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In dialogo per riscoprire la parola pubblico nelle sue possibili accezioni

Paolo Naldini – Cominciamo tracciando una breve cornice di questa conversazione che organizziamo grazie a cheFare con Ezio Manzini. Ho la fortuna di collaborare con lui nell’ambito di un Master executive che svolgiamo come Accademia Unidee di Cittadellarte, insieme al Polidesign di Milano, sul tema della creatività e delle pratiche sociali.

Parliamo dunque di Cittadellarte, il nome d’arte della Fondazione Pistoletto. In una frase, Cittadellarte è una scuola del “fare arte nel fare società”, dell’impegno e dell’impatto sociale delle pratiche artistiche. Nasce in edifici industriali abbandonati – e questo è simbolico – negli anni ‘90 a Biella, ma opera in molti paesi, anche attraverso una rete di oltre 200 Ambasciate.

Ma parliamo di Biella: per questi trent’anni il territorio biellese è una palestra di innovazione sociale a partire dall’arte. Questo processo accompagna una messa in discussione dei paradigmi identitari del territorio, e quindi una rielaborazione del suo possibile futuro. Recentemente Biella ottiene la designazione di Città Creativa dell’Unesco anche se di creativo – oltre alla grande tradizione imprenditoriale e manifatturiera – aveva avuto molto poco in termini esplicitamente culturali. Lo stesso vale anche per il suo rapporto con la moda in quanto il distretto tessile non si è mai pensato come luogo della moda, ma per la moda, a cui si sarebbero poi riferite le produzioni. Tanto è vero che i brand della moda non hanno mai sentito il bisogno di riconoscere la biellesità dei loro tessuti. Invece oggi, anche attraverso Cittadellarte, Biella riconosce nell’attività artistica una vocazione che può significare una prospettiva di futuro e quindi si presenta all’Unesco come città creativa.

Attraverso la palestra e i riconoscimenti formali internazionali, il contributo dell’arte diventa effettivamente un’utilità pubblica, almeno così è nelle mie ambizioni, secondo prospettive formulate anche da pensatori e practitioners che spesso insegnano nella scuola di Cittadellarte, come Charles Esche, direttore del Vanabbe Museum di Eindhoven e Jeanne Van Heeswijk, artista di riferimento nella social practice.

Ecco che è emerso il termine pubblico. Vorrei dunque qui mettere a fuoco questo tema. Per fare questo organizzeremo un convegno di ricerca (intitolato Public!) il 30 giugno e 1 luglio, E abbiamo chiesto un accompagnamento a cheFare: con loro abbiamo individuato delle persone con cui aprire una conversazione che poi alimenterà un percorso fatto di momenti di confronto (pubblico) con dibattiti e mostre, ma anche di scuola, dove approfondiremo alcuni degli spunti che raccoglieremo in conversazioni come questa per portarli in un’agora educational informativa e performativa.

Dunque il tema del pubblico, ma anche del privato e del comune. Storicamente infatti il pubblico si contrappone al tema del privato, in un rapporto che si complessifica particolarmente negli ultimi vent’anni. Non a caso torna in auge il tema del comune e del bene comune, con tutta una serie di indagini e pratiche da parte di attivisti, innovatori sociali e naturalmente di artisti che riscoprono forme di comunanza che in passato avevano pieno uso e che sono state invece dimenticate.

Particolarmente avvertita dopo la pandemia è la tensione tra pubblico e privato nella sfera della sanità. Come lo è in quella dei social media, sia in riferimento alla problematica della sorveglianza, sia riguardo all’incanalamento delle informazioni in sistemi per cui tendiamo a perdere consapevolezza della parzialità della nostra visione del mondo.

Infine, la politica. Un altro ambito semantico della nozione di pubblico che sentiamo molto vivo nelle pratiche di sviluppo del territorio è la relazione politica tra amministratori della cosa pubblica e gli amministrati. Negli ultimi 30/40 anni si è sviluppato un implicito programma di esautorazione della capacità rappresentativa della politica, cioè l’amministratore pubblico si è sempre più fortemente trovato in una posizione di perdita di autorevolezza di fronte ai cittadini. Oggi ne vediamo le conseguenze per esempio nell’immobilità della macchina pubblica, una delle conseguenze di questa implicita esautorazione. Una tempesta perfetta che investe la cosa pubblica rispetto ad una cosa privata che è sempre più diffidente e non riconosce la credibilità (e spesso dubita della legittimità) dell’amministrazione pubblica. Quindi si va a configurare uno iato più profondo ancora nelle comunità tra amministratori e amministrati, amministrati fino ad un certo punto.

Nello stesso tempo, si diffonde un fenomeno contrario che configura una nozione di comunità assai diversa rispetto agli ideali di comunità di vocazione, di elezione e di ideologia che hanno contraddistinto molta retorica del ‘900. Una definizione efficace deriva da Etienne Wenger che negli anni ’90 parla di comunità di pratica dove per pratica si intendono le attività professionali che si svolgono in un luogo, la panetteria o l’ospedale o anche l’ufficio del catasto. Vediamo come la vita delle persone nel tessuto sociale sia tenuta insieme essenzialmente da queste pratiche. 

In questo senso abbiamo sviluppato la teoria (e le pratiche) dell’arte della demopraxia, appunto un sistema di interpretazione della propria agency civica attraverso l’esercizio delle pratiche quotidiane, situate e interconnesse.

Mi piacerebbe allora chiederti un ragionamento a partire da questo termine (pubblico) e dalle sue possibili accezioni anche in antinomia rispetto ai termini di privato e di comune. Quali aspetti di questi termini in questo momento storico ti sembrano più rilevanti ed emergenti?

Ezio Manzini – Vorrei partire mettendo a fuoco i diversi significati del termine pubblico. Il primo e più usato è quello per cui “pubblico” significa “bene pubblico”: è tutto ciò che è accessibile a tutti. Più precisamente, tutto ciò che è accessibile a tutti i cittadini. Il che significa a tutti quelli che accettano e seguono delle regole condivise. Quelle che, per l’appunto, fanno di una persona un cittadino. 

Nel linguaggio comune pubblico è spesso inteso anche come “ente pubblico”. Cioè come l’insieme di tutti quelli che generano e gestiscono i beni pubblici. Evidentemente, c’è una forte connessione tra pubblico inteso come attore che genera e custodisce i beni pubblici e pubblico inteso come l’insieme dei beni prodotti e gestiti dall’attore pubblico. 

Ma c’è anche un’altra accezione di pubblico: quello inteso come il pubblico di uno spettacolo. O quello cui si riferisce la pubblicità. O, ancora, il pubblico della politica. Si tratta di persone che si riconoscono in un’idea, in un interesse, in una storia comune.  Bruno Latour direbbe questi diversi pubblici sono quelli che hanno in comune un “matter of concern”: un tema di interesse che sta a cuore a tutti loro. Questi pubblici sono quelli che costituiscono le nuove comunità. Che sono, appunto, comunità che si formano attorno ad idee, storie, preoccupazioni e progetti comuni. In particolare, quando nascono in relazione ad un progetto, sono quelle che, per il loro stesso modo di operare, producono beni comuni: cioè quei beni pubblici che esistono in relazione ad una comunità che li genera e se ne prende cura (e che, per questo, può essere vista come l’ente che sovraintende a questo particolare bene pubblico-bene comune). 

Queste due interpretazioni dell’idea di pubblico sono sempre esistite. Ma, nel secolo scorso, la seconda, quella del pubblico come bene comune, è stata non solo trascurata, ma anche attivamente smantellata. Solo recentemente, ci si è nuovamente resi conto della sua importanza.  Si è cioè (ri)scoperto che la nostra vita si basa sempre sulla combinazione di ciò che consideriamo privato, con ciò che consideriamo pubblico nella prima e nella seconda accezione. Il problema è che, quando ci sono, i beni comuni li diamo per scontati. E, per questo, tendiamo a non vederli. Non è un caso se oggi cominciamo a riconoscerli e proprio perché molti di essi sono in crisi. E questo sia sul versante dei beni comuni fisici (investiti dalla catastrofe ambientale), sia su quello dei beni comuni sociali (messi in crisi dalla rottura delle comunità tradizionali). Vediamo meglio.

Si può osservare che l’intreccio di crisi ambientale, sociale, sanitaria, e adesso anche la guerra, ha portato e sta portando a riconsiderare e rivalutare il pubblico, in entrambi i significati ora ricordati. Per discuterne, consideriamo, come esempio, l’effetto della pandemia sulla discussione sul suo ruolo nell’ecosistema della salute. 

È più che certo che l’orientamento verso la minimizzazione del pubblico portata dall’approccio neoliberista che ha dominato i pensieri e le azioni della politica negli ultimi decenni fosse già in crisi prima della pandemia ed avesse già da tempo mostrato amplissime crepe. Ma è altrettanto certo che la pandemia ha diffuso l’evidenza di questa crisi. E, in positivo, ha portato a riconoscere l’importanza, ed anzi, l’assoluta necessità, del pubblico: del pubblico, inteso come bene pubblico accessibile a tutti e diffuso sul territorio. E quindi anche, del pubblico inteso un sistema sanitario capace di produrre questo bene pubblico territorializzato. Cioè vicino alle persone. 

Ma, a fianco di questo ritorno del pubblico nella sua prima accezione, che è l’aspetto più visibile di ciò che è successo, e che ha delle dirette implicazioni anche nel PNRR, la pandemia ci ha insegnato riconoscere il valore e la necessità del pubblico anche nella seconda accezione, quella di bene comune. Infatti, ha mostrato a tutti che, come si è più volte detto, nessuno si salva da solo. O detto in altre parole, ci ha mostrato che, per salvarsi, ci vuole solidarietà, empatia e aiuto reciproco tra i cittadini. Cioè, ci vuole una comunità della cura.  

La riscoperta di questa accezione di pubblico come produttore di beni comuni può essere generalizzata: quando l’estensione e la complessità dei problemi cresce non ci sono servizi che possano funzionare considerando le persone solo come individui bisognosi di cura. Se il bisogno si estende e diventa più complesso, per esempio perché crescono le malattie croniche, i disturbi alimentari, la solitudine, l’assistenza richiesta si estende in modo tale che qualsiasi servizio professionale, anche se pubblico e distribuito, non può essere sufficiente. Ed occorre passare ad un’idea di welfare di comunità, in cui le persone non sono considerate solo come individui portatori di bisogni, ma anche come soggetti dotati di capacità: la capacità di mettersi in relazione con gli altri e di creare sistemi di cura e attenzione reciproca. Cioè, la capacità di costruire nuove forme di comunità. 

Queste comunità di cura sono dunque il pubblico inteso nella seconda delle accezioni prima proposte: il pubblico delle persone unite dal comune interesse a far fronte ai problemi della vita ristabilendo delle reciproche relazioni di cura. 

Paolo Naldini – Vorrei cogliere due spunti, il primo il tuo concentrare l’attenzione sul comparto sanitario e la salute e l’altro è il corpo, nello spazio che sta tra l’individuo e la società o lo stato. 

Mi piace fare esempi, e dare visibilità alle pratiche artistiche di innovazione e trasformazione sociale che studiamo e insegniamo all’Accademia Unidee.

La prima è stata realizzata da una nostra allieva, l’artista di Singapore Alecia Neo che si è concentrata con un lungo progetto sul mondo dei caregiver, in particolare a Singapore una realtà molto diffusa: si tratta di quelle persone che si prendono cura di qualcuno, tipicamente un familiare, che rimane fuori dalla sanità pubblica o privata, per ragioni diverse, a volte di scelta, ma spesso di impossibilità pratica ed economica.

Queste figure assumono dunque una funzione sociale di grande importanza. E spesso nella propria vita o delle persone che accudiscono svolgono un ruolo esistenziale e vitale. Il suo lavoro da caregiver è concentrato sulla costruzione di una comunità di pratica cioè un gruppo di persone unite da questo prendersi cura di qualcuno. Ne ha raccontato delle sfaccettature anche poetiche, ma il suo lavoro non era la poetizzazione o l’estetizzazione di un fenomeno sociale e nemmeno la denuncia dello stesso: piuttosto la presa in carica dello stesso attraverso una nano struttura sociale che è appunto questa di una comunità di pratica for concern.

Metto in relazione questa pratica anche con un’altra, l’artista Luke Ching, che sviluppa il ruolo di undercover worker, un lavoratore in incognito, a Hong Kong. Si fa portatore di micro battaglie sociali. Alcune al limite dell’ironico, ad esempio per alcuni lavoratori museali il diritto di avere un sedile alto per stare seduti. Si è fatto assumere da questo museo e ha cominciato una serie di performance in cui veniva messa in evidenza la situazione che intendeva portare alla luce per innescare un suo cambiamento. In altri casi si tratta di situazioni più drammatiche come infortuni o morti sul lavoro. Ha condotto un’operazione in cui ha cercato riferimenti strutturali all’interno dell’organizzazione quasi sostituendosi al sindacato. E quindi, attraverso i media, ha indotto manifestazioni popolare a favore di questi interventi che esercitavano una forte pressione sull’azienda dov’era impiegato.

Queste due pratiche mi pare che rendano visibile un’assenza, uno spazio vuoto tra il pubblico, come settore pubblico di governo della cosa pubblica e la società civile. Chi si occupa di questo vuoto? Chi lo cura e coltiva? Chi lo frequenta? Possono le pratiche artistiche e di innovazione sociale svolgere un ruolo?

Faccio riferimento alla mia esperienza nel programma dell’Arte della Demopraxia declinato nel capitolo biellese, che ci vede impegnati in una cosa stranissima: riesumare organismo della provincia. Sotto il tiro incrociato di tutti che l’hanno considerata l’orrore del pubblico tanto che era diventato impossibile difenderla. Oggi a Biella abbiamo un programma di laboratorio di co-progettazione territoriale che si occupa di energia, di acqua o di educazione. Qui la dimensione del Comune non riesce ad assolvere alle necessità.

Forse le grandi città o le aree metropolitane possono funzionare, ma per il resto dell’umanità che non vive in grandi agglomerati urbani il Comune non basta. Quindi la necessità di recuperare questa dimensione e scoprire che esiste ancora una provincia. Una provincia che ha però funzioni importantissime per quanto riguarda ad esempio le captazioni idriche cioè la pianificazione territoriale e ambientale, le scuole e i trasporti, e pure non ha risorse illimitate, non ha visibilità, non ha autorevolezza nel sentire collettivo e agisce spesso un po dietro le quinte. Nel migliore dei casi lo fa con competenza, ma con difficoltà strutturali.

Quindi abbiamo un settore pubblico in difficoltà strutturale. Lo vediamo nella vicenda delle Provincie, ma anche in quella del welfare sussidiato dai caregiver e dall’artista sotto copertura nelle aziende di Hong Kong.

Lo vediamo in Italia con il PNRR, che viene annunciato ma che è veramente difficile da accedere, nella totale mancanza di un possibile sportello di ascolto, o di proposta. Noi come fondazione privata abbiamo avuto enorme difficoltà a individuare un possibile referente e entrare in conversazione con questo. Sembra esistere qualcosa che vorrei definire dittatura del pubblico. Se non è pubblica la tua voce allora non entri nel radar. Per esempio del PNRR. O ti costituisci cliente di un agglomerato politico che a sua volta abbia occupato uno spazio nel settore pubblico oppure non si capisce se tu debba o possa partecipare e come farlo.

In questa situazione come interpreti e come vedi quello che sta avvenendo? Vedi o scorgi delle prospettive che possano aiutare questo sforzo di partecipazione alla conformazione della cosa pubblica?

Ezio Manzini – Di temi ne hai messi a fuoco più di uno, parto da quest’ultimo. Sul PNRR sono d’accordo con te. Per varie ragioni e in varie situazioni ho cercato di capirci qualche cosa e di vedere come e se fosse possibile proporre dei progetti. Nel farlo mi sono incontrato e scontrato con molte e stratificate difficoltà, a partire da quella di base che sta nella natura stessa del PNRR, nel suo essere stato concepito per finanziare una certa gamma di investimenti infrastrutturali in un certo lasso di tempo. In altre parole, sono soldi per finanziare rapidamente degli investimenti strutturali. Il problema è dunque quello di immaginare progetti di infrastrutture di supporto ad attività risultanti dalle trasformazioni socio-tecniche e culturali che vorremmo. Che però, per avvenire e durare nel tempo richiedono di mettere in campo risorse economiche e sociali che il PNRR non può erogare.

Come esempio, utilizziamo ancora la missione 6 sui temi della salute. In essa si dà come obiettivo la territorializzazione del sistema socio-sanitario e la realizzazione di case e ospedali della comunità. Quindi, il testo parla in modo esplicito di un sistema socio-sanitario basato su idee, quelle di territorio e comunità, coerenti con la transizione che vorremmo. Ma questo è ciò che c’è scritto. In pratica non è facile farlo succedere. E questo non solo perché i tempi dati dal PNRR sono brevi, ma anche perché non si sa come far partire e sostenere economicamente le attività che quelle infrastrutture dovrebbero rendere possibili. La domanda che, giustamente, ci si fa è: dove trovare i fondi necessari per la gestione nel tempo di queste future attività? La domando è ovviamente giusta. Ma non è la sola che deve essere fatta. E forse non neppure la più difficile.

La domanda di fondo, a mio parere è: dove sono le risorse sociali e la volontà politica necessarie per immaginarle e metterle in atto? Cioè per incamminarci davvero verso la transizione che vorremmo? Certo, tutti hanno detto e ripetuto che il PNRR avrebbe cambiato il paese. Però, a mio parere, non c’è stata la mobilitazione necessaria affinché questo cambiamento posa davvero avvenire.

In altre parole, non si è cominciato a costruire quella che avrebbe dovuto essere la componente sociale, culturale e politica di ciò che il PNRR può finanziare sul piano infrastrutturale. Per esempio, se si diche si vorrebbero delle case della comunità, non basta progettare e realizzare dei poliambulatori integrabili con dei servizi sociali. E non basta trovare le risorse economiche per gestirli. Ci vuole, evidentemente, anche la comunità. I finanziamenti del PNRR possono servire per spazi e attrezzature. Altri finanziamenti, da trovare, potrebbero pagare il personale e le spese di gestione. Però, se contemporaneamente non si creano le domande collettive, se no si coltivano le capacità di cura reciproca, se cittadini e organizzazioni non sono chiamati a progettare e partecipare alla gestione delle nuove strutture, queste non saranno mai case della comunità per il semplice fatto che non ci sarà la comunità. 

Generalizzando, a me pare che quello che non si è fatto, e non si sta facendo, sia costruire delle comunità di interesse intorno ai temi del PNRR. Quello della salute, come si è detto, ma anche tutti gli altri. Su tutti, ci sarebbero infatti ci sono buone ragioni per la società civile per alzarsi e affermare con forza la volontà di partecipare. Non so se siamo ancora in tempo per farlo. Ma almeno potremmo provarci. 

Paolo Naldini – Hai sollevato con queste considerazioni sulle comunità di interesse il tema dei movimenti di opinione. Io lo associo al tema dell’impatto che possiamo avere come individui organizzati in comunità di pratica. Oggi stiamo vivendo l’esperienza tragica da tanti punti di vista della guerra in Ucraina. Una delle tante cose che non mi sarei aspettato di vivere così pesantemente è la retorica nazionalista sacrificale che stiamo invece subendo tutti, alimentata da Zelens’kyj per tante buone ragioni, ma subito cavalcata dagli organi della società liberale e liberista, in particolare dai media ovviamente.

Come è possibile che di fronte a questo risorgere della narrazione nazionalista e sacrificale le voci degli intellettuali non si sentano e non si organizzino in contro narrazioni propositive, se non in casi molto rari ma non abbastanza e non in maniera così visibile. Riemerge così il tema della capacità di costruire una narrazione pubblica capace di generare impatto concreto da parte della società civile rispetto ai poteri dominanti politici e media. Torniamo cioè allo iato tra pubblico e privato, in una situazione che abbiamo già visto per esempio per la guerra in ex Jugoslavia e in Iraq: cioè che molta parte della popolazione, del demos, sia contraria alla guerra, ma la politica istituzionale sia (o debba essere) di parere diverso. Quindi la democrazia sembra schierata su una posizione. Il demos e le sue pratiche, o la demopraxia, su un’altra. È nel rapporto tra le due, tra il potere e le pratiche, che sta un’idea di pubblico come spazio di cocreazione dove gli artisti e i designer producono società insieme agli altri abitanti.

Ezio Manzini – A me pare che non manchino intellettuali che dicono cose sensate. Ma il clamore dalla componente guerrafondaia è tale da rendere difficile sentire la loro voce. 

Qualcuno ha scritto che se, per parlare di ciò che sta succedendo, si usa il termine complessità si è di fatto amici di Putin. Ecco, mi pare che quest’affermazione esprima bene dove sta il problema: essere per la guerra significa propagandare l’idea di un mondo finalmente ritornato semplice, diviso tra buoni e cattivi. Viceversa, sappiamo che essere contro la guerra significa, prima di tutto, rifiutare questa semplificazione. E che costruire la pace significa navigare in questa complessità, praticare le idee di cura, di prossimità e di presenza che essa porta con sé (perché sono la precondizione di ogni processo di costruzione di pace). 

Il compito degli intellettuali, e quindi anche degli artisti e dei progettisti, dovrebbe essere quello di far sì che queste idee e queste pratiche formino dei pubblici, nel senso che si è indicato all’inizio. E che questi pubblici si allarghino, dialoghino e ricerchino dei temi comuni e dei terreni di convergenza. Per far si che tutto ciò avvenga, arte e design possono portare un grande contributo. Il nostro comune amico Paolo Rosa scriveva: “L’arte che pratichiamo non fa politica, ma si fa politica, cioè produce autonomamente dalla politica un progetto di riconfigurazione dei comportamenti e delle sensibilità collettive1Andrea Balzola, Paolo Rosa, L’arte fuori di sé, (Milano: Feltrinelli, 2012) p176.  Io credo che quest’idea possa essere estesa al design e al tema della pace. Arte e design non “fanno politica” per la pace ma “si fanno politica” di pace. Si pongono cioè come produttori di condizioni di pace.