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Public! Aperta la call for abstracts per il convegno all’Accademia di Belle Arti Unidee

Quali spazi pubblici esistono ancora? Per quali di questi dobbiamo combattere? In che modo è cambiata e come va rivista la definizione di spazio pubblico, di soggetto pubblico o di bene pubblico? E quali altre nozioni possono aiutare a ridefinire questi concetti, a partire dalla categoria di comune? Su queste e molte altre domande interverrà il convegno Public!, organizzato nelle giornate del 30 giugno e 1 luglio dall’Accademia di Belle Arti Unidee e da Cittadellarte-Fondazione Pistoletto nella città di Biella.

 

 

A occuparsi di questa ridefinizione saranno ricercatori, pensatori e operatori che attraverso strumenti pratici e teorici stanno individuando nuovi confini – e fornendo un nuovo statuto – al concetto di pubblico, agendo nelle città, nel rurale e negli spazi intermedi.

In quel mondo in via di desertificazione (in parte solo apparente) causata dal perdurante mito dell’urbanizzazione novecentesca. “Il tema che agganciamo è quindi relativo a questo ripensamento profondo della nozione stessa di pubblico, che si sta manifestando a molte latitudini”, racconta Paolo Naldini, direttore di Cittadellarte-Fondazione Pistoletto. “Il concetto di pubblico è messo in questione soprattutto dalla fortuna che sta avendo quello di comune e in particolare di beni comuni. Ancora nel Novecento, se eri privato dovevi operare in un certo reame, mentre se eri pubblico il tuo ambito d’azione era essenzialmente quello statale. L’incontro tra questi due reami era tutt’altro che pacifico e regolato. Anzi, erano spesso termini in contrapposizione. Ma il degradarsi della capacità di presidiare il welfare da parte delle istituzioni pubbliche, sotto i colpi di un neoliberismo sempre più sfrontato e pervasivo, ha fatto emergere la necessità di uno spazio quasi intermedio, di salvaguardia, che è il tema del comune”.

“Il pubblico è lo spazio dove la comunità ha il dominio: è una relazione, uno stare con gli altri e dev’essere continuamente patteggiato”, spiega Francesco Monico, direttore generale di Accademia Unidee. “Noi siamo definiti dall’altro e di conseguenza abbiamo bisogno di questo spazio pubblico, che differisce completamente dal privato. Per esempio, se un campo da calcio è pubblico si cercherà di mantenere l’erba; se invece è privato vi si costruirà business attorno. Se l’acqua è pubblica si cercherà di distribuirla il meglio possibile, se è privata si proverà a farci quanti più soldi possibili. È un tema cruciale che, se applicato ad alcuni ambiti, come per esempio la medicina, diventa addirittura esplosivo”.

Nella contemporaneità si sono inoltre aperti nuovi spazi e nuove prospettive, ibride e difficili da inquadrare, che rendono necessario un ripensamento complessivo: “Pensiamo al mondo neoliberista delle startup, dove addirittura la sharing economy, nel decennio scorso, ha provato ad aprire degli spazi di common good, ma all’interno del mercato”, prosegue Naldini. “Si tratta quindi di servizi globali e privati che finiscono per avere un interesse pubblico e che servono tutti. Ciò rende le categorie ancora oggi utilizzate e insegnate piuttosto obsolete. Le nozioni di sfera e di spazio pubblico vengono così abitate anche da soggetti privati che però operano con una logica di servizio pubblico; di bene per la collettività. È un processo stranissimo e difficile da interpretare”.

Lo stesso discorso vale in parte anche nell’ambito dell’infosfera digitale, in cui le nozioni tradizionali di pubblico e privato sono fortemente messe in discussione: “Quello digitale è un ambiente in cui i dati prodotti da noi vengono utilizzati dal privato attraverso il capitalismo della sorveglianza”, spiega sempre Naldini. “Tutto ciò avviene però in uno spazio che noi pensiamo pubblico, com’è quello della rete. Questo nuovamente ci pone di fronte a quesiti e questioni sulle quali occorre costruire strumenti di interpretazione e di azione”.

A fornire almeno in parte questi strumenti sarà chi risponderà alla Call for papers per il convegno Public!, rivolta a un’ampia e variegata gamma di attori: “Artisti, filosofi, sociologi, designer, architetti, economisti, urbanisti. Nell’Accademia Unidee c’è dialogo: facciamo arte con la filosofia, con la sociologia, con l’economia”, spiega Francesco Monico. “La nostra ambizione è quella di essere un istituto di ricerca di alta formazione che compie appieno il suo ruolo, essendo gli istituti di alta formazione tutti luoghi in cui si fa politica attiva: una politica aperta a tutti, né di destra né di sinistra, ma sociale. Da noi, l’arte è vista come la sonda di coloro i quali esplorano la società”.

L’arte diventa così un ponte in grado di mettere in connessione diversi ambiti del sociale. Una visione politica e socialmente attiva del mondo dell’arte che rimanda a quella New Genre Public Art teorizzata sul finire degli anni Ottanta da Suzanne Lacy: se fino ad allora l’arte pubblica era sempre stampa principalmente di decorazione e abbellimento, con la nozione di nuovo genere di arte pubblica si introduce una forma d’arte che entra in azione: “Con la crisi finanziaria del 2008, poi con la crisi climatica e anche con la pandemia, questa traiettoria di impegno da parte dell’arte è esplosa”, spiega Naldini. “A che pro stai creando? Una volta porre domande del genere era blasfemo, oggi invece chi va alla Biennale d’Architettura di Venezia vede che il 70% delle pratiche esposte sono fortemente impegnate nella trasformazione sociale. Vent’anni fa erano meno del 10%”. 

Negli stessi giorni del convegno, saranno anche inaugurate le nuove mostre alla Cittadellarte-Fondazione Pistoletto sul tema proprio dello spazio pubblico e incentrate anche sul territorio di Biella. Il luogo specifico in cui tutto ciò avviene non ha infatti un ruolo di secondo piano: una delle sedi principali della rivoluzione industriale italiana, negli ultimi anni di Biella si è parlato soprattutto in termini di impoverimento e desertificazione della provincia. Eppure, questa cittadina è ancora in grado di ospitare e creare attività culturale, e sotto la superficie nasconde delle traiettorie socioculturali meno univoche: “Biella è un luogo mediale, tra Milano e Torino, che si è rivelato un territorio molto vivace e che oggi sta giocando una sfida esistenziale: o diventa un laboratorio della contemporaneità oppure muore di provincialismo”, spiega Francesco Monico, entrato a far parte di Unidee nel 2018.

La visione per il futuro di Biella viene sostenuta anche da fondazioni nate appositamente allo scopo di contribuire allo sviluppo del territorio, com’è il caso per esempio di Fondazione Biellezza, sostenuta economicamente da un gruppo di imprenditori di livello globale di cui fanno parte anche famiglie storiche dell’imprenditoria biellese come Zegna o Sella: “I capitali investiti a fondo perduto in questo progetto sono importanti e puntano a rifondare l’identità del territorio in funzione di un turismo culturale sostenibile e sano, che ci possa accompagnare nel futuro”, spiega Naldini. “Dopo decenni di cosmopolitismo, che spesso significava allontanarsi dal territorio, oggi assistiamo a un fenomeno opposto, di riscoperta e rivalorizzazione del territorio, anche da parte di persone che giungono da Torino o Milano per ristrutturare cascine o aprire spazi in cui vivere in maniera diversa con la natura. Certo, questo non significa che non ci sia la desertificazione e l’abbandono, anche dei campi e delle montagne. Probabilmente il fenomeno depauperante è anzi quello prevalente. Tuttavia è interessante non limitarsi a guardare l’effetto netto, ma entrambi i movimenti che si stanno verificando”.

E sono forse anche queste caratteristiche, questo suo essere luogo di frontiera tra le dinamiche del passato e quelle che ancora stiamo cercando di individuare come traiettorie del futuro, a rendere Biella un territorio particolarmente adatto a ospitare un’indagine sull’evoluzione del ruolo degli spazi pubblici.