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Shirin Ebadi: un’attivista per i diritti umani

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Il recente, affascinante libro “Finchè non saremo liberi” del Premio Nobel per la Pace, e avvocatessa iraniana, Shirin Ebadi, pubblicato in questi giorni da Bompiani, offre chiavi di lettura assai diverse tra loro, e decisamente stratificate. Ciò permette non solo di analizzare, seppur dal punto di vista dell’attivista per i diritti umani, la storia politica recente, e meno recente, dell’Iran, ma anche di cercare di comprendere un quadro giuridico assai complesso e strettamente legato ai diritti di libertà e alla loro sistematica violazione.

L’autrice, la prima donna musulmana a ricevere il Nobel per la Pace, non è, sia chiaro, un’eroina invincibile, né si sente invincibile, anzi. Lo si nota chiaramente nelle righe di questo “diario”: è sempre stata convinta, ovviamente, di essere dalla parte del giusto, ha sempre combattuto con tutte le sue forze, ha sempre sopportato persecuzioni, non ha mai rinunciato alle sue lotte ma, al contempo, ha sempre sentito addosso, giorno dopo giorno, l’enorme disagio e un enorme peso per innumerevoli situazioni spiacevoli e violente che ha dovuto subire (sino all’esilio forzato) e un costante senso di colpa per le sofferenze occorse alle persone a lei più care.

Questo libro, il lettore lo noterà, è poi anche un libro di dubbi: l’attivista è ferma nella sue convinzioni ma, al contempo, giunta alla maturità e all’età anziana, riflette spesso su quanto la sua inflessibilità abbia causato dolore al marito, alle figlie, a tanti colleghi e colleghe ancora in carcere, alla sorella, anche lei perseguitata. Eppure, dice, l’unico modo che aveva per raggiungere i suoi nobili fini – mai mostrarsi vulnerabile e ricattabile, mai cedere anche quando erano attaccati i suoi cari, mai mostrare punti deboli – ha finito per condizionare sensibilmente tante vite altrui. Questo non è un bilancio di una vita che è facile da fare, e non lo sarebbe per nessuno. La sua sensibilità, in tal senso, è evidente, e tra le righe si legge spesso.

Il primo aspetto che si nota, leggendo il libro, è l’amore dell’autrice per il suo Paese, l’Iran. Continua ad amare, anche nel dolore di non poterci più rientrare, quel luogo che tanto le ha tolto ma che rimane il suo punto di riferimento, sia nella memoria di un passato glorioso, sia in un presente fatto di odori e luoghi che a ogni pagina sono ricordati. Anche l’attivista, nata nel 1947, ha un passato glorioso: è stata tra le prime donne a diventare magistrato in Iran, ed è stata anche la prima carica che le è stata tolta non appena il regime politico è cambiato. Di qui la decisione di iniziare a fare l’avvocato, sempre tra mille difficoltà: un legale che ha iniziato a difendere i deboli, bambini, donne e dissidenti, in una battaglia continua per i diritti umani e che ha mirato, da un lato, a difendere soggetti discriminati in patria e, dall’altro, a far conoscere al mondo ciò che avveniva in loco. Si può quindi affermare che il diritto sia stata la sua prima passione, e che sia rimasta una costante nella sua vita.

La descrizione che l’autrice fa degli ultimi anni dell’Iran in cui ha operato professionalmente prima dell’esilio è quella del tipico stato di polizia. Uno stato che influisce direttamente sulla vita delle persone (e se non può influire con particolare violenza sulla vita di un premio Nobel, per evidenti problemi d’immagine internazionale, lo può fare senza problemi sulle persone a lei vicine) e che manipola il diritto per condannare ogni voce che si opponga al potere, approfittando anche dell’ignoranza legale dei cittadini. I prigionieri politici e le innumerevoli persone finite nelle carceri, soprattutto giornalisti, opinionisti e blogger, sono i soggetti cui l’avvocatessa ha dedicato maggiore attenzione nella sua vita. Shirin Ebadi descrive l’Iran, ironicamente, come il “paradiso” delle condanne per reati d’opinione, come una delle più grandi prigioni del mondo per giornalisti, avvocati, attivisti dei diritti delle donne e studenti.

Tutto il libro, pagina dopo pagina, è caratterizzato da una costante: l’inquietudine. Inquietudine per ciò che può capitare la notte, inquietudine per il destino dei propri beni o del proprio passaporto (che può improvvisamente sparire, non essere più valido, o falsificato), inquietudine per la sensazione di essere sorvegliati con cimici e pedinamenti, inquietudine per i bambini ancora giustiziati dal regime, per i reati “contro la castità” e per le ragazzine impiccate alle gru, inquietudine per l’incolumità di familiari e amici, inquietudine per un amico finito in carcere o per un documento legale “smarrito”. Un’ansia generalizzata, insomma, che avvolge Teheran sin dalla prima pagina nonostante la pace che portano i monti Alborz sullo sfondo, che l’autrice cita spesso, e i profumi delle noci, dei melograni e delle mele.

L’autrice non ama il panorama sociale, politico e giuridico portato dalla Repubblica Islamica, ma ama smodatamente il suo Paese e la sua città: sente che la storia della sua vita è in ogni momento legata all’Iran, ed è quello il motivo per cui non se ne andò negli anni Ottanta, quando cadevano le bombe della guerra tra Iran e Iraq, non se ne andò quando la polizia morale iniziò a giudicare le vite intime dei cittadini, non se ne andò quando le fu revocato il titolo di giudice perché le donne non potevano più essere magistrate e furono “retrocesse” a fare lavori di segreteria proprio in quei tribunali che prima dirigevano, dal momento che amministrare la giustizia non era più cosa da donne. Il premio Nobel ha sempre difeso l’affetto per il suo Paese, la sua religiosità moderata e più intima e il suo legame con l’Islam, contestando sempre le affermazioni secondo le quali l’Islam esigesse una giustizia violenta di quel tipo, che consentisse di assassinare scrittori e di giustiziare ragazzi.

Il passaggio da magistrato ad avvocato non fu facile, sia per la corruzione diffusa negli uffici giudiziari sia per il fatto, ovviamente, di essere donna e di occuparsi di questioni scomode ma fu, al contempo, la sua fortuna: fu l’inizio di un’azione di disobbedienza pacifica che le cambiò la vita. In tutti i sensi.

Il libro, si diceva, attraverso le parole del premio Nobel, disegna anche un quadro politico vissuto in prima persona e, quindi, particolarmente interessante, fatto di tornate elettorali contestate, di speranze mal riposte, di cambiamenti mai avvenuti.
La rivoluzione islamica del 1979, che è stata la più importante frattura nel sistema politico iraniano e che, anche da un punto di vista giuridico, introdusse un sistema legale islamico basato su letture della sharia al posto del previgente codice penale laico, portò a una maggiore crudeltà e disfunzione del sistema. Non fu, allora, affatto facile portare all’attenzione del dibattito nazionale problemi quali l’eguaglianza delle donne di fronte alla legge e contestare istituti arcaici e incivili quali il “prezzo del sangue”. L’indignazione pubblica sembrava essere l’unico modo attraverso il quale far sì che l’autorità locale prestasse attenzione a simili situazioni: condizionare il sentimento collettivo appariva essere il modo migliore per combattere le storture del sistema legale.

Erano due le strade percorribili, scrive l’autrice.
La prima era quella di fare le valigie e andarsene.
La seconda era quella di cercare di sollevare la condanna della comunità internazionale e lo scontento tra i cittadini, facendo in modo che la Guida suprema religiosa e il potere politico se ne rendessero conto.

Tali sforzi furono premiati nel 2003, quando l’avvocatessa ricevette il premio Nobel per la pace proprio per i suoi sforzi a favore della democrazia e dei diritti umani. Ciò, al contempo, la mise ancora più sotto pressione e attirò l’attenzione del governo; ben presto in molti cercarono di rovinarle la vita. Senza contare che, come disse il suo Presidente, quello non era un premio molto importante. “Era quello per la letteratura, il vero Nobel”.

La notizia del Nobel, in realtà, si diffuse ampiamente nonostante l’embargo informazionale sul tema in Iran e la censura diffusa in tutto il Paese, e altre donne iraniane che si battevano per il riconoscimento dei diritti ben presto si rivolsero a lei per creare una rete sino a dar vita a un vero e proprio centro per la difesa dei diritti umani e a un network di avvocati e attivisti mossi dagli stessi desideri e interessi.

Proprio nell’anno del Nobel, però, Ahmandinejad divenne sindaco di Teheran e iniziò un’ulteriore opera di radicalizzazione religiosa, portando un clima ancora più conservatore che utilizzava la religione come strumento di governo e di controllo. Una simile visione radicale dello Stato rimase, ovviamente, anche quando Ahmandinejad vinse, nel 2005, le elezioni presidenziali e andò al governo. La città e l’Iran si stavano trasformando giorno dopo giorno, e il lavoro per gli avvocati che difendevano dissidenti aumentò ma, al contempo, incrementarono i controlli, le violenze nei loro confronti e le difficoltà operative quotidiane.

Gli ultimi anni, descritti nel libro, sono per l’autrice anni di caos, di ricatti, di solitudine e di disgregazione familiare.
Le figlie ormai all’estero, lei in esilio tra Londra e gli Stati Uniti e nomade per conferenze e meeting, il marito ricattato in patria e costretto lontano. Un futuro di nuovo attivismo, finché avrà le forze, ma anche un costante sguardo al passato e alle difficoltà affrontate.

L’Iran, nel frattempo, è entrato nell’era nuova del nucleare, proprio mentre Shirin Ebadi viene colpita, “a distanza”, da un fuoco incrociato fatto di accuse di evasione fiscale, di azioni di espropriazione di tutti i suoi beni nel paese in cui comunque non potrà tornare, di una vita sotto sorveglianza, di ricatti al marito e di opera di diffamazione costante.

Il 2009, e il secondo, contestatissimo mandato di Ahmandinejad, coincisero con il momento dell’esilio dell’avvocatessa. Costretta a osservare dall’estero le proteste in corso nel suo Paese, e a vivere senza una casa, non smise però di essere perseguitata attraverso, soprattutto, opere di violenza nei confronti del marito rimasto in patria, e cui era proibito di espatriare, e della sorella.

Girando per le capitali europee cercava, intanto, di attivare contatti utili con altri premi Nobel, di tenere conferenze, di condizionare società di telecomunicazioni per far sì che fosse aggirata la censura e che gli iraniani avessero accesso a notizie non manipolate.

Anche il 2010, l’anno delle “primavere arabe”, non cambiò la situazione in Iran e non cambiò la situazione dell’avvocatessa. “Non c’è stata nessuna primavera”, scrive sconsolata nel libro, e “la memoria delle persone è molto breve, perché chiunque conosca il Medio Oriente anche solo un poco capirebbe che l’addio di un dittatore non significa la fine di una dittatura”.

Le elezioni del 2013, con la vittoria di Rouhani, non mutarono il quadro. Nel 2015, però, la firma di uno storico accordo sul nucleare con l’occidente sembrò un primo indizio di un approccio apparentemente moderato, accompagnato dalla fine delle sanzioni che avevano strangolato l’economia iraniana. Rimane però, nel pensiero della Ebadi, la diffidenza ormai consolidata nei confronti degli aspetti più brutali e illiberali della repubblica islamica e delle possibilità reali di modifica dello status quo.
L’idea finale è che la strada verso la libertà – e non è un caso che “libertà” sia la parola con cui si chiude il libro – sia ancora molto ardua e lunga. Nonostante tutto ciò che è stato fatto. E che lei, soprattutto, ha fatto negli ultimi cinquant’anni.


Immagine di copertina: Woman and Desert Camp, Iran. Di Julia Maudlin, Flickr