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Che tipo di relazioni vogliamo con la Cina? La domanda fondamentale di Noam Chomsky

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Il modo in cui i media e la cultura dominante inquadrano per noi i problemi comporta una tale quantità di postulati e di presupposti che si finisce intrappolati in una discussione nella quale non saremmo voluti entrare. Credo che si debba partire accantonando questi postulati.

La domanda che dovremmo porci non è: «Come possiamo migliorare le relazioni con la Cina?», ma piuttosto: «Che tipo di relazioni vogliamo avere con la Cina?». E quando parliamo della “Cina”, che cosa intendiamo esattamente?

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Pubblicazione in collaborazione con la casa editrice Il Saggiatore

La Cina ha una nomenklatura molto ricca, composta da uomini d’affari, burocrati e altri personaggi che prendono le decisioni importanti; quando la stampa americana parla della “Cina” si riferisce a loro. Ma in Cina c’è tanta altra gente. Prendiamo le regioni del Sudest cinese, che vengono considerate aree di “miracolo economico”, zone di forte crescita.

Certo, il miracolo economico c’è, ma è in gran parte determinato da investimenti stranieri e ciò significa condizioni di lavoro terribili. Così troviamo contadine prese dai campi e chiuse nelle fabbriche dodici ore al giorno per un salario da fame, a volte un centinaio di loro muoiono bruciate perché scoppia un incendio e le porte della fabbrica sono sprangate per non far uscire nessuno.

Anche questa è “Cina”, e lo stesso vale per ogni altro paese. E allora di quale Cina stiamo parlando?

In questo caso c’è anche una separazione geografica, una frattura geografica tra la Cina sudorientale, che è una zona in forte crescita, e la Cina centrale, dove ancora vive la maggior parte della popolazione e dove, in termini di sviluppo e di modernizzazione, le cose stanno persino peggiorando.

Le differenze tra queste zone sono talmente profonde che alcuni analisti sospettano che la Cina si stia dividendo in due parti: una zona sostanzialmente costiera, che rientra nella più generale area di sviluppo dell’Estremo Oriente, con una forte presenza di capitali giapponesi, di capitali cinesi provenienti dall’estero e di investimenti stranieri, e una grande area popolata da centinaia di milioni di persone che appartengono a una società rurale in declino, sono tagliate fuori da qualsiasi crescita e probabilmente sono destinate a impoverirsi ulteriormente.

Così, persino all’interno di quell’entità geografica chiamata “Cina” esistono regioni che sembrano appartenere a realtà totalmente diverse; alcune aree sembrano destinate a tornare ai tempi delle rivolte contadine. Ancora una volta, dobbiamo chiederci che cosa intendiamo per “Cina”.

E in realtà, se guardiamo ancora più da vicino, le stesse zone cinesi di grande crescita economica non sono così semplici. Gran parte di questa crescita proviene da strutture cooperative e non da investimenti stranieri.

Nessuno ha mai potuto studiare nel dettaglio queste cooperative, perché la Cina è una società molto chiusa, ma non si tratta comunque né di imprese private né di investimenti stranieri, ma di qualcos’altro. Indubbiamente queste realtà funzionano e la loro struttura è cooperativa.

Non è necessario far riferimento a riviste “sinistrorse” per scoprirlo, basta aprire giornali economici tradizionali come e Economist o l’Asian Wall Street Journal.

Ebbene, queste cooperative sono una parte importante della crescita nella Cina sudorientale e rappresentano inte- ressi diversi da quelli delle strutture industriali promosse dai capitali esteri, che portano con sé un tremendo corollario di sfruttamento. Quindi c’è anco- ra un’altra “Cina”.

E ancora, all’interno delle varie “Cine” ci sono diversi settori della popolazione con interessi divergenti: chi lavora nelle fabbriche di materiale elettronico o in quelle di giocattoli della provincia di Guangdong non ha certo una bella vita, anzi le sue condizioni sono terribili, ma esiste anche un settore di élite dirigenziale che sta crescendo e si sta arricchendo.

Penso perciò che il primo passo per capire come sia opportuno comportarsi politicamente nei confronti della “Cina” sia quello di smantellare tutti i postulati e i preconcetti che ci propinano le istituzioni. Non credo esistano risposte semplici agli argomenti conflittuali che ci vengono riferiti dai media.

La situazione è indubbiamente complessa.

Prendiamo i diritti di proprietà intellettuale. La dirigenza cinese non li ha accettati del tutto, non ha accettato completamente un loro ampliamento che assicurerebbe alle imprese ricche e potenti il monopolio della tecnologia e dell’informazione. Gli Stati Uniti stanno applicando una serie di sanzioni contro la Cina perché si conformi alle regole. Per quanto mi riguarda, non sono d’accordo. Non credo di voler migliorare questo tipo di relazioni con la Cina; quello che vorrei fare è smantellare interamente questo sistema folle.

Oppure prestiamo attenzione al fatto che la Cina è uno dei pochi paesi al mondo che mette in carcere la propria popolazione a un ritmo simile al nostro (al sistema americano ndr)

Fra i paesi che tengono una statistica delle persone incarcerate, gli Stati Uniti sono di gran lunga in cima alla classifica, e anche se non possediamo statistiche precise sulla Cina, dal lavoro compiuto dai criminologi si ricava che fra i due è in atto un testa a testa.

Vi sembra una buona cosa che sbattano in galera tanta gente quanta ne sbattiamo noi? Io non lo credo. È probabile che il loro sistema carcerario sia brutale quanto il nostro, se non peggiore. Ma di certo il governo e i sistemi di potere americani non si preoccupano di questo problema, non più di quanto si preoccupano del fatto che gli Stati Uniti incarcerano la propria popolazione più di qualsiasi altro paese al mondo, a un ritmo che attualmente sta addirittura aumentando. Quindi non deve essere questo il motivo che rende cattive le nostre relazioni con la Cina.

Qualche tempo fa sui media americani ci sono state grandi discussioni sul lavoro dei detenuti in Cina. Ma l’unica vera obiezione era che i prodotti del lavoro dei detenuti venivano poi esportati negli Stati Uniti.

In questo caso si trattava di un’industria di stato, e l’America non vuole assolutamente che un’industria di stato entri in competizione con le sue imprese private. Ma se la Cina avesse esportato altrove il lavoro dei propri carcerati non avremmo avuto niente da obiettare.

In effetti, proprio nello stesso periodo in cui il governo e i media sollevavano il problema del lavoro carcerario in Cina, gli Stati Uniti esportavano in Asia i prodotti del lavoro dei propri detenuti: le prigioni della California e dell’Oregon esportavano in Asia prodotti tessili con il marchio “Prison Blues”.

E, attualmente, la produzione all’interno delle nostre carceri è in aumento.

Quindi, in via di principio, non solleviamo obiezioni al lavoro dei detenuti, l’importante è che non interferisca con i profitti delle imprese americane: era questo il vero nocciolo della questione.

Credo quindi che, davanti a qualsiasi argomento, ci si debba liberare del modo in cui ce lo presenta la cultura ufficiale per iniziare a porsi delle domande.

Voglio dire che al potere degli Stati Uniti non interessa se i dirigenti cinesi assassinano i dissidenti, si inquieta soltanto se non permettono alle imprese americane di fare soldi. Ma non credo la gente comune dovrebbe abboccare.

La storia cinese è complessa e importante, e non credo che esista una risposta semplice quando si deve decidere il tipo di relazioni che dovrebbero intercorrere con gli Stati Uniti: come sempre, bisogna analizzare tutti gli aspetti.

Ma, come primo passo, credo che occorra reinquadrare nella propria testa quanto sta realmente succedendo, ricordare a se stessi i problemi reali senza farsi intrappolare in discussioni fuorvianti.


Pubblichiamo un estratto da Capire il potere (Il Saggiatore) di Noam Chomsky