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Le mutazioni antropologiche tipiche dell’abitare in rete

Pubblichiamo in collaborazione con Luca Sossella editore una serie di estratti da Collassi, una collana di testi dedicati alle rivoluzioni tecnologiche che si traducono in sistemi sociali e nel precipitato inconsapevole della vita quotidiana. Oggi un estratto dal saggio Kolapsoj. Dialogo sulle emergenze di Alberto Abruzzese

Dato il brevissimo intervallo di tempo che divide la vita di Benjamin da quella di McLuhan (pur cosí diverso per varie buone e cattive ragioni), ho sempre pensato che quest’ultimo sia stato in certa misura la reincarnazione del primo.

Sicuramente per il metodo e per la spregiudicatezza, l’azzardo, e a volte persino il carattere enigmatico che faceva del loro discorso una sorta di “approssimazione”: un sapere approssimativo nel senso di avvicinamento al nodo reale della realtà.

Un invito a pensare molto oltre e molto lateralmente alla propria scrittura, pur cosí assertiva, fulminante. Per quanto siano altri gli autori che si citano a tale proposito, Benjamin e McLuhan sono stati eccelsi mediologi della “vita quotidiana”, con uno scarto – nel loro rispettivo orientamento della ricerca – che richiama quello tra Edgar Morin e Michel de Certeau.

Del significato che assume la velocizzazione del mondo a opera del rapporto tra desiderio e tecnologia, ha parlato il libro di Alessandro Baricco (I barbari. Saggio sulla mutazione, 2013), al quale nel mio Punto zero ho dedicato varie pagine perché, pur costituendo uno dei migliori recenti contributi sull’argomento, è paradigmatico per il suo modo di vedere nel barbaro le qualità del civilizzatore ma senza definire una adeguata distanza critica dal civilizzato.

La “mossa del cavallo” è il gesto necessario a ogni mutazione. L’andare lateralmente per andare dritto. La ferita che tocca infliggere e infliggersi per progredire nella propria “vocazione”.

Leggendo Benjamin e McLuhan ci viene fatto capire che la velocizzazione della vita quotidiana a opera della soggettività tecnologica dei moderni mette in gioco il barbaro in quanto discontinuità del civilizzato: il dispositivo ha funzionato per le avanguardie storiche e queste hanno funzionato per l’industria culturale di massa. E ora?

Bisogna avere paura della velocizzazione? È piú facile rispondere rovesciando la domanda: è la paura del soggetto moderno di perdere il controllo sulla vita quotidiana – su una vita quotidiana che sembra liquefarsi tra le sue mani – a farlo precipitare verso il proprio destino per mezzo di una eccezionale accelerazione delle sue stesse forme espressive?

A questa domanda credo che si debba rispondere affermativamente. E includerei nella paura del soggetto moderno le paure delle singole persone che lo abitano: la paura quotidiana di perdere terreno o di essere invase riguardo alle piccole cose della vita pubblica e privata, familiare e istituzionale, interiore e esteriore.

Tutte le retoriche con cui letteratura e filosofia hanno affermato l’ideologia della “lentezza” sono falsa coscienza, e come accade per ogni eccesso di falsa coscienza, non fanno che accelerare ciò che vorrebbero frenare.

Non fanno che andare all’origine della voragine temporale dell’identità. Sta qui – sul tempo dei mutamenti, sulla implicazione che essi hanno in campo politico – la questione che attraversa il dibattito presente tra chi vede nell’avvento delle reti l’imbarbarimento della società oppure la liberazione dai suoi vincoli, la rivolu- zione dei suoi valori: la Civilizzazione “vera” in virtú del suo “giusto mezzo”.

Credo che a tale proposito sia necessario convincersi che i giudizi sulla natura positiva o negativa degli effetti delle reti siano misurati sull’idea – tipicamente moderna, progressista e civilizzatrice – di rivoluzione (azione politica tanto radicale da permettersi, grazie allo stato di necessità che la ispira, persino la revoca e sospensione delle sue qualità piú umane e umanitarie).

Mutamenti dall’oggi al domani, da uno stato di diritto a un altro; da una condizione di vita a un’altra. Idea, questa, peraltro alimentata dai ritmi dello sviluppo industriale a fronte delle epoche precedenti, oggettivamente assai distante dalla specifica qualità delle mutazioni antropologiche che caratterizzano l’abitare in rete: mutazioni che, in qualità se non in durata, richiamano invece i transiti plurimillenari dal regime dei raccoglitori al regime delle culture stanziali. E via procedendo.