Ridere della paura: come ribaltare la narrazione sul piano vaccinale

Il blocco dei vaccini AstraZeneca imposto in diversi paesi europei rischia di avere conseguenze molto serie nella programmazione dei piani vaccinali. Sul ruolo che la comunicazione e i media hanno avuto nello sviluppo della narrazione che ha spinto a questa decisione si è ampiamente dibattuto. Non è irragionevole sostenere che abbiamo assistito a un’inversione della causa con l’effetto. Non si è sospeso il vaccino AstraZeneca perché occorreva verificare che non fosse nocivo: questo lo sapevamo già prima e non c’era niente nei dati circolanti sulle trombosi che lo mettesse anche solo lontanamente in discussione.

Abbiamo sospeso il vaccino di AstraZeneca perché le persone avevano deciso in autonomia di non presentarsi alla vaccinazione, nonostante avessero una prenotazione. E di quei farmaci salvavita, che non abbiamo per tutti, lunedì 15 marzo ne abbiamo buttato più del 30%. Allora non voglio certo dire, col tono classico degli apocalittici, che le persone hanno deciso da sole che il vaccino era pericoloso, ignorando ogni parere esperto. Perché non è vero. Ma certamente voglio dire che, soprattutto in questi momenti, le persone prendono le proprie decisioni guidati dalle emozioni e dalle paure. E, come sempre, quasi nessuna argomentazione razionale è capace di far cambiare idea a chi prende decisioni in preda alla paura, se non è stato educato a farlo.

E la paura ovviamente porta all’autosabotaggio, visto che per un cinquantenne la probabilità di morire per Covid è una su 100, mentre quella di venire colpito da trombosi in seguito al vaccino di AstraZeneca 1 su 1.000.000 (ammesso e non concesso che sia colpa del vaccino, cosa che al momento è da escludere).

Non si è sospeso il vaccino AstraZeneca perché occorreva verificare che non fosse nocivo: questo lo sapevamo già prima e non c’era niente nei dati circolanti sulle trombosi che lo mettesse anche solo lontanamente in discussione.

Quindi è chiaro che non presentarsi alla vaccinazione, nel momento in cui si ha la fortuna di potervi accedere, è una forma insensata di autosabotaggio, propria di chi non fa i propri interessi credendo di farli. Si è parlato a questo proposito di Infodemia, e cioè della circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili. Ma ammesso che questa epidemia informativa sia in atto, che generi conseguenze reali e a tratti pericolose, come la si cura? E, soprattutto, se davvero le persone fossero in grado di selezionare meglio le fonti, sarebbero in grado di non autosabotarsi?

Partiamo dal primo punto. Lunedì 15 marzo, a poche ore dalla dichiarazione di sospensione dell’Aifa, sul blog dei Biologi per la Scienza, compare un breve articolo che non solo è divertente, ma che sa coniugare accuratezza dei dati ed efficacia comunicativa. Lo riportiamo per intero

“Dopo i titoloni allarmistici di certa stampa italiana, è normale che alcune persone si preoccupino perché si sono da poco sottoposte al vaccino di AstraZeneca (o perché lo devono ricevere a breve). Mettiamo quindi in chiaro un paio di cose:

1) gli eventi di tromboemebolia sono stati circa 30 su quasi 5 milioni di persone vaccinate (0,0006 %);

2) non sappiamo se questi eventi siano collegati causalmente, ma solo che sono accaduti dopo la vaccinazione, ragione per cui l’Agenzia Europea del Farmaco ha cominciato a indagare SE le due cose sono collegate;

3) normalmente, 1 adulto su 1000 all’anno è colpito da tromboembolia, il che significa che su 5 mln di persone mi aspetto di vederne circa 420 al mese. Considerando che il vaccino AstraZeneca è stato approvato poco più di un mese fa, il fatto di aver osservato solo 30 casi di tromboembolia sembra indicare che il vaccino DIMINUISCE le possibilità di questo evento;

4) giusto per confronto, la possibilità di essere colpiti da un fulmine nella propria vita è di 1 su 3000 (0,03%).

La morale della favola è: se vi siete fatti o vi dovete fare questo vaccino non preoccupatevi delle tromboembolie, perché è letteralmente più probabile che vi colpisca un fulmine”.

Una prima cosa da fare è sottolineare la follia di quello che abbiamo appena vissuto: i dati che abbiamo sul vaccino AstraZeneca potrebbero portare a sostenere se mai che il vaccino aiuta a prevenire le trombosi, visto che se ne sono verificate di più nel gruppo di controllo (cioè nelle persone che non hanno fatto il vaccino). In più, l’approccio dei Biologi per la scienza è ironico e sa coniugare l’accuratezza scientifica dei dati con una narrazione che risponde alla paura col sorriso. Perché il problema non è solo quello dell’infodemia, e cioè dell’incapacità di selezionare la narrazione e la fonte che siano più proprie o più razionalmente fondate.

Il problema è anche quello di rispondere al vero motivo che ci fa prendere decisioni irrazionali con cui ci autoboicottiamo, e cioè far circolare un’altra emozione che sia di segno avverso alla paura, che ci invita così a placare l’ansia collettiva attraverso la costruzione di una narrazione opposta a quella circolante, con un nuovo tono di voce. Una narrazione in cui, dati alla mano, il vaccino assume il ruolo di chi le possibilità di tromboembolia le diminuisce, anziché favorirle. E, guarda caso, dai dati che abbiamo è più probabile che sia proprio così.

Come si cura quindi un’epidemia dell’informazione? Certamente non basta una contro-dichiarazione dell’Ema (che pure c’è stata in via ufficiale) a debellare i dubbi generati dai media in questo periodo. É certamente circolata una narrazione falsa sulla pericolosità del vaccino, ma in situazioni come questa non basta una dichiarazione per convincere i tuoi utenti che la situazione è sotto controllo, quando sono i tuoi utenti ad averlo perso. Perché quel racconto falso ha ormai modificato la percezione della realtà e intervenire su di essa necessita ormai di un racconto nuovo.

Le persone ragionano in funzione della propria esperienza. Ma l’esperienza non produce conoscenza scientifica, altrimenti penseremmo ancora che la Terra sia fissa e il Sole si muova. Diversamente dalla scienza, per cui un caso di trombosi registrato dopo un vaccino non produce conoscenza in sé, ma rappresenta soltanto un caso aneddotico che andrà verificato, il singolo si lascia guidare dalle emozioni e dalla paura. Per cui quello stesso aneddoto, indipendentemente dalla verificata correlazione che la scienza gli possa attribuire con il vaccino, una volta appreso, viene proiettato su sé stesso con conseguenze enormi sulle proprie azioni, che, come nel caso della decisione di evitare di vaccinarsi, diventano poi rovinose per tutti. A quel punto i dati non importano più, conta soltanto un racconto che ripetiamo a noi stessi: “e se uno di quelli che muore di trombosi fossi proprio io?”.

E a quel punto il danno è irreparabile, perché solo se sei educato a pensare che la tua esperienza singola non produce alcun tipo conoscenza, una qualsiasi informazione razionale avrà la forza di farti uscire da questa stato di prostrazione all’emozione. E sia chiaro, ragionare così e continuare a pensare “se fossi proprio io?” equivale a credere che fumare faccia vivere fino a cent’anni, perché “mio nonno ha fumato due pacchetti di sigarette al giorno e ha vissuto fino a cent’anni”.

Per evitare l’effetto del nonno, è necessario da un lato che le persone siano educate ad astrarre dalle proprie esperienze, al fine di prendere scelte razionali e, dall’altro, che i media generino delle narrazioni coerenti che supportino questo atteggiamento. Educare gli individui a un diverso atteggiamento mentale di fronte al pericolo è compito degli operatori culturali. Generare narrazioni basate su emozioni di altro genere rispetto a quelle negative prevalenti è il compito dei media.

L’unica soluzione possibile allo stato attuale, quindi, ci sembra quella di ribaltare l’attuale narrazione della paura, costruendo una narrazione alternativa. Si può cominciare ad esempio col dire che il vaccino è un farmaco salvavita e che rischiamo molto di più a non farlo. E lo si può dire magari anche attraverso l’ironia dei Biologi per la scienza, facendo ridere la paura.

Umberto Eco diceva infatti che ridere di qualcosa serve a metterne in luce le parti deboli. Tutti ne abbiamo fatto esperienza: quando qualcuno ci prende in giro e ride di noi, ci fa male perché noi non siamo abbastanza forti. Altrimenti lo ignoreremmo. Ridere della paura è il modo migliore per metterne in luce le parti più deboli e mostrare l’insensatezza di un’emozione che ci fa confondere la causa con l’effetto: una tra le tante strategie possibili per rovesciare lo stato emotivo che ci installa la narrazione dominante.