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Il lavoro educativo e sociale in un’ottica di riformismo attivo

In mezzo ai due anni della pandemia, nell’estate del 2020, capitava di riuscire con molta fatica a fare incontri con educatori ed educatrici, dentro e fuori la scuola, persone impegnate nell’assistenza sociale e nell’attivismo. La confusione, lo spaesamento, erano le sole cose che accomunava chi partecipava, per il resto le letture e le interpretazioni che uscivano da quegli incontri erano molto eterogenee. Se si era d’accordo era sul fatto che eravamo – e siamo ancora – traumatizzati e che “niente sarebbe stato più come prima”. Nonostante questo spettro di reazioni così diverse alla contingenza e alle conseguenze della pandemia, del confinamento e della crisi del modello di relazione pedagogica a cui eravamo abituati, due posizioni si intuivano da quegli incontri: per dirla con due formule immediate la prima era quella del pessimismo della ragione, mentre la seconda includeva gli ottimisti della volontà. Se nel primo gruppo c’era chi vedeva e credo veda tutt’ora tutto il peggio da questa situazione, nell’altro c’era chi coglieva un’opportunità dalla crisi dovuta al Covid-19. Erano due atteggiamenti assolutamenti legittimi e entrambi con validi argomenti a sostegno. Già si parlava di Pnrr e – non ricordo chi lo disse ma probabilmente faceva parte del secondo gruppo – che bisognava cogliere l’occasione del momento e che infatti “ormai i veri pedagogisti lavorano per le fondazioni”.

È una frase che ritorna alla mente leggendo il libro programmatico Rammendare. Il lavoro sociale ed educativo come leva per lo sviluppo di Patrizia Luongo, Andrea Morniroli e Marco Rossi-Doria (Donzelli, 248 pagine per 15 euro). Tre autori diversi tra loro, come raccontano nell’introduzione al libro, che si sono incontrati nel Forum Disuguaglianze Diversità coordinato da Fabrizio Barca: Morniroli da operatore sociale è diventato un “quadro” attraversando diverse esperienze di lavoro da Nord a Sud, dalla Fondazione Ruffini, vicina al Gruppo Abele, alla cooperativa sociale Dedalus di Napoli, nata dopo l’omicidio di Jerry Maslo, passando per la Rete antirazzista e incarichi all’assessorato per il Comune di Napoli sul welfare e la dispersione scolastica; Rossi-Doria da maestro di scuola e poi di strada col progetto Chance a Napoli è diventato coordinatore di progetti nazionali e internazionali, ricoprendo anche il ruolo di assessore a Roma e sottosegretario all’istruzione dei governi Monti e Letta, per poi essere oggi il presidente dell’impresa sociale Con i Bambini, per il contrasto della povertà educativa infantile; Luongo è invece una tecnica pura, non avendo esperienze di lavoro sociale alle spalle, ma solo accademiche come economista e analista di numeri sulle disuguaglianze, con collaborazioni con organizzazioni internazionali in Europa e Stati Uniti.

Rammendare è un quaderno degli appunti programmatico nato durante la pandemia: il titolo rimanda al “rammendo” come metafora del riformismo attivo, visto non come assistenzialismo agli esclusi e ai fragili, ma come possibile vera crescita che guarda alla comunità intera. Rammendo come empowerment, come si dice tra gli anglosassoni, termine che mai usato nel libro, ma che viene in mente leggendo le analisi puntuali sulle mancanze e le prese di coscienza sui mali del nostro paese e su come curarli. Il libro è ricco di esempi, di casi studio, di elogi delle sperimentazioni e apologie delle pratiche, ma anche di numeri messi in traiettoria che danno delle fotografie chiare: ad esempio quelli sulla povertà che si ampia sia in termini famigliari dal 6,4% del 2019 al 7,7 del 2020 che individuali superando il 9% (dati Istat), oppure quelli dell’abbandono scolastico che non vedono trend positivi e non centrano l’obiettivo europeo di ridurlo entro il 10%, con grandi differenze regionali tra nord e sud. Non sembra cambiata molto la scuola italiana dal nostro secolo a quello precedente, soprattutto nel Meridione, da quando 50 anni fa don Milani diceva che il suo principale problema “sono i ragazzi che perde”.

Ancora: disoccupazione giovanile troppo alta nel nostro paese e fenomeni di crescente disuguaglianza che la spesa pubblica non riesce ad arginare. In particolare la spesa pubblica in istruzione vede un calo costante negli ultimi dieci anni dal 4,3% al 3,9%. 

I tre autori hanno in mente un cambio di paradigma dal modello dell’assistenza a quello dello sviluppo economico, per dare “un’anima al Pnrr” vera questione politica di questi e dei prossimi anni a venire. È un’occasione unica quella della programmazione europea da qui al 2027, con tanti miliardi di euro di investimento. I decisori politici devono riformare il welfare con le persone e non per le persone, ponendo la questione di genere, avendo come guida il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione, contando su un personale ben formato e mettendo in campo un’azione di monitoraggio dei risultati.

Difficile non essere d’accordo con le raccomandazioni di Luongo, Morniroli e Rossi-Doria e di non condividere lo spirito e le conclusioni a cui sono giunti dopo tanti anni di esperienza e di lavoro sul campo. Tuttavia il libro ha anche un aspetto non abbastanza affrontato sul fallimento della politica e sulla delusione politica che soprattutto Morniroli e Rossi-Doria hanno vissuto sia come militanti che come amministratori. Il libro manca, a mio parere, di una critica radicale al modello di sviluppo, di un interrogarsi su quale paradigma oltre la cura può portare al progresso: di quale crescita si parla nella crisi ambientale, ad esempio? E per tornare all’inizio, non c’è una riflessione su come il ruolo delle fondazioni, del neo-filantropismo abbia anche degli aspetti problematici. 

Oggi i veri pedagogisti non lavorano più nelle istituzioni, nei ministeri, nelle scuole, ma nelle fondazioni che fanno un lavoro fondamentale proprio dove la politica ha fallito. Quale conseguenze avrà questo nuovo frame che si sta imponendo nella nostra società lo vedremo tra poco, se i numeri nella nostra società miglioreranno insieme alla qualità di vita, di istruzione e di povertà di ragazzi e ragazze: verso la fine del Pnrr.