlio. Lo ius affiliationis.

I primi articoli sui giornali locali che parlavano della Casa del Parco, figli dei comunicati stampa istituzionali, ponevano l’accento sul fatto che il gruppo di gestione (composto da 3 uomini, 4 donne, alta scolarizzazione, età media 32 anni, con provenienze da diverse province lombarde, e nessuno dalla valle, ad eccezione  di altre due donne che hanno garantito per tutta l’estate i servizi di supporto) fosse giovane.

“Sono arrivati i fighetti di Milano”, ci è stato detto come battuta nei primi giorni. Sorridevamo glissando, appigliandoci al fatto che nessuno di noi fosse Milano, e forse nemmeno troppo fighetto. Ma ci è stato suggerito con queste parole che il primo rischio da evitare era quello di essere estrattivi1Estrattivo è colui che si siede al ristorante, mangia sei portate e poi cerca il modo di non pagare il conto. Estrattiva è l’impresa che sta su un territorio, produce valore attingendo a risorse collettive, che poi accumula altrove.. E considerato che per esercitare questa attività, abbiamo scelto, forse un po’ miopi (magari un veicolo non profit, chissà), di costituirci come Srl e società benefit (anteponendo lo scopo sociale allo scopo di lucro), il rischio estrazione, perlomeno nell’immaginario comune, ma anche nell’esperienza quotidiana di chi per diversi anni ha bazzicato il tema della sostenibilità dell’imprese e della CSR, era evidente.

Abbiamo cominciato dalle basi, cercando per quanto possibile di accogliere un approccio distributivo, in particolare con quei flussi di generazione di valore più basici e controllabili, per esempio la ristorazione. Un menu a km zero, a km umano, con circa 25 fornitori, buona parte della Val Saviore, i restanti della Val Camonica, la speranza di poter crescere e far crescere, di crescere insieme alle altre piccole e microscopiche attività produttive presenti nel territorio. Non tanto a fini economici, i volumi di approvvigionamento di questi pochi mesi di attività non avrebbero spostato il fatturato di nessun soggetto dotato di una minima struttura imprenditoriale, ma dal punto di vista della pancia, degli intenti, delle intenzioni.

E dunque, mentre ascoltavamo l’identità, la storia, la lettura di questo territorio, abbiamo aperto l’ostello e la piccola cucina, con l’attenzione a non ostacolare nella proposta le poche attività ristorative già presenti, ma cercando di integrarci, pur sapendo che questo non fosse il nostro mestiere di provenienza.

Resolution

Assolo di sassofono, si apre il secondo pezzo del disco, la seconda fase del nostro stare. Le prime decisioni.

Eravamo partiti per collocarci come una piattaforma di redistribuzione di ricchezza economica e sociale (allarghiamo la torta e facilitiamone l’accesso ai diversi operatori economici per incrementare il valore sociale), ci rendiamo presto conto di essere una sorta di attrattore culturale (in senso lato), una calamita capace di far emergere tra gli abitanti della valle la “tradizione sociale” (una specie di innovazione sociale con le rughe sulle mani e sul viso, non necessariamente per l’età), un luogo in cui riconoscersi tra simili, riconoscere la portata di cambiamento del progetto, e unirsi in una sfida percepita qui come impossibile, perchè mai realizzata in passato – condivisa accettandone l’eterogeneità dei fini. In poco tempo abbiamo capito che uno spazio è l’identità di chi lo anima che poi diventa l’uso che se ne fa. In altre parole, il team (di gestione ma soprattutto quello operativo) ha fortemente connotato la Casa e ne è diventato un asset chiave, mettendo in luce il rapporto tra capitale sociale, persone e spazi.

Abbiamo calamitato persone simili tra loro e simili a noi e intercettato le loro aspirazioni. Prima persone e storie singole che hanno ritrovato nell’iniziativa una consonanza di visione e di lettura del mondo, poi gruppi informali (esperienze di associazionismo, “sapienti locali”, o anche semplici compagnie di amici che volevano provare il brivido di qualcosa di diverso dal bar del paese, e che poi si sono ritrovate dentro ad un progetto che tutto sommato aveva un che di interessante ed hanno cominciato ad esplorarlo) e nell’ultima fase iniziative di innovazione sociale/culturale talvolta estremamente ambiziose e interessanti (non solo camune) con cui costruire parternariati e percorsi di coprogettazione. In altre parole più passavano i giorni più la calamita diveniva sempre più magnetica, in grado di attrarre (s)oggetti sempre più grandi e sempre da più lontano. A noi unire i puntini e lavorare non solo sui nodi della rete ma soprattutto sulle linee di congiunzione, sul capitale relazionale, per creare un “ecosistema” fertile e capace di cambiamento. Ci accorgiamo che dobbiamo mettere ulteriormente a fuoco l’obiettivo di impatto, e tarare meglio quanto pensavamo nella teoria: forse non basta essere traino di sviluppo e redistribuzione e piattaforma di rafforzamento dei soggetti esistenti, dobbiamo scegliere meglio alcuni beneficiari con cui lavorare e scommettere insieme a loro, contribuire a legittimare idee e reti.

Con questo spirito nasce “Nel nuovo regime climatico – Festival di arte, cultura e montagna”, un titolo rubato a Bruno Latour, enorme pensatore contemporaneo recentemente scomparso: a causa degli effetti imprevisti della storia umana, quel che chiamavamo Natura abbandona ora le quinte e sale sulla scena. L’aria, gli oceani, i ghiacciai, il clima, il suolo: tutto quel che abbiamo reso instabile interagisce con noi. La vecchia Natura scompare e lascia il posto a un essere di cui è difficile prevedere le manifestazioni. Siamo nell’età delle conseguenze, scrive Latour. Per chi non lo avesse ben chiaro: nell’età delle conseguenze del cambiamento climatico, figlio di questo modello di sviluppo.

Undici eventi in due mesi, 1.600 pernotti, circa 25 mila euro di prodotti acquistati da soggetti locali, oltre 4 mila fruitori, musica, proiezioni, dibattiti, meditazioni, escursioni attorno ad un filo conduttore: come il cambiamento climatico, che qua sopra a pochi chilometri, in una estate torrida, sta uccidendo l’Adamello sia artefice della quotidianità della vita di questa montagna. Questa è una valle che resiste. Negli anni 40 al fascismo, poi alle sirene dello sviluppo turistico. Ma residenza e resistenza hanno una assonanza e una etimologia simile, e forse questo risiedere è una forma di resistenza, al cambiamento climatico, al ritardo di sviluppo, e dunque farci residenti, prima ancora che abitanti, è il primo passo per legittimarci e quindi per indirizzare la nostra capacità di agency. Residenza e resistenza sono parole dall’origine semantica simile: sedersi più volte e continuare a stare.

Nel nuovo regime climatico promuoviamo un piccolo campus – residenziale appunto, che chiamiamo “Generatori di cambiamento” nel tentativo di prendere parte alla discussione pubblica e collettiva sul senso (inteso come significato ma anche direzione) dello sviluppo delle aree interne, coinvolgendo una trentina tra professionisti, ricercatori, progettisti provenienti da tutta Italia, impegnati nella costruzione di processi e prospettive capaci di riattivare spazi nella “montagna di mezzo”. Quattro giorni di workshop, ancora una volta tra il micro e il macro, che hanno dato forma a una discussione corale su temi, modi e approcci per un nuovo modello di sviluppo.

Conclude l’estate, e quindi il nostro primo periodo pilota in questo posto. Decidiamo di restare, ancora un mese, ancora un momento in questa comunità, per mantenere un presidio in una fase di bassissima stagione, per capire ed osservare dinamiche nuove, per capitalizzare le relazioni costruite in tre mesi (e rafforzate nei giorni di campus) e per provare un minimo di continuità relazionale; ma

anche per stare un po’ nel silenzio autunnale, per ascoltare le reti senza le interferenze dell’alta stagione e costruire la progettazione futura. Disegniamo un nuovo mini palinsesto, il cui titolo è mutuato da una frase pronunciata da Italo Bigioli, attivista e sapiente locale, che rimarrà scolpita nella nostra testa: il silenzio è l’origine, la parola il suo epifenomeno.

“Il silenzio è l’origine” è il titolo del palinsesto autunnale. Cinque fine settimana dedicati alla riconnessione: con il silenzio dell’autunno il primo, con la montagna (e l’arrampicata pulita) il secondo, con la natura (e in particolare dedicato ai bambini) il terzo, e con se stessi e l’universo il quarto e ultimo. Per ogni concept una nuova proposta enogastronomica verticale, realizzata con piccoli produttori locali, dal Biodistretto fino a L’Oco, società agricola e CSA (community supported agricolture), una delle prime esperienze in Italia che si prefigge lo scopo di instaurare una relazione di mutuo supporto tra le comunità locali ed i produttori di cibo; una iniziativa di produzione ortofrutticola in cui la comunità condivide i rischi e le opportunità della produzione, essendone proprietaria, facendo degli investimenti, condividendone i costi o fornendo mano d’opera.

E poi l’ultimo giorno, quello di Halloween, lungo il sentiero etrusco celtico, un segmento di un cammino di migliaia di anni che attraverso il pendio (“clivius” in latino, da cui deriva il toponimo Cevo) riconnette culture, popoli, tradizioni e saperi. Finisce ottobre, termina il progetto pilota, il primo anno di sperimentazione in questa clinica dell’impatto.

Si spengono le luci, silenzio, gira a sinistra la chiave nella toppa della porta di ingresso.

Pursuance

Una lunga, lunghissima rullata, un assolo di batteria di Elvin Jones apre il terzo pezzo del disco. Sui tamburi, con potenza e precisione. Questo è il momento dell’insistenza, forse anche dell’ostinazione. Quello che ci interroga su come andare avanti.

Nel corso della stagione la Casa del Parco si è configurata come un veicolo di aggregazione e moltiplicazione di idee, ambizioni e passioni. La Casa ha rappresentato il luogo (spazio) e il momento (tempo) in cui persone, attori e organizzazioni, siano queste formali e/o informali, hanno trovato intensità e forza (supporto, rete) per l’emersione (tirare fuori), l’identificazione (riconoscere) e la definizione (dare nome e corpo) di intenzioni, intese come desideri. I luoghi non sono solo bisogni, scrive Jacopo Lareno Faccini, ma anche immaginazione. I servizi e gli standard sono necessari, continua, ma non bastano per riabitare l’Italia. Serve anche poter desiderare traiettorie individuali o collettive di cambiamento. Il desiderio, conclude, è il più potente meccanismo di trasformazione.

La Casa ha facilitato l’aggregazione attorno a queste aspirazioni, ponendo le basi per la costruzione di una comunità di intenti.

Il nostro lavoro è stato un “processo intenzionale e continuo, centrato sulla comunità locale, che ha implicato rispetto reciproco, riflessione critica, attività di cura e partecipazione. Una comunità è forte quando i suoi cittadini possiedono il desiderio, le competenze, le risorse, per lavorare insieme al fine di identificare i bisogni della comunità stessa e mettere in atto soluzioni per il loro soddisfacimento”

Desideri che da singolari diventano plurali e da personali diventano collettivi, trasformandosi in obiettivi di sviluppo, crescita e valorizzazione locale.

Abbiamo capito che il nostro lavoro quotidiano scorreva come acqua attorno a tre rivoli. Il primo lambiva e nutriva le “comunità di attivazione”: non tanto e non tutta la comunità locale della Valle, ma alcuni soggetti che in un gioco di reciproco magnetismo si sono fatti attrarre dall’intenzione del progetto, e l’hanno attratto a sè, dandogli forma. Li chiameremo “attivatori”, una crasi perchè sono un po’ attivisti e un po’ attori (talvolta anche in senso teatrale, drammaturgico). Sono pionieri e visionari e hanno portato dentro la Casa le loro visioni, accreditandole, legittimandole e aggregando forza attorno ad esse.

Il secondo flusso scorreva tra le com-unità di produzione2Secondo l’ordinamento italiano, stabilimento o struttura finalizzati alla produzione di beni o all’erogazione di servizi dotati di autonomia finanziaria e tecnico funzionale, ma soprattutto gran pezzo dei C.S.I, 2001., ovvero tutti coloro che hanno compartecipato alla redistribuzione economica in primis ma di visione e di progetto con l’azione della Casa del Parco: agricoltori, produttori di vino, micro birrifici, caseifici, panettieri, pasticceri, piccoli trasformatori di materie prime, ma anche e soprattutto produttori di contenuti ambientali e culturali, performativi, e quindi divulgativi attraverso le opere e l’arte.

Il terzo e ultimo ruscello ha lambito le comunità di visitatori, per quanto definirli comunità sia un azzardo. Persone diverse, con intenzioni diverse, provenienze diverse e esigenze diverse che si sono trovate a condividere uno spazio collettivo e sociale per definizione e a goderne (o loro malgrado talvolta a subirne) le scelte di gestione, dalla minimizzazione dello spreco e dell’impatto ambientale, alla frugalità degli spazi privati, fino al vociare di quelli pubblici. Oggi visitatori, domani auspicabilmente comunità di pratiche3Étienne Wenger, definiva queste organizzazioni come “gruppi di persone che condividono un interesse per qualcosa che fanno e imparano a farlo meglio mentre interagiscono regolarmente”, che si conoscono e riconoscono in uno spazio generativo capace di mescolare reti corte, medie e lunghe.

E poi c’ è forse una quarta comunità. Quella di chi ha lavorato alla Casa del Parco. Damiano, Martina, Daria, Giulio, Nadia, Susanna, David, Carlotta, Elena, provenienze geografiche e culturali diverse, ambizioni e sogni diversi, ma la consapevolezza della densità di ogni istante, e del senso di ogni gesto. Un costante infinito e pungente conflitto generativo, un lusso che può permettersi solo chi si conosce da sempre o chi condivide fino al midollo un obiettivo. Ogni giorno un intenso profumo di famiglia. Una famiglia strana che ha stabilito la propria residenza d’elezione (non saremo cittadini fino a quando non sarà la civis a riconoscercelo) tra Cevo e Saviore, sotto il Passo di Campo, ai piedi di sua Maestà l’Adamello. Una valle chiusa dal massiccio di granito, ma che è già casa, chiusa non tanto agli abitanti che sono dentro, ma perchè forse è il resto del mondo ad essere ancora chiuso fuori da questa natura, da questo selvaggio, da questo contatto, da questo silenzio.

Psalm

Ritorniamo nel bosco, località Molinetto, dove una catasta di legna e paglia sta bruciando, per il falò dell’antico capodanno, sul sentiero etrusco celtico.

Poche decine di persone, qualcuno prende a cantare. Una nenia, un mantra, un salmo. Psalm.

Un canto di ringraziamento alla terra, alla montagna, ai suoi frutti, ai suoi figli. attorno al fuoco ci sono molte delle persone che ci hanno accompagnato in questa prima stagione alla Casa del Parco di Cevo. Da cui tutto abbiamo imparato e tutti hanno imparato in una gentile danza di reciprocità. Si conclude così il primo esperimento pilota, in questa clinica dell’impatto.

Il fuoco si spegne. La fine è l’inizio.


A partire dalla recente fase pandemica, è tornato al centro del dibattito pubblico il tema del futuro delle città, e di converso la discussione su quali forme di sviluppo sostenibile e inclusivo per le aree interne e più in particolare per le aree montane.
Dall’estate 2022, Avanzi Discover SRL SB, il veicolo di impresa neocostituito e detenuto al 100% da Avanzi S.p.a. finalizzato all’ideazione, allo sviluppo e alla realizzazione di iniziative, programmi, progetti e attività volti a promuovere la rigenerazione territoriale, la valorizzazione delle risorse e delle energie locali attraverso l’attivazione di spazi, si è aggiudicata il bando per la gestione della Casa del Parco dell’Adamello, di proprietà di Comunità Montana della Valle Camonica. Nel corso dell’estate sono state sperimentate dentro e attraverso lo spazio formule e riflessioni innovative su nuovi modelli di sviluppo locale, in particolare per i territori di media montagna

Questo articolo nasce da infinite chiacchierate, a volte sobrie a volte un po’ meno, con: Carlotta Roma, Elena Donaggio, Daria Tiberto, Martina Porro, Damiano Massoli, Giulio Nascimben, Claudio Calvaresi, Benedetta Fumagalli.