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Il futuro è una skype call con uno sconosciuto

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Il futuro. Che significa? Mi vengono in mente libri e film di fantascienza, il futuro come proiezione distopica, come perversione del presente. Un tempo non desiderato, che ti piomba addosso mentre stavi pensando ad altro. Stavo bevendo un caffè, poi tutt’a un tratto ecco gli ultracorpi. Si tratta di un futuro determinato dagli avanzamenti tecnologici più che dalla nostra volontà: non abbiamo idea di cosa vogliamo, però sviluppiamo nuove tecnologie, queste poi decideranno per noi. Non si può pensare a tutto.

E in effetti è difficile pensare e decidere il futuro. Tuttalpiù lo si può immaginare: speranzosi, stralunati o spaventati, certe sere sulla spiaggia, o seduti su una panchina nel parcheggio di una grande città, mangiando un gelato, fumando sigarette. Il mio amico si è voltato e mi ha detto: “Non so dove sarò il prossimo anno, o cosa farò, è la fine di un’era”. Inevitabile pensare a Venditti, e a tutte le notti prima degli esami che, come si sa, non finiscono mai.

Questo è il futuro del: “cosa vuoi fare da grande”. Domanda fatidica, che la condizione di precarietà contemporanea ha liberato dalla nicchia dell’infanzia e dell’adolescenza, facendola diventare un evergreen – come il giubbotto di pelle che ti dura una vita e sta bene su tutto.

Oltre al futuro fantascientifico, determinato, e a quello individuale, sempre incerto, c’è il futuro come ideale politico. Il futuro che si può costruire collettivamente. Un futuro che non ci è imposto, ma che scegliamo. Le grandi ideologie del Novecento proponevano questo, la possibilità di sviluppare una visione del mondo e di progettare le mosse per renderla attuale. Era richiesta molta disciplina, e la voglia di rinunciare alla propria individualità per diventare parte di un organismo più ampio, per esempio il partito.

Bianca Berlinguer in un’intervista racconta che ai tempi di suo padre il partito “rappresentava uno strumento per realizzare un ideale, un sogno, comunque un progetto collettivo in cui i dirigenti e i militanti si riconoscevano pienamente, perché il principio fondamentale della militanza di allora era che il riscatto individuale passava attraverso quello collettivo”. Al paritito si dedicava la propria vita.

Quest’ultimo futuro non se la passa per niente bene. Nonostante l’impegno di Renzi twittarolo, il sentimento diffuso è che la politica partitica non possa più rappresentare nessun progetto collettivo. Inoltre, rinunciare all’esercizio agonistico della propria individualità di questi tempi è quasi un’eresia. Ci hanno spiegato che dobbiamo essere “noi stessi”. Un dogma egualmente condiviso da Carl Gustav Jung e Maria de Filippi.

Un paio di volte alla settimana io mi sdraio su un lettino Le Corbusier per capire meglio chi sono; e so per certo che tronisti e corteggiatori del programma Uomini e Donne, costantemente sottoposti alle critiche più aspre e disorganizzate, infallibilmente giocano l’ultima e fatale carta del “sono stato me stesso”. Del resto, “essere se stessi” è l’imperativo ideologico della società neoliberale, che ci spinge a sentirci unici in quanto diversi dagli altri, portandoci così a competere anziché cooperare.

Ma allora, se siamo tutti occupati a competere e a essere diversi, come si fa a progettare un futuro collettivamente? Collassati in un presente in cui l’Europa si sta disgregando, e i partiti non convincono più, e le ideologie sono morte, e morti sono John Lennon e Dio, e il pianeta si surriscalda, e le scarpe a punta stanno tornando di moda, io mi chiedo: chi ha il coraggio di parlare di un futuro? Tra i pochi che si arrogano questo diritto ci sono quelli di Nesta, una think tank con sede a Londra e all’avanguardia in fatto di cultura e innovazione. Ogni anno organizzano un evento, il loro flagship event, e hanno avuto l’ardire di chiamarlo FutureFest. Il festival del futuro. Io ci sono andata. E ho visto il futuro.

Dovete sapere che in questo futuro non c’erano apocalissi e ritorni alla Dracma, né le ruspe di Salvini o camerette da studenti fino a cinquant’anni. Non c’erano nemmeno i movimenti sociali e i partiti politici, non c’erano personaggi istituzionali e non c’erano cravatte. Mia madre mi aveva suggerito di mettermi i tacchi, perché il nome dell’evento le pareva altisonante, e in effetti vi partecipavano nomi di un certo livello. Tuttavia ho optato per delle gazzelle nere a strisce rosa, e ho fatto bene. Era pieno di scarpe da ginnastica, e pantaloni verdi e giacche fucsia. Capelli sciolti, tatuaggi, persino qualche kefiah. Il futuro arriverà di gran carriera, a passo di New Balance.

Nel futuro ci sono tutti: hacker, attivisti, suonatori, cuochi, cantanti, artisti, scrittori, economisti, poeti, scienziati. Ci sono Vivienne Westwood, Edward Snowden e George Clinton. E, per fortuna, c’è un food futurologist e un future mixologist, che fanno pasticcini e cocktail del futuro (dovremmo pur bere e mangiare!). C’è anche l’Oculus Rift, il futuro non rinuncia certo alla realtà virtuale. E ci sono dei robot, perché nel futuro ci saranno i robot, lo cantava Alberto Camerini negli anni Ottanta, adesso lo sanno tutti.

E poi c’è la politica del futuro. Non ci saranno più i vecchi partiti, spiegano parlamentari di Podemos, del Pirate Party e del Movimento Cinque Stelle. I partiti rappresentano una forma di potere centralizzata e centralizzante. La parola d’ordine qui è decentrare. Decentrare la finanza con i Bitcoin, decentrare il potere politico con…. Con cosa?

Il rappresentante del Movimento Cinque Stelle propone una piattaforma on-line in cui i cittadini possano scrivere le leggi, per riportare i cittadini al potere, per far decidere alle persone. Ci penso un attimo e mi accorgo che non sono del tutto sicura di voler vivere in un paese dove mia zia scrive le leggi. Mica tutti possiamo scrivere leggi! O sì? Sì, mi dice il pentastellato. Tutti possiamo e dobbiamo scrivere leggi, tutti possiamo e dobbiamo cambiare le cose, tutti possiamo e dobbiamo entrare in parlamento. Ah sì? E che fine faranno gli idraulici e i violinisti? Ci saranno, mi dice, e scriveranno le leggi. Touché.

People First. Rispose un giorno un mio amico changemaker alla domanda: qual è il cambiamento che vuoi ottenere? E nel futuro costruito dal FutureFest pare che siano d’accordo con lui. Mi spiegano che il problema dei partiti è che non danno spazio alle persone, e invece le persone vanno rimesse al top. Una del Pirate Party dice: “non mi piacevano i partiti, ma volevo creare la mia società”. Un ex-attivista che si occupa di monete digitali precisa che “tutto dipende da te come individuo, da te che ti assumi la responsabilità della società che vuoi costruire”. Naturalmente ciò è reso possibile dalle nuove tecnologie, mi spiega un esperto di software, perché: “si possono fare delle piattaforme per processi decisionali collettivi e democratici. In questo modo si dà vita alle infrastrutture per una politica dal basso: bottom-up”.

Penso a Gaber e mi chiedo se si tratti di una politica di destra o di sinistra, ma una ragazza di Roma con i capelli lunghi e una camicia rossa pare leggermi nel pensiero e proclama: “non è più una questione di destra o sinistra, ma di bottom-up e top-down”.

Il giovane dei cinque stelle, uno dei pochi con la giacca, mi conferma questa teoria: bisogna ridare il potere alle persone, non c’entrano la destra e la sinistra. Ho capito, rispondo, ma poi bisognerà prendere delle decisioni, che andranno in una direzione o nell’altra, e allora lì si pone il problema di quale sistema di valori e che visione del mondo vogliamo seguire.

Il mio interlocutore è in disaccordo: “basta seguire il senso comune, trovare delle soluzioni ai problemi”. Il libriccino distribuito al FutureFest presenta uno scenario simile, un futuro in cui le persone avranno delle idee geniali per risolvere dei problemi e le attualizzeranno tramite le nuove tecnologie.

Il futuro diventa una questione tecnologica e individuale, e così la politica. Non più partiti ma individui, non più ideologie ma soluzioni. E allora mi ricordo dei film di fantascienza, di Enrico Berlinguer, del mio amico che mi chiedeva che ne sarà di noi, e intravedo una certa logica.

Se l’azione collettiva non ci piace più perché vogliamo essere molto “noi stessi” e pochissimo “gli altri”, e quel che in fondo ci preme è che cosa succederà a noi come individui (non ce la facciamo a esperire il precariato come condizione condivisa, è più forte di noi… lo sappiamo, certo, ma non lo sentiamo davvero) e se poi ci esprimiamo qui dietro ai nostri schermi, e ci emozioniamo se qualcuno “visualizza”, e ci prendono gli attacchi d’ansia se “internet non va”, allora l’unico futuro che ci resta è credere alle app, e al nostro talento, e essere così noi stessi da esser convinti di poter cambiare il mondo con la sola imposizione dello smartphone. Senza mai rinunciare a un bel taglio di capelli.


Immagine di copertina: ph. Adria Berrocal Forcada da Unsplash