Generazioni oltre la pandemia

L’anno volge al termine e con lui si appresta a concludersi anche lo sviluppo dei dieci progetti vincitori del bando Generazioni 2022 – dal titolo “Eccentrici. Cucire relazioni fuori dal comune” – che da maggio operano sul territorio della regione Trentino-Alto Adige misurandosi con pratiche di innovazione culturale.  A settembre ha avuto luogo la rassegna, che grazie ai cinque eventi sparsi tra città, quartieri, vallate e rifugi ha animato il territorio puntando sulla qualità. Generazioni – come sottolineano Barbara Fruet e Daniel Delvai, progettisti della cooperativa Young Inside, che del bando è organizzatrice – è un incubatore di buone pratiche progettuali in ambito culturale: un laboratorio permanente, orizzontale, che dialoga con le comunità intercettandone i bisogni. Abbiamo parlato degli esiti di questa edizione, dei risultati di un anno intenso e di quelle che sono le aspettative per il futuro tra maggiore apertura extraregionale ed extranazionale, dialogo intergenerazionale, post-pandemia e imprenditività.

Tentiamo un bilancio dell’edizione 2022: i risultati preposti sono stati raggiunti?

Barbara Fruet: I numeri segnalano un anno positivo: per quanto riguarda il bando abbiamo ricevuto 28 proposte di progetto e ne abbiamo sostenute 10, che a loro volta hanno attivato più di 10 territori e 35 partnership. Per quanto riguarda la rassegna abbiamo realizzato cinque eventi con più di 600 spettatori. I risultati sono stati ottimi anche grazie al lavoro realizzato negli anni precedenti. Il punto cardine è sempre stato fare della cultura un driver di sviluppo territoriale: ogni edizione è l’occasione per coinvolgere un numero  maggiore di stakeholder perché questo permette di creare un network regionale, con uno sguardo volto anche a livello nazionale. Quest’anno siamo riusciti a far confrontare i progettisti vincitori del bando con realtà che mettono in atto buone pratiche di sviluppo territoriale a base culturale andando a visitare alcune realtà milanesi, guidati da Itinerari Paralleli, un’impresa sociale che opera su scala nazionale ed europea. Uno degli obbiettivi era infatti quello di interagire con punti di vista differenti, capire come si può rispondere in modo creativo e inedito ai bisogni delle comunità e portare queste conoscenze nei nostri territori. Allo stesso tempo questo ha permesso di “esportare” la nostra esperienza, che ha dei punti di unicità, e di metterla in dialogo con esperienze nazionali ed europee ragionando sui grandi temi che formano l’agenda culturale comune. È stato utile a noi, ai progettisti, ma anche alle diverse realtà coinvolte in questo processo.

Abbiamo inoltre portato avanti percorsi di alta formazione che riguardano la progettazione e il management culturale: volevamo creare tanto una progettazione quanto un’offerta culturale che fosse decentrata, in grado di valorizzare i centri e i nuovi centri, quartieri periferici e vallate, creando un dialogo metramontano attraverso una mentalità imprenditiva. 

Come si è cercato di superare la centralità di Trento e Bolzano?

B. F.: Le realtà periferiche hanno un altro sistema di funzionamento che a volte facilita le cose, a volte no. Pensiamo solo al problema della mobilità: operiamo su un territorio complesso a livello morfologico che non sempre è interconnesso. Nonostante ciò, siamo riusciti ad andare oltre la forza d’attrazione che esercitano le due città, evitando di applicare alle realtà di montagna le stesse logiche che funzionerebbero nelle aree urbane per colmare dei vuoti nell’offerta culturale. Come? Ascoltando il fermento che c’è, esiste, e che negli anni è anche cambiato. In passato ci si basava molto su forme di associazionismo che erano ben strutturate. Il mondo adesso è diventato più fluido, chi lavora nel campo creativo presta più attenzione ai margini e alle periferie, opera dal basso. Ciò non toglie che ci si debba scontrare con delle difficoltà burocratiche e amministrative che spesso riguardano il riconoscimento delle nuove figure e dei nuovi modi di operare che stanno emergendo e si stanno inserendo nel tessuto sociale. Si tratta per esempio di professionisti giovani che hanno studiato altrove e decidono di tornare e spendersi per innovare.

C’è stato qualche cambiamento significativo rispetto agli anni precedenti?

Daniel Delvai: L’evoluzione più interessante rispetto agli anni passati è l’adesione di gruppi informali. Prima al bando partecipavano principalmente associazioni costituite, con una certa storia e base organizzativa.  Progressivamente siamo riusciti ad attrarre un numero maggiore di gruppi informali, prima con progetti piccoli, poi anche con proposte più complesse. Seguendoli di anno in anno – un’altra nota positiva è che si ripresentano, vedendo che il bando funziona e permette di fare cose interessanti – i progetti diventano sempre più articolati. 

B. F.: Si tratta spesso di professionisti e persone che si stanno formando nel settore creativo e culturale e che sanno rispondere in maniera nuova alle esigenze per le quali si cerca una soluzione, unendo anche settori e competenze diversi tra loro. Questa si potrebbe identificare come una delle direttive sperate per il futuro, ma la verità è che sta già accadendo.  Vogliamo di certo continuare in questa direzione. 

Dunque molte delle persone che hanno aderito al bando sono giovani o giovanissime? 

D. D.: Sì. E io mi auguro che, facendo degli aggiustamenti sulle regole del bando, ci sia una risposta ancora maggiore da parte di questi nuovi giovani professionisti che si affacciano al mondo del lavoro con un grande bagaglio di conoscenze ma un piccolo bagaglio di esperienza e di visione concreta. Generazioni può essere l’anello di congiunzione tra chi finisce gli studi e si trova in Trentino-Alto Adige con la voglia di introdurre strategie culturali innovative.

B.F: Una persona esce dall’università con un impianto teorico che deve imparare a mettere in pratica. Su questo da parte nostra la presenza è costante. La fase di accompagnamento e di formazione è continuativa e ad alta intensità. Capita di dover rispondere a richieste concrete, a volte anche apparentemente banali, ma fondamentali per crescere professionalmente.

D.D.: Barbara citava il termine “imprenditività”. Chi, dopo l’università, ha intenzione di costituire una cooperativa o diventare libero professionista compie in un certo senso un salto nel vuoto. Noi riusciamo a offrire un supporto da questo punto di vista, in ottica formativa. Ci definiamo un incubatore in questo senso. 

B. F.: È una delle due maggiori peculiarità di Generazioni. La prima riguarda la dimensione regionale dell’iniziativa. La seconda è proprio quella che ha a che vedere con l’incubazione culturale. Siamo uno dei pochi progetti che accompagna i progettisti non solo da un punto di vista economico ma anche progettuale, in tutte le fasi del processo. Non siamo una banca, cerchiamo di promuovere la crescita economica, sociale e culturale dei territori e delle persone che li popolano. È un processo faticoso e complesso ma i risultati sono soddisfacenti. Ad esempio, molti dei gruppi informali che hanno partecipato al bando si sono strutturati poi in realtà associative o sono diventati liberi professionisti che operano nel settore. 

Come hanno dialogato i giovani progettisti con chi opera da anni nel settore? 

B.F.: Dipende molto dai contesti. Il dialogo intergenerazionale nei contesti più piccoli e periferici, essendo una dinamica anche relazionale quotidiana, è sicuramente più semplice. Nelle città è più complesso, anche se i progetti che abbiamo sostenuto hanno cercato di fare questo: provare a costruire degli archivi di comunità partendo dalle piazze cittadine e cercando di interagire con un pubblico di passaggio ha messo in relazione generazioni diverse. Non è facile, a maggior ragione dopo una pandemia che ha creato fratture tra le generazioni in ottica protettiva e ha imposto un distanziamento sociale e fisico. 

A proposito di pandemia. Ha avuto un peso importante anche in quest’ultima edizione?

D.D.: I progetti presentati nel 2021 citavano quasi tutti il covid, quest’anno i riferimenti erano molti meno. In generale negli ultimi due anni è stato richiesto un grande sforzo al settore creativo che ha risposto innovando. È stato stimolante ma anche estremamente faticoso perché è rimasto poco tempo per far sedimentare. A volte sarebbe utile fermarsi e ragionare su quello che si è fatto proprio per generare nuove idee e non cadere in una sorta di bulimia.

E ora, fermandoci a ragionare sui prossimi anni, quali sono le aspettative?

B. F.: Parliamo appunto di aspettative, non di certezze. Sicuramente vorremo continuare a coltivare l’elemento dell’incubazione, la natura di factory. Formare i progettisti dando loro maggiore continuità, ovvero la possibilità di lavorare su più annualità, che significa più tempo per sviluppare il progetto ma anche per crearlo, per costruire delle reti, scambiarsi delle esperienze e lavorare su degli obbiettivi che sono comuni. Vogliamo essere la molla che fa scattare questo tipo di processo a lungo termine, permettendo di fare cultura che mette radici. Sarebbe poi interessante far interagire i gruppi che partecipano al bando alla coproduzione della rassegna. Questo ora avviene più sottotraccia, e sarebbe invece utile ufficializzarlo: anche qui ci sarebbe bisogno di tempi più larghi. Un’altra direttiva per il futuro è sicuramente quella dell’interazione con il maggior numero di ecosistemi possibili. Fondamentale il partenariato pubblico privato. Vorremmo insomma fare da apripista in tutti questi sensi, aprendoci all’Italia e all’Europa. Dopo gli esiti di quest’anno siamo fiduciosi che potrà accadere.

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Generazioni è organizzato dalle cooperative sociali Young Inside e Inside in collaborazione con Mercurio Società Cooperativa e con il sostegno delle Province autonome di Bolzano e Trento e della Regione autonoma Trentino – Alto Adige/Südtirol. Gli sponsor ufficiali sono Alperia e Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano