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Donald Trump sta delegittimando la democrazia facendo il troll

È successo sei, al massimo sette anni fa: durante una lezione di Storia politica italiana, il professore ci parlò delle elezioni presidenziali USA del 2000. Per intenderci: quelle che videro Bush prevalere su Gore con uno scarto molto risicato; così risicato, nel caso dei risultati in Florida, da necessitare per legge di un riconteggio delle schede.

Quello che era un recount a tutti gli effetti decisivo – dall’assegnazione dei 29 Grandi elettori della Florida dipendeva ormai la sorte della Casa Bianca – venne però bloccato da un intervento della Corte Suprema, che aveva ravvisato dei principi di incostituzionalità nella sua attuazione; la vittoria nello Stato venne così assegnata a Bush, nonostante il distacco minimo dal suo avversario.

In molti hanno criticato quella decisione della Corte Suprema, passata alla storia come uno dei suoi interventi più controversi. Gore, tuttavia, “per il bene della democrazia e del [suo] popolo”, dichiarò che accettava il risultato delle elezioni e concesse la presidenza a Bush. “… dando così una grande lezione di democraticità a tutto il mondo.

Vi immaginate certe cose in Italia, un politico italiano che accetta la vittoria incerta di un suo rivale? Non sarebbe possibile” ci disse il prof.

Dopo tutto ciò che abbiamo visto succedere nelle elezioni statunitensi appena conclusesi, non posso impedire che nella mia testa si formi nitida una sola parola: lol.

Ricordo che allora noi studenti annuimmo in segno di assenso, ma ripensando oggi a quella considerazione, dopo tutto ciò che abbiamo visto succedere nelle elezioni statunitensi appena conclusesi, non posso impedire che nella mia testa si formi nitida una sola parola: lol.

Sì, lol. So che tecnicamente non è nemmeno una parola, ma ormai si fa fatica a non considerarla tale. È anzi uno dei termini più abusati del web, e quel che esprime è molto semplice: una risata – o meglio, tante risate, dato che si tratta di un acronimo nato in America ormai trent’anni fa e che sta per lots of laughs.

Nel corso degli anni, l’impiego di questo neologismo ha conosciuto mille sfumature diverse a seconda degli intenti di chi la pronuncia: proprio come una risata, può essere sincera, laconica, ma anche ironica o sarcastica. In un certo senso, il “lol” può anche essere utile per parlare di uno dei protagonisti delle ultime elezioni, e della sua strategia comunicativa.

Come scriveva W. Phillips in un bel libro che ripercorre le tappe che hanno caratterizzato l’evoluzione del trolling nel web americano (“Why we can’t have nice things”, 2015), il conseguimento del lol è alla base dei comportamenti e delle provocazioni online dei troll statunitensi. L’obiettivo del troll è ridere: del destinatario dei suoi scherzi, o della sua indignazione… insomma, trollare, ormai sappiamo tutti cosa vuol dire perché ha smesso già da tempo di essere un fenomeno prettamente americano e sono anni che informa le nostre pagine social e i nostri ambienti digitali.

Il celebre linguista George Lakoff ha messo più volte in guardia il mondo del giornalismo, invitandolo a tener conto delle tecniche di manipolazione del circolo delle notizie impiegate da Donald Trump.

Uno dei nomi che viene più spesso accostato al termine troll è quello di Donald Trump, non a caso l’idolo indiscusso dell’alt-right statunitense (la frangia di estrema destra americana che a sua volta è riuscita a generare una sorta di identificazione tra i suoi contenuti e quelli della sottocultura troll).

Secondo alcuni, Trump sarebbe una sorta di natural born troll. Nel corso dell’ultimo decennio, e in particolar modo da quando si è insediato alla Casa Bianca, The Donald ha dimostrato un’abilità unica nel provocare e far innervosire i suoi avversari (che siano politici, giornalisti, minoranze, attiviste per la pace o per il cambiamento climatico) attraverso post e dichiarazioni apertamente offensive, molto spesso basate su premesse false – ma che finiscono comunque per ottenere puntualmente l’approvazione della sua base elettorale.

Ora, il web è pieno di articoli e analisi di esperti che vivisezionano lo stile comunicativo di Trump e in particolar modo il suo uso sapiente di Twitter, canale prediletto attraverso cui diffonde le sue dichiarazioni esplosive. Il celebre linguista George Lakoff ha messo più volte in guardia il mondo del giornalismo, invitandolo a tener conto delle tecniche di manipolazione del circolo delle notizie impiegate dal magnate americano: il dirottamento dell’attenzione pubblica da un tema a un altro, ad esempio; o lo spostamento delle responsabilità verso altri soggetti. Ma soprattutto, grazie alla ripetizione instancabile dei suoi messaggi – attraverso il suo trolling perpetuo, potremmo dire – Trump punta a rendere credibili le sue bugie.

Personalmente trovo che quest’anno, e specialmente nell’ultimo mese e mezzo, Trump abbia raggiunto nuove vette nell’arte di modificare la percezione della realtà a suon di trollate. Mi viene in mente l’insistenza con cui ha dato del vecchio a Biden (“Sleepy Joe”) durante i comizi, nei suoi tweet e persino nei faccia a faccia televisivi, al fine di convincere gli elettori che il candidato democratico è anziano, troppo anziano per ricoprire il probante ruolo di presidente; eppure, come è noto e facilmente verificabile in pochi secondi, Biden è nato solo tre anni prima di lui (che di anni ne ha 74)… se uno è troppo avanti con l’età per sostenere quattro anni di mandato, beh, dovrebbe ragionevolmente esserlo anche l’altro.

Ma penso anche al balletto in cui si è esibito alla fine del suo primo comizio dopo esser guarito dal Coronavirus: danzando sulle note di YMCA (la stessa scelta del brano pare una provocazione alla comunità LGBTQ, che infatti non sembra aver apprezzato), Trump vuole mostrarci di essere in perfetta forma e pronto allo scontro elettorale, ma allo stesso tempo ci sta dicendo che questo virus non è nulla di che, niente di cui il suo popolo debba preoccuparsi. Insomma, è chi lo critica per la sua gestione della pandemia (per il fatto che gli USA sono il Paese con il maggior numero di contagi e decessi al mondo) a essere nel torto, in qualche modo.

E infine il suo capolavoro, l’arma segreta da sfoderare in caso di estrema necessità, vale a dire qualora il risultato elettorale non l’avesse premiato: il fermo diniego della sconfitta. Ho vinto io anche se il conteggio dei voti dice il contrario, è questo il succo della sua consueta raffica di tweet indiavolati scritti col caps lock. In pratica, secondo Trump il sistema del voto non funziona perché non ha premiato il vincitore. Una tesi tanto assurda e paradossale da suonare come una trollata in piena regola.

Il problema, come abbiamo detto, è che le conseguenze delle sue affermazioni vanno ben al di là del lol e finiscono per plasmare l’interpretazione dei fatti di chi lo ascolta e si fida di lui. In un momento decisivo per il Paese, tweet come “STOP THE COUNT!” e “STOP THE FRAUD!” hanno sortito un effetto incendiario su una società civile già polarizzata e sull’orlo di una crisi di nervi che ha reagito con disordini e scontri tra manifestanti anti e pro-Trump.

Non solo: il clima di sospetto verso i democratici ha generato situazioni particolarmente tese attorno a quei seggi dove il tycoon sosteneva che si stessero consumando dei brogli a suo danno, con gruppi di suoi sostenitori che si sono riuniti all’esterno con aria, come dire… minacciosa. C’è anche chi ha tentato di passare direttamente ai fatti, come dimostra l’arresto di due individui che a quanto pare si stavano preparando a irrompere in un ufficio elettorale in Pennsylvania, durante il conteggio delle schede, armati di fucili d’assalto.

Naturalmente, Trump è perfettamente a conoscenza della propria capacità di sovrascrivere la realtà attraverso le sue dichiarazioni urlate a mezzo social. Non ha nemmeno senso definirlo “irresponsabile”, o “buffone” come certi giornali e personaggi in vista si ostinano a fare. Ogni parola che digita o pronuncia è calcolata, così come le sono quelle delle figure di cui si circonda, dai figli (che hanno parlato di “guerra totale” contro le presunte frodi) a gente come Steve Bannon (che in un video pubblicato su Youtube ha consigliato a Trump di far decapitare alcune persone, così, per stemperare i toni).

La strategia di Trump e del suo staff consiste nel delegittimare la vittoria di Biden e nel far salire la tensione aizzando i suoi elettori, per cercare di aumentare le chance di successo dei suoi ricorsi. Questo è il suo trucco finale, con cui ci svela ciò che in fondo sapevamo già, e cioè che il suo trolling è solo un vestito; è la forma ideale, ma non ha nulla a che vedere con il contenuto della sua azione politica, perché Trump era dannatamente serio ogni volta che lasciava intravedere le sue pulsioni antidemocratiche. E ora che tutti i suoi sforzi sono tesi a minare le fondamenta stesse della democrazia – e cioè il diritto dei cittadini a manifestare la propria volontà attraverso il voto – ce lo sta dimostrando una volta per tutte.

Del resto, come immagino non sarà sfuggito agli osservatori più attenti, il candidato rep ha racimolato qualcosa come 71 milioni di voti. Decisamente tanti, e abbastanza da farci capire che evidentemente negli USA sono molte le persone che sposano appieno non solo il suo modo di fare, ma anche – e forse soprattutto – il suo messaggio antisistema.

Ma ce ne sono anche oltre 75, di milioni, che la pensano diversamente. Tuttavia, il presidente da loro eletto non avrà vita facile nel ricucire questo profondo strappo. Un po’ perché Trump non mollerà l’osso e farà di tutto per arroventare le settimane e i mesi a venire; e un po’ perché se – come sembrail Senato finirà in mano ai repubblicani, la strada per lanciare riforme in grado di lasciare il segno sarà sempre in salita.

Ridurre la distanza tra i cittadini appare però sempre più necessario in una società spaccata come è quella americana, e per farlo il nuovo governo dovrà risultare soprattutto capace di fornire nuovi contenuti, nuove aspirazioni e nuove risposte a tutti coloro che, al momento, non trovano alternativa migliore che affidarsi alle interpretazioni negazioniste offerte da Trump. L’ultima delle quali – il negazionismo della sconfitta elettorale, che è al tempo stesso il negazionismo della democrazia – potrebbe essere la più pericolosa di tutte per il loro Paese.

Chissà cosa ne pensa il prof di quanto accaduto nelle ultime elezioni, e di quel che sta ancora accadendo negli USA. Gli anni passati da quella lezione in cui eravamo tutti concordi (a torto o a ragione) nel definire gli Stati Uniti un esempio mondiale di tenuta della democrazia non sembrano sei o sette, sembrano molti di più. Da Gore a Trump, invece, ne sono passati venti. Da un riconteggio delle schede a un altro, in due epoche che ci appaiono completamente differenti tra loro – eppure, i protagonisti di oggi erano personalità ampiamente influenti e di spicco già vent’anni fa.

Al tempo di Gore, in Italia c’era un altro politico che faceva incetta di voti e consensi puntando forte sul proprio carisma, sul talento nell’intrattenere e divertire gli elettori,e sull’abilità nell’affermare la propria versione dei fatti (dallo spauracchio comunisti! alla magistratura che voleva sempre mettergli i bastoni fra le ruote…). Secondo molti osservatori, Silvio Berlusconi è stato un precursore di Trump nel suo modo di fare politica e di provare a piegare a proprio vantaggio le regole degli ordinamenti liberali.

Oggi invece Berlusconi (che fra l’altro sembra sostenere pubblicamente Biden, forse perché in fondo è ancora un troll di prima classe) pare aver esaurito la propria capacità di incidere sullo scenario politico italiano. In compenso, però, non ci mancano gli emuli di Trump che in questi giorni si sono spesi in messaggi pubblici di endorsement e incitamento a contestare i risultati elettorali. Oggi magari proviamo ancora il dubbio che loro, sì, stiano solo trollando; che in fondo non covino davvero il desiderio di vedere dissolversi diritti che adesso diamo per scontati. Speriamo di non scoprire un giorno che anche loro, invece, fanno dannatamente sul serio.