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Ripartire dal capitale amoroso, un dialogo con Jennifer Guerra

Incontro Jennifer Guerra dopo un panel in cui è impegnata a parlare di corpo insieme ad altre donne. Mentre ridendo si lamenta del mal di schiena che le ha causato il giardinaggio del giorno precedente risponde a una telefonata di lavoro. La guardo parlare al telefono e trovo che sembri una donna adulta. Capisco che lo è, in primo luogo per aver capito che a 25 anni si può essere donne adulte. Anche oggi.


Dal 21 al 23 ottobre si terrà a Rovereto la seconda edizione del festival organizzato dall’associazione Informatici Senza Frontiere, dedicato all’impatto sociale dell’innovazione tecnologica. Tre giorni di incontri, dibattiti, conferenze, laboratori per riflettere sulla tecnologia come fattore di inclusione e integrazione per anziani, disabili, giovani, migranti, e per tutte le persone che la travolgente mutazione tecnologica in atto rischia di marginalizzare. 

cheFare e Luca Sossella editore propongono un percorso di avvicinamento al festival con una serie di approfondimenti, dialoghi, recensioni che esplorano la frontiera lungo la quale linguaggi digitali e ridefinizione delle identità sociali si incontrano, interagiscono e si modellano reciprocamente. 


Guerra è scrittrice e giornalista. Ha lavorato come redattrice a The Vision, per cui ha curato il podcast femminista AntiCorpi. Il capitale amoroso, edito da Bompiani, è il suo secondo libro. È anche il libro che le ha permesso di interloquire con un pubblico più ampio e diversificato. Non più solo femminismi, ma un’analisi ampia e densa di spunti sull’amore e il suo potenziale politico. Eppure, la formazione e i temi di interesse su cui Guerra ha costruito una carriera ben definita e martellante di giornalista e attivista, emergono anche in questo saggio che si propone di ampliare lo sguardo.

I riferimenti sono molti e diversi: dal pop al marxismo, dalla Bibbia a Martin Luther King, da Pierre Bordieu a Bell Hooks, l’amore viene vivisezionato e poi ricomposto come sentimento non più subito, ma agito valicando i confini, neanche così ristretti, dell’individuo e della coppia. È un amore portato altrove e risignificato attraverso un’appropriazione della nostra capacità d’amare contro l’oppressione di un capitalismo tanto pervasivo quanto insidioso nel suo fagocitare tempi ed energie, pensieri ed ambizioni. Un sistema socio-economico e necessariamente anche culturale, quello problematizzato da Guerra, che all’amore lascia spesso solo le briciole di un tempo ormai stanco e poco consapevole del suo valore.

Il capitale amoroso è dunque un manifesto che invita ad agire senza indicare concretamente nessuna via. E si potrebbe uscirne spaesati. Ma il suo valore, credo, non sta in ciò che suggerisce di fare, bensì in ciò che invita a mettere in dubbio: l’idea per cui l’amore debba essere merce di scambio. E dunque un compito in effetti emerge. Per dirlo con Marx: presupporre l’uomo come uomo e il rapporto col mondo come rapporto umano, scambiando amore solo con amore.

Isabella De Silvestro: La scelta della parola “capitale” per il titolo di un libro che accusa il capitalismo di aver oppresso l’individuo e minato la comunità vuole essere una provocazione?

Jennifer Guerra: Trovare un titolo per questo libro non è stato facile. Qualsiasi titolo contenga la parola “amore” rischia di sembra un manuale di self-help. Serviva qualcosa che richiamasse il tema amoroso senza cedere alle storture della cultura sull’amore che nel libro critico. Il capitale amoroso mette insieme i due temi – amore e capitalismo – riprendendo un’espressione di Pierre Bordieu che uso una sola volta.  Il rimando principale è quello. Quindi no, non c’era nessun intento provocatorio. 

I.D: In effetti servono molte cautele per parlare d’amore. La percezione comune è che l’amore, come oggetto di studio o centro di una narrazione letteraria, non abbia la dignità di un tema portante ma possa solo fare da condimento. Se si è donne c’è poi l’aggravante della frivolezza, del patetismo spicciolo. È una questione su cui mi è capitato di riflettere spesso in relazione alla mia fruizione di romanzi. Penso per esempio a Elena Ferrante, con la tetralogia de L’amica geniale.

Sono libri che hanno fatto emergere tutto lo snobismo di cui sono oggetto le narrazioni d’amore. Specie quando scritte da donne, ancor peggio quando hanno per protagoniste altre donne. Libri popolarissimi, dunque considerati scadenti, complice anche la veste grafica tutt’altro che seriosa. Snobismo da cui non ero immune io stessa. Quando li ho letti mi sono trovata davanti a dei veri romanzi, di grande dignità, in grado di restituire la complessità psicologica e esistenziale di donne che amano e soffrono in un contesto ben definito eppure ancora rilevante per ciò che rappresenta in quanto ad oppressione. Che problema abbiamo con le donne che parlano d’amore?

J. G: Ti ringrazio per aver citato la Ferrante, sto leggendo la tetralogia proprio in questi mesi. Ho riflettuto parecchio su questo aspetto, soprattutto confrontandomi con altri lettori. Mi sono accorta che intorno alla Ferrante c’erano tantissimi pregiudizi: romanzi costruiti, artificiosi, poco importanti. Io sono fortemente convinta che questo giudizio derivi dal fatto che sono romanzi scritti da una donna, con una tematica amorosa al centro. Mi fa proprio arrabbiare il fatto che la centralità della tematica amorosa valga per quasi tutta la letteratura scritta dagli uomini ma che questo non pregiudichi minimamente la percezione che noi abbiamo della sua qualità.

Credo esista un grande problema di fruizione. Questo vale per tutti i giudizi che noi diamo alle cose che percepiamo essere da donna. Ci sono delle attività assolutamente superficiali e, se vogliamo anche inutili, tipicamente maschili che hanno una dignità e validità sociale che deriva esclusivamente dal fatto che sono cose “da uomini”. Ci sono poi cose “da donna”, magari altrettanto superflue, che però implicano una manualità o una creatività importanti che non vengono assolutamente riconosciute. E io credo che tutto risalga al discorso, che a me sta molto caro, tra trascendenza e immanenza.

L’idea per cui l’uomo è trascendente e le donna immanente, ancorata alla realtà, alla sua dimensione terrena. Nonostante in amore sia accusata di un’eccessiva fantasticazione, nel momento in cui la donna diventa soggetto creatrice viene vista come trascinata verso l’orizzontalità, mentre l’uomo ascende verso l’alto. Nonostante l’amore maschile sia considerato moralmente superiore, l’amore resta una cosa da femmine. Mi sono voluta appropriare dell’amore come tema anche per questo motivo. Il mio libro vuole essere una rivendicazione dell’importanza dell’amore. Perché deve essere una cosa svilita e svilente solo perché è una cosa considerata da femmine?

I. D: Perché quest’orizzontalità femminile percepita di cui parli pare implicare anche un rimanere in superficie, sul piano del frivolo e del poco consistente. E a questo proposito, sempre per il tema donne scrittrici e donne scrittrici di sentimenti, mi viene in mente Natalia Ginzburg. In un’intervista rilasciata a Oriana Fallaci disse che nei primi anni della sua produzione letteraria si impegnava in tutti i modi perché non si capisse che era una donna.

Le pareva che la donna si portasse dietro tutta una serie di piccole manie patetiche, un’emotività melensa e una mancanza di quel sano distacco ironico necessario al racconto del reale. Quando più tardi ebbe dei figli, le sembrò chiaro che c’erano cose che un uomo non avrebbe mai potuto capire, e allora da quel momento non la preoccupò più la sua voce di donna, ma anzi la rivendicò. È interessante che la sua presa di coscienza sia passata dal corpo, ovvero da una differenza esistenziale e psicologica perché in primo luogo biologica.  E viene in mente Simone de Beauvoir, quando scrive che “la presenza nel mondo implica a rigore il porsi di un corpo che sia contemporaneamente una cosa del mondo e un punto di vista sul mondo”. Mi chiedo quanto quindi sia importante, nel riappropriarsi della propria voce di donna che parla d’amore, e della dignità che questa voce ha, definirsi in base a ciò che ci differenzia dall’uomo.

J. G: È un discorso complesso perché rischia sempre di cadere nel determinismo e nell’essenzialismo. Sono però molto convinta che non si possa pretendere una neutralità. Nel momento in cui si reclama questa assoluta uguaglianza e indistinguibilità dall’autorialità maschile poi si finge che esista una neutralità che invece non esiste.

Io sono profondamente convinta che ogni nostra esperienza sia un’esperienza che parte dal corpo. Certo bisogna fuggire l’idea per cui in ragione del corpo si ha un certo destino che ne esclude altri. Ma rendersi indistinguibili è una possibilità illusoria. C’è un’esperienza comune, che non è tanto quella del corpo biologico, dell’utero, delle ovaie, è più un’esperienza corporea che deriva da ciò che noi socialmente chiediamo a questi corpi, per cui bisognerebbe superare questa separazione netta tra la naturalità del corpo e la complessità della nostra società. Ma forse qui vado fuori tema. Credo semplicemente che sia necessario liberarsi dalla trappola della neutralità. 

I.D: Si, peraltro questo delle differenze è un grande tema anche per quanto riguarda amore e capitalismo. Il sistema sociale ed economico, ma forse ancor più quello culturale, non sa bene che farsene delle differenze. Se includerle, difenderle, difendersene, appiattirle, temerle o rimarcarle. C’è una certa schizofrenia. Sarebbe bene forse accettarle come punto di partenza, capendo in primo luogo che non si è poi così importanti, proprio perché nel mondo c’è altro da sé.

Indagarle quindi, senza pretendere di inglobarle in un’unità che è sempre fittizia perché esiste solo finché è narrata. Può esserci comunità nella differenza? È questo l’amore agapico di cui parli nel tuo libro? 

J. G: L’amore agapico è l’opportunità per creare una vera comunità che non pretende di assimilare l’alterità all’ennesima norma. È il primo passo anche per un amore davvero libero. 

I. D: A proposito di amore libero. Il tuo libro è un invito all’amore come prassi. Non più il cuore a cui non si comanda, l’amore che travolge e a cui non si può opporre resistenza, ma un sentimento agito più che preteso o subito.

E a questo proposito evidenzi le due storture che si hanno nei riguardi dell’amore: il cinismo da una parte e l’idealizzazione dell’amore romantico come fine ultimo di ogni esistenza. Nella prima categoria, quella cinica, o forse sarebbe meglio dire disillusa e anche un po’ arrabbiata, rientra anche una certa corrente femminista, forte negli anni ’70.

Guardavo recentemente L’amore in Italia, un’inchiesta di Comencini del 1978. A un certo punto Comencini intervista una giovane coppia, lei femminista. Chiede se il loro rapporto possa essere definito come rapporto d’amore e la ragazza risponde di no, perché l’amore è sacrificio e lei non vuole vivere per altri. Perché, per molti ancora, il prezzo che richiede l’amore è la rinuncia alla libertà e all’affermazione di sé?

J. G: Io credo che questo problema sia radicato in quello che noi pensiamo essere la cura. Abbiamo una grande svalutazione della cura a livello sociale: fare le pulizie, fare baby-sitting, curare gli anziani, sono lavori malpagati e poco tutelati, che infatti vengono svolti dalle categorie più fragili. Pensiamo che la cura sia qualcosa di socialmente disprezzabile, e allo stesso tempo non possiamo farne a meno. In questo periodo, in particolare, abbiamo capito che non possiamo subappaltare all’infinito la gestione della sofferenza.

Io credo che anche il femminismo abbia la sua responsabilità nell’aver ritenuto la cura qualcosa di svilente per la dignità. Come se fare qualcosa che non porta ad un vantaggio personale immediato sia vergognoso. Ma non si può fare il gioco del capitalismo, quando si parla d’amore. Certo, sappiamo che questo svantaggio in nome di un vantaggio di altri è storicamente pesato sulle spalle delle donne. Nel libro scrivo che se per un uomo il sacrificio di sé è una scelta, per le donne è una cosa scontata.

Capisco perché il femminismo negli anni ’70 abbia rifiutato la cura. L’invito delle donne a pensare a sé credo sia stato in quel momento un bisogno collettivo legato ad una presa di coscienza necessaria. Ma è un problema legato ai nostri pregiudizi sull’amore, per i quali è inteso come gesto passivo. Non scelgo di amare mio marito: mi capita. E siccome lo amo per un ruolo subito, allora devo prendermi cura di lui, lavargli le mutande, fargli trovare la cena pronta, fare sesso con lui anche se non mi va, e tutta una serie di cose che sappiamo.

Ma oggi, che degli anni ’70 resta poco, in una società molto più individualista e complessa, possiamo e dobbiamo fare il salto successivo, rivendicando un ruolo attivo nell’amore. Una scelta per tutti e non solo per gli uomini. Nel mio libro ricostruisco una mini-storia del matrimonio e spiego come per esempio l’adulterio fosse forse l’unica sede per trovare un amore vero. Ma se l’uomo poteva benissimo avere una relazione extra coniugale senza pagare nessuna conseguenza, la donna che tradiva era rovinata. Anche l’adulterio era un’istituzione dell’amore subita dalle donne. Rivendicare un ruolo attivo nell’amore significa anche rivendicare la possibilità di scegliere chi amare e come farlo. 

I. D: La cura non più come corvée. Nel tuo libro parli di corvée digitali, ovvero tutto quel tempo di lavoro gratuito che il capitalismo ottiene grazie al nostro presunto svago, quando ad esempio passiamo il nostro tempo libero sui social network, fornendo dati pronti ad essere monetizzati.

Le corvée non sono però solo quelle digitali, ma sono anche il tempo sottratto alle categorie deboli e al loro “trascendere”. Parliamo allora del matrimonio, che credo essere il tema che nel tuo libro meglio unisce il tema dell’amore a quello del capitalismo. E già che ci siamo, usiamo ancora L’amica geniale: il momento di rottura ed allontanamento tra Lila e Lenù, le due protagoniste del romanzo, sta proprio nel matrimonio. Lila si sposa giovane, per questioni di necessità, mentre Lenù prosegue gli studi.

La questione, che emerge in molta della letteratura femminista o femminile, se così si può dire, da Jane Austen ad Elena Ferrante, è quella per cui il matrimonio per lungo tempo ha precluso alla donna il pensiero e viceversa, in un meccanismo per cui se mi sono sposata non posso più concedermi di pensare e se penso non sono altrettanto appetibile al matrimonio. Questo perché pensare rende più ingombranti e meno docili, ma anche più banalmente perché pensare (e studiare) sono attività che richiedono tempo ed energia che vengono sottratte alle corvée dell’amore subito.

Annie Ernaux, ne La donna gelata, racconta di aver capito durante l’adolescenza di dover essere “solo frivolezza e attesa” per risultare attraente sul mercato dell’amore. Dunque, di nuovo, libertà o solitudine, in opposizione. Trascendenza o amore. Amare è cercare di porre rimedio alla solitudine, a scapito della libertà? O, come credo il tuo libro suggerisca, amore è riconoscersi nella libertà dell’altro, essendo noi stessi più liberi?

J. G: La seconda. Ma credo ancora una volta che sia una questione che dipende tantissimo dalle condizioni materiali. Per esempio, e può sembrare una sciocchezza, le casalinghe esistono ancora! Perché pensiamo che le casalinghe siano animali mitologici estinti se in Italia il 51% delle donne italiane non lavora? Nella maggior parte dei casi sono donne che si sono sposate, hanno fatto dei figli e hanno dovuto rinunciare a uno spazio sociale e lavorativo, rinchiudendosi in una dimensione domestica. Questa dipende tantissimo dalle condizioni materiali, mai abbastanza sottolineate.

Conosco tantissime donne giovani che si sono trovate in questa situazione, e non perché lo hanno scelto, ma perché gli è stato imposto dalle circostanze. Sono d’accordo con te nel pensare che molto spesso c’è un prezzo da pagare. Ma non solo da questo punto di vista. Nel libro evito di raccontare delle situazioni-tipo perché sono molto convinta che l’esperienza dell’amore sia molto soggettiva, ma avrei potuto parlare delle persone che, per la loro soggettività, vivono la relazione di coppia in sé come una privazione della libertà. Io, per la mia sensibilità, non la vedo assolutamente così. Io, in una coppia, non mi sento meno libera di quanto fossi prima.

I.D: E credi sia un privilegio?

J. G.: Beh, sicuramente. Il fatto che io sia fidanzata ma abbia mantenuto la mia indipendenza economica e possa lasciare il mio compagno senza che mi crolli il mondo addosso è sicuramente un privilegio. Per molte donne non è così, c’è un discorso di genere che si ignora.

I. D: E di classe.

J.G: E di classe. Il 30% delle donne italiane non ha un conto corrente proprio e sono milioni quelle che hanno un conto corrente cointestato. Come fai a dire loro che sono libere di lasciare il marito se si sentono infelici e oppresse?  

I. D: Nel tuo libro parli di un amore puro e agapico come antidoto ai ricatti del capitalismo. Inviti ad immaginare spazi e pratiche di resistenza che abbiano origine dall’amore che, in quanto gratuito, inutile e improduttivo, può essere sottratto alla fagocitazione capitalista di tutte le sfere del vivere. Ma un amore del genere esiste oltre le categorie platoniche? Certo, tu, facendo riferimento alle sei categorie dell’amore di John Alan Lee, distingui amore pragmatico da amore agapico. Ma quando agape scende in terra e si fa carne, non deve fare necessariamente scendere a patti con pragma, negoziando la propria legittimità? E non parlo solo del matrimonio come contratto, che storicamente offre e ottiene prestigio sociale e sicurezza economica.

Penso anche agli amori non convenzionali, che trasgrediscono le regole sociali, economiche o morali della comunità. La fuitina, a cui nel meridione ricorrevano le coppie che per ragioni di censo o status non potevano sposarsi, era un modo per imporre alla società il proprio amore quando questo non era contemplato dai codici. Diventando però una messinscena codificata, e quindi a sua volta un’istituzione trasversalmente riconosciuta, anche la fuitina degli innamorati ribelli veniva fagocitata in un sistema di approvazione e legittimazione dell’amore da parte del capitale e della società che sul capitale (e sull’onore) disegnava la linea che separa il lecito dall’illecito. L’amore può davvero esistere senza chiedere il permesso al sistema socio-economico in cui è costretto? Esiste davvero uno spazio per l’amore libero?

J. G: Secondo me è un discorso un po’ inutile, nel senso che non credo possano esserci forme contrastanti d’amore. L’amore per me è sempre una cosa sola che si declina in tanti modi. Certo, non riesco a dirti un modo concreto in cui assume questo potenziale rivoluzionario. Per semplificare potrei dirti che per me l’amore è sempre agapico, ha sempre questo potenziale di gratuità, di anti-pragmatismo, ma sono consapevole che questa gratuità sia quasi impossibile da applicare nella vita quotidiana. Viviamo in una società che ci condiziona a tal punto da non vedere la possibilità di una via di fuga.

Nonostante ciò, gli unici momenti in cui io nella mia vita personale mi sono sentita libera dal sistema, sono i momenti di amore più intenso che ho provato. Credo che qui stia il punto. Molto spesso, durante le interviste, mi chiedono: “ma quindi cosa possiamo fare?” Non lo so cosa possiamo fare. L’esperienza dell’amore è tanto soggettiva che sono convinta che molte persone possono aver pensato che questo libro non sia altro che “fuffa”. Forse però non hanno mai provato nella vita un amore così potente da sentire che, anche se domani finisse il mondo, un amore c’è stato. Ed è stato puro e prodigioso.

I. D: Il coraggio di esprimere e vivere attivamente il proprio amore anche quando questo non rientra nei canoni convenzionali è utile alla causa?

J. G: L’amore non-convenzionale non è un merito. Né un demerito ovviamente. Amare una persona molto più giovane o più vecchia, una persona dello stesso sesso o una persona trans, o, ancora, una persona di estrazione sociale molto diversa dalla propria, non attribuisce una responsabilità a chi compie questa scelta. Si rischia di colpevolizzare l’individuo, o di ergerlo a bandiera. E spesso senza che lo abbia chiesto.

I.D: Si rischia di fare il gioco del neoliberismo.

J.G: Esatto, l’ossessione per il “motivazionale”.

I.D: Nel tuo libro c’è Marx, c’è Engels, c’è l’eros alato di Kollontaj, unica donna nel governo Lenin e prima al mondo a ricoprire la carica di ministra. Il femminismo marxista dà ancora risposte adeguate? 

J.G: È come chiedersi se il marxismo tout-court dia ancora risposte adeguate. Io credo di sì. O meglio, credo descriva ancora bene le contraddizioni presenti. 

I.D: Diagnosi ancora precisa, terapia da rivedere?

J.G: Qualcosa del genere. Comunque, sull’annosa questione che chiede se sia nato prima il capitalismo o il patriarcato, io non ho dubbi: è nato prima il patriarcato.