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Non padroni dell’universo ma nomadi cosmici, un dialogo con Philipp Blom

Nato ad Amburgo nel 1970, Philipp Blom, che ora vive a Los Angeles, ha studiato a Vienna e a Oxford. Storico, scrittore, pubblicista, traduttore, cosmopolita e versatile tanto nella formazione che negli interessi, è un autore prolifico: si è cimentato persino con il libretto d’opera. E la fascinazione per il teatro è l’abbrivio da cui prende le mosse il suo ultimo lavoro pubblicato in Italia, Il gran teatro del mondo: sul potere dell’immaginazione nell’epoca del caos (Marsilio 2021, tradotto da Francesco Peri), esplorazione sincretistica che saltando dall’autobiografia alla politologia, da Diderot a Goscinny, da Calderòn de La Barca a uno zio morto bambino in una Germania oggi lontanissima, dalla Piccola Era Glaciale a Greta Thunberg, ci offre chiavi di lettura del presente e della crisi che attraversiamo, che Blom definisce fase omega.

Il suo libro è stato pubblicato nel 2020, quindi, immagino, scritto alla vigilia della pandemia. Cosa aggiungerebbe oggi, alla luce di questa catastrofe? È davvero arrivata inaspettatamente o dovevamo aspettarcela? Fa parte della fase omega di cui parla nel suo saggio?

Sì, è stato strano – ho scritto il libro prima della pandemia, ma quando è uscito, molte persone lo hanno letto quasi come un commento su ciò che stava accadendo. Penso che l’argomentazione abbia resistito alla prova del tempo, in realtà: il coronavirus è solo un ulteriore risultato dell’invasione umana degli habitat naturali e di un’economia globalizzata. Credo che ci sia, però, anche un piccolo segnale utile, che mi sarebbe piaciuto includere nel libro. Fino a poco tempo fa, a chi denunciava la distruzione incontrollata degli habitat naturali e delle società umane veniva detto che non c’era semplicemente nulla da fare, che era impossibile toccare i mercati, l’economia neoliberale globale: poi è semplicemente successo, e pure molto in fretta. Nessuno può più dirci che il cambiamento è impossibile, che le società non possono prendere decisioni politiche per il proprio futuro. E questo è importante, credo. 

Lei scrive una frase che mi colpisce: “le fotografie mentono sempre”. Come possiamo, allora, in quest’epoca che esige narrazioni e in cui le narrazioni sono dominate dalle fotografie, immaginare un modo di raccontare la realtà? Da cosa dobbiamo liberarci per costruire i nostri teatri del mondo? O pensa che dovremmo limitarci a sperare in un “teatro della memoria”?

Lei ha ragione. Siamo circondati da simulazioni della realtà, che per molti versi sembrano più realistiche della realtà stessa. Simulazioni attraverso le quali arriviamo a giudicare la realtà. Ma il fatto che le fotografie mentano sempre non è necessariamente un problema. L’arte non è altro che inventare bugie e illusioni elaborate per avvicinarsi alla verità. Abbiamo tutti bisogno di quella che Coleridge ha brillantemente chiamato “la sospensione volontaria dell’incredulità”; ma credo che il punto sia che dobbiamo costruire rituali che aprano spazi in cui possiamo sospendere l’incredulità, mentre nella vita di tutti i giorni è importante usare il proprio scetticismo e mettere in discussione non solo le informazioni esterne, ma anche le proprie motivazioni. Questa è la differenza tra impegno creativo e analitico, forse; e non possiamo davvero sopravvivere senza entrambi. Le storie danno una forma alle nostre esperienze e alle nostre emozioni, le collegano a strutture archetipiche che sono molto più antiche e più grandi di noi. Le storie disegnano mappe attraverso il paesaggio della nostra esperienza e ci aiutano a navigare. Forse questo non è il momento di ritirarsi nel teatro della memoria, ma di proiettare le storie nel futuro, in modo che un futuro molto diverso dal nostro presente possa diventare immaginabile e persino tangibile.

Mi è piaciuto il modo in cui incorpora i metodi e le forme dello straniamento nel discorso (quando cita l’Aotourou di Diderot, ad esempio, ma anche l’Asterix di Goscinny): pensa che una forma di straniamento possa aiutarci a capire meglio questo tempo? O che, come nelle narrazioni della Piccola Era Glaciale, siamo in qualche modo costretti a impiegare paradigmi che già conosciamo per iniziare a costruire un racconto del momento che stiamo vivendo e che è quindi, per noi, senza precedenti?

Guardare qualcosa di familiare attraverso gli occhi di un estraneo è sempre un modo meraviglioso per vedere il nuovo. A volte penso a questo processo quasi in una prospettiva zoologica: guardo con interesse al modo in cui questa affascinante specie, Homo sapiens, sta vivendo il suo tempo su questo pianeta. La cosa divertente è che una prospettiva del genere fa sembrare le nostre azioni molto più strane, perché le spoglia della loro familiarità; e le fa anche risaltare molto di più rispetto a quello che hanno fatto altre civiltà e persino altri animali. Significa, anche, che siamo a un punto cruciale. Una narrazione dominante – quella del dominio della natura, dell’eterna crescita economica e delle soluzioni tecnologiche per tutti i problemi – si sta rompendo perché gli effetti collaterali del nostro immenso, storico successo ci stanno letteralmente soffocando. Ma mentre questa narrazione non è più in grado di indicarci un percorso per il nostro futuro, altre narrazioni non sono ancora consolidate e fanno a gara per spiegare quello che sta succedendo: da Greta Thunberg ai teorici della cospirazione, dagli ottimisti tecnologici della Silicon Valley agli scienziati pessimisti, ai politici che cercano di proteggere lo status quo. Questi tempi sono molto pericolosi, perché di certo non è la storia più razionale quella che vincerà. La nostra politica ci mostra che è la storia che può muovere la maggior parte delle persone.

Molti capitoli del suo libro sono preceduti da citazioni dalle Lamentazioni di Khakheperreseneb, un testo egiziano risalente al 1800 a.C.: parole che vengono da un mondo lontano nel tempo, eppure sono sorprendentemente appropriate per parlare del nostro presente. Come lo spiega? Le emozioni sono ancora le stesse?

Beh, questa è in parte una riflessione ironica: forse non c’è davvero nulla di nuovo sotto il sole. Ma forse è anche un sintomo di un’epoca che ha raggiunto uno stato di declino sistemico, un’epoca di élite avide e corrotte in cui la giustizia non sembra più possibile. E sì, una delle cose che mi colpisce sempre, come storico, è che le persone in epoche precedenti erano da un lato esattamente come siamo noi oggi, dall’altro completamente diverse. Sentivano lo stesso desiderio, la stessa fame, la stessa paura, ma il modo in cui li concettualizzavano e ne parlavano era completamente diverso. Ma quello scriba egiziano sembra proprio descrivere il nostro mondo…

Pensa che sarebbe auspicabile liberarsi del paradigma cartesiano (opposizione tra res cogitans e res extensa)? E dall’opposizione Illuminismo vs. Romanticismo?

La scienza sta proprio facendo a pezzi quel dualismo, che è di origine puramente teologica, credo. Non aiuta nemmeno il fatto che la nostra grammatica ci permette di usare i sostantivi (mente/corpo/anima) come se potessero esistere indipendentemente l’uno dall’altro, semplicemente perché hanno un’esistenza indipendente come parole. Posso parlare della mente e del corpo di qualcuno come se fossero due fenomeni diversi, ma più impariamo dalla psicologia, dalla medicina, dall’antropologia, dalla biologia e dalla scienza evolutiva, più ci rendiamo conto che, semplicemente, non ha senso parlarne in questo modo. Come una foresta, una persona è un sistema complesso. Fenomeni mentali come le esperienze diventano parte delle nostre cellule, del nostro metabolismo, del nostro microbioma; li trasmettiamo ai nostri figli attraverso l’epigenetica, portiamo nel nostro corpo molto più DNA non umano che umano, non siamo né completamente razionali né liberi nelle nostre decisioni, siamo una complessa simbiosi di cellule e organismi che produce manifestazioni fisiche e mentali ed è in costante, respirante, consumante ed esalante interscambio con gli ambienti. La scienza sta rivoluzionando completamente ciò che gli esseri umani credevano di sé stessi, e ci sta collocando all’interno di un sistema enormemente complesso di fattori interagenti. Questo è molto eccitante, ma porta lontano da Cartesio. Invece di chiederci se gli animali (res extensa) non siano altro che macchine biologiche, dovremmo pensare di estendere la nostra finzione di maggior successo – i diritti umani – ad altri animali, e a interi ecosistemi. Siamo esseri intrecciati e sistemici, e pensare per opposizioni non è molto utile se si ha il desiderio di capire i sistemi complessi, che spesso abbracciano la contraddizione e l’opposizione attraverso la cooperazione e la simbiosi. Questo è un compito enorme per la filosofia, ma penso che la vecchia opposizione tra Illuminismo e Romanticismo non sia del tutto utile qui. I migliori illuministi (come Diderot) non pensavano agli esseri umani come a macchine razionali, ma vedevano l’importanza dell’evoluzione, del desiderio, degli impulsi irrazionali. 

 Quali animali totemici (come narrazioni fondanti) è bene pensare oggi? 

Che bella domanda! Non sono sicuro che quel livello di pensiero metaforico sia davvero utile per questi temi, ma la nostra narrazione fondativa dovrebbe avere, come eroe totemico, un eroe che non è un conquistatore, un oppressore, un signore degli altri e delle loro vite. Il nostro eroe avrebbe qualità diverse. Lui o lei potrebbe parlare con gli animali e gli alberi, sarebbe bravo a raggiungere un obiettivo attivando un’intera comunità per superare qualsiasi ostacolo. Queste storie avrebbero a che fare con l’immersione, con l’intreccio, con le forze capricciose della natura e della natura umana, con l’eterno conflitto fra cooperazione e competizione e coesistenza con tanti altri umani, animali e altri fattori. Sarebbe più simile a un mito greco o a uno raccontato dai Maori o dai Maya, dove trovare navigando il proprio posto in un mondo in costante flusso è più importante del puro dominio. Ma forse la migliore narrazione è la nostra immagine mutevole dell’umanità stessa: non padroni dell’universo ma nomadi cosmici, persi su un granello di polvere in un angolo remoto dell’universo, del tutto insignificanti e transitori eppure capaci di darsi qualcosa come un significato, una storia che può essere usata per provocare violenza genocida, ma può anche sorgere per comunicare e celebrare la ricchezza dell’esperienza umana, dell’empatia, dell’eros, della pura bellezza della vita; per creare qualcosa che è più umano e meno crudele di ciò che era prima.