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Le nostre piccole vacanze, senza cura e senza gelati

Nelle sue “Piccole vacanze” Arbasino raccontava delle vite paludate della provincia che non riesce a reagire: “ Naturalmente ha ragione, è questa esistenza balorda che ci ha castrati di ogni iniziativa, questa città addormentata che finisce per intorpidirci, e ci si insabbia ogni giorno di più, si è portati fatalmente a contentarci di quel poco che abbiamo, lavorando anche poco, perdere elasticità, lasciarsi andare lungo il più misero degli itinerari: senza uscir mai da quelle cinque o sei strade obbligate […]ma noi conosciamo solo la casa l’ufficio il bar, chiusi dentro il perimetro delle vie urbane a naufragare appagati nel sordido tran tran di ogni giorno”.

É ferragosto, ma a guardare la flora metropolitana, sembra già ottobre. La terra – che nella città è aiuola, parchetto, siepe, viale alberato, giardino – è affaticata. Milano in questo agosto è arsa, somiglia a certi pezzi di Andalusia, con lo straniamento dei grattacieli, dei palazzi appena agghindati per il bonus 110, che hanno sparso la polvere di cornicioni, fondamenta, coibentazioni, cappotti termici e pompe di calore. Tutto sembra nuovo, scintillante, e al contempo, bruciato. E spesso lo è, sebbene non si assista –ancora- a fenomeni di autocombustione, questi mesi hanno visto una serie di blackout che hanno lasciato interdetti i servizi, sempre più elettrici. Tornelli della metropolitana impossibili da aprire e chiudere, ascensori e scale mobili paralizzate, buio nelle vie e nelle case.

Questa condizione è l’effetto di una serie di fattori, diretti e indiretti. L’incredibile siccità che ha caratterizzato i primi mesi del 2022; l’altrettanto prevedibile ondata di calore dai nomi danteschi e il provvedimento estremo del sindaco di interrompere l’irrigazione degli spazi pubblici per non compromettere le già scarse risorse idriche. Inoltre, la canicola ha sovraccaricato gli impianti, per l’uso massivo e costante di condizionatori. Il processo di desertificazione urbana non riguarda solo le aree verdi – e i boschi orizzontali e verticali- ma ha investito anche le strade, i marciapiedi.

C’è una patina di polvere di roccia che si alza al passaggio umano o dei mezzi e dà corpo ai fasci di luce, sempre diretta, sempre senza nubi atmosferiche. È una polvere persistente, che offusca l’orizzonte, rendendo la città stranamente opaca e densa. Quella foschia tipica delle estati padane, fatta di umido e zanzare, è sostituita da questa sorta di Calima, o Harmattan, anche se non si tratta di vero vento. L’aria è fissa e densa, affollata di granelli di polvere.

C’è la staticità della villeggiatura, rafforzata da una sempre crescente invasione di cicale, un elemento così mediterraneo che non esiste una traduzione anglosassone: si usa ‘cicada’, come in spagnolo, con la c strascicata delle pronunce inglesi. Cicada, cicale ovunque. Sono nei cespugli spelacchiati di via Sammartini, in quella strada sconnessa di pescherie fuorimano che costeggiano la ferrovia. Sono negli sprazzi d’ombra di corso Sempione, tra i palazzi di Bottoni e la sede Rai. Sono tra la Triennale e la Torre Branca, negli eleganti giardini della Guastalla.

Il rumore del tram e delle auto è sovrastato da questo frinire, un rumore bianco che avvolge la città con questo suono delle vacanze, delle tamerici greche, delle pinete toscane, delle ginestre sarde. Stanno lì, a dividere il cespuglio con i sempre più residenti temporanei che cercano uno spazio per stare nella città, spiaggia di cemento che non offre tregua, se non le fessure delle impalcature dei ritardatari delle ristrutturazioni. Perché con questa calura senza escursione termica, con i tramonti e le albe vicinissime, c’è una perenne veglia esausta e insonne, che accompagna il passare dei giorni. Cosa ci aspetta a settembre? Io mi appresto ad affrontare mesi di incertezza personale, che ancora una volta sono sintonici con quella globale (o forse, come spesso accade, troviamo corrispondenze tra eventi senza connessione, come il conflitto ucraino e il precariato, che persistono nel qui ed ora della mia quotidianità, ma non hanno nessun altro punto in comune se non il mio sentirli in parallelo).

In qualche modo, questa polvere ci ricopre, ha avvolto il governo che non poteva cadere, ma è caduto, perché è come se non ci fosse un dopo a questo adesso che si dilata dal febbraio 2020. Ma un dopo c’è, e ora non è nemmeno più filtrato dal doppiopetto blu e dalle cravatte di Marinella di Mario Draghi, un capo di governo che ci ha rassicurati solo attraverso il suo cv. Un governo che si è retto sul suo essere potenziale fideiussore, del più grande prestito che l’Europa ha intenzione di elargire dai tempi del piano Marshall. È una polvere che ha anestetizzato il nostro sentire –il caro gas, l’inflazione alle stelle, le bollette che equivalgono allo stipendio, la crisi del grano, due gradi in più d’estate, due gradi in meno d’inverno, un misurare la sostenibilità delle case, delle luci, delle vite. E noi qui, fluttuanti in questa polvere, con le mascherine, senza le mascherine, con le mascherine sul mento per ogni evenienza, con mascherine vecchie, anch’esse impolverate, con i contagi che salgono, vaccini nuovi ma vecchi, fragili prima, apriamo tutto, chiudiamo tutto.

Sospesi nell’estate senza gelati, perché non ci sono più i gelatai, tutti a casa col reddito di cittadinanza, non ci saranno caldarroste a settembre, perché avranno imparato dai gelatai (e comunque farà caldo, e nessuno vorrà le castagne bruciacchiate ormai per autocombustione). Immobili sul greto del fiume – il Po ridotto a rivolo- la montagna che si sfalda, pezzi di Marmolada che volano a valle, il Sesia gonfio dei ghiacciai che permette ai negazionisti di dire che la siccità è una bufala, come lo era il virus, come lo è la guerra. Bolliti o forse febbricitanti, tanto nessuno misura più le temperature, nessuno distingue più il colpo di calore dalle nuove varianti, e la testa duole ma i pensieri del lavoro, il passato scomparso, il futuro rovente sono lì.

Siamo ancora lì, seduti scomposti a terra negli aeroporti gremiti, con i voli cancellati perché mancano gli operatori di volo, manca la benzina, mancano i pezzi, le macchine a noleggio, mancano le vie di fuga per fuggire dalla canicola, ma soprattutto, manca un piano. Dove finiranno i parlamentari che oggi abitano forse per l’ultimo momento questo parlamento? Sarà un settembre nero, soprattutto dopo il voto? Verrà arrabattato un nuovo governo garanzia, perché la sfiducia nei confronti del populismo dei poveri viene soppiantata da quella del populismo dei ricchi, dei banchieri, delle innovazioni? Mark Fisher parlava di città infestate, e di castelli di vampiri metaforici che succhiavano quella forza conflittuale, e che avevano in qualche modo annientato questi anni di crisi (e forse anche lo stesso autore).

Ora che anche i vampiri si sono indeboliti, assistiamo ad una crescente fatica, un acerbo conflitto ora sepolto dalla spossatezza, dalla fatica, dallo stare in mutande, dal non pensare al domani, dal non pensare all’oggi, dal pensare solo all’impossibile refrigerio, o incanalato male, come nella incontenibile violenza di singoli atti, che non vanno oltre le mura di casa o del vicinato. Fidanzatine del liceo sfregiate per una separazione, vicini di casa presi a martellate, e mogli, fidanzate, amanti e figli sacrificati per una rabbia che diventa solo sopraffazione.

L’Economist titolava qualche giorno fa che le persone sono affamate ed arrabbiate, e che l’autunno sarà caldo, fatto di rivolte e proteste, che dobbiamo essere pronti a questa rabbia che arriverà, Una rabbia che sarebbe legittima, ma che è ancora lontana. Ed è lontana nonostante ci siano da mesi, da anni, tantissime buone ragioni per arrabbiarsi.

Perché settembre sarà nuovamente il mese più caldo di sempre ma il più fresco della storia che ci rimane da vivere. Perché i reati sono calati ma la violenza no, ed è sempre più forte nelle case, nei confronti delle mogli, delle madri, dei figli. Perché il lavoro è poco, e l’inflazione tanta, e forse dovremo rinunciare ai melograni, ai fichi, all’uva e alle castagne (per il costo e per la siccità). Perchè la rabbia sociale costruisce muri e non ponti, e chiude i confini, e si arrocca sui diritti, rendendoli di fatto privilegi, come nel caso dell’aborto. Perché questo autunno di guerra, oltre che di malattie endemiche, ci obbliga a prendere in mano le nostre vite, a fronte di quello che è sempre di più uno scenario necropolitico.

Le femministe parlavano di una “democrazia della cura” e di una cura della democrazia, come unico antidoto alla morte. Ma allo stesso tempo Nancy Fraser dice da anni che è proprio la cura che è andata in crisi. E se non c’è cura, non c’è vita, c’è solo una arida prospettiva darwiniana. Perché la cura è la forma primigenia della relazione, perché è un due che si contrappone all’uno, solitario. Credo che a settembre avremo bisogno soprattutto di cura reciproca.

La cura che ci è mancata nella pandemia, non solamente quella medica, ma la cura delle relazioni, del collettivo, della cosa pubblica. La cura che è, alla fine, l’unico antidoto alla morte. Proprio tra le pagine scanzonate delle “piccole vacanze” di Arbasino si trova un esergo di Saba, tratto da “Sera di febbraio”: “Indifferente gioventù s’allaccia sbanda a povere mète. Ed è il pensiero della morte che, in fine, aiuta a vivere”. Sono forse povere mete quelle che ci attendono in questo autunno così lontano, ma se il pensiero della morte diventa cura, forse quello potrebbe essere davvero l’antidoto per l’autunno più arido delle nostre vite.