Quali gli obiettivi oggi per l’innovazione sociale? Un percorso

Parlare di innovazione sociale e essere sicuri di condividere il senso di questa locuzione non è scontato. Troppe sono le questioni che si aprono accostando questi due termini: cosa vuol dire esattamente innovare il sociale? Che origini ha questa espressione? Come si sviluppa e viene alla ribalta negli anni più recenti? Quali i suoi obiettivi e quali le potenziali conseguenze?

Il volume di Maurizio Busacca offre, finalmente, il materiale per aprire una riflessione. È attraverso la lettura di queste pagine che è possibile osservare “il dietro le quinte” di fenomeni e politiche che abbiamo dato per scontate, esaminarne la genealogia, collocarle storicamente all’interno di periodi storico economici, interessi, posizioni politiche e, quanto meno, riconoscere che qualche domanda è utile porsela.

Nelle prime pagine del volume l’autore propone una review della letteratura sull’innovazione sociale attraversando le molteplici discipline che se ne sono occupate – economia sociale e dello sviluppo; scienze e tecnologia; management; creatività; sfide sociali e sviluppo locale; psicologia di comunità – e riflette sul modo in cui queste, ciascuna di per sé o in un reciproco dialogo, abbiano contribuito alla creazione di significato intorno a questa locuzione: “alla creazione del loro oggetto di ricerca” dice l’autore.

Di grande interesse è, andando avanti nella lettura, lo spazio che in queste pagine si dedica alla ricognizione delle policy che hanno contribuito alla nascita e alla diffusione della definizione di innovazione sociale. L’autore propone una rassegna degli ambiti in cui esponenti politici, europei o statunitensi, o rappresentanti delle istituzioni europee, negli anni a cavallo tra il 2008 e il 2011, hanno affrontato questo tema.

In una disamina che va dagli Stati Uniti di Obama, alla Gran Bretagna di Cameron, per passare all’Europa di Barroso l’autore ripercorre i principali documenti e discorsi nei quali la formula “innovazione sociale” è stata richiamata, dotata di significato e implementata.

Attraverso l’esame di strategie, fondi e programmi di finanziamento dal 2008 ad oggi si ricava un quadro esplicativo di scuole di pensiero, contesti politico-economici e strategie attraverso cui prende corpo l’innovazione. Insomma attraverso queste righe si capisce quanto sia necessario, nella comprensione e nella valutazione di questo fenomeno, tenere da conto gli attori che se ne fanno promotori e le loro intenzioni e quanto sia importante far uscire questo concetto da quella presunta “neutralità” valoriale che sembra finora averlo connotato.

Il quadro si completa con l’esame di un ulteriore gruppo di attori che hanno contribuito attivamente alla diffusione e al consolidarsi di questo concetto sia a livello globale che a livello locale. Ovvero, in particolare, le fondazioni – Nesta, The young foundation, la Fondazione Ashoka e in Italia, Aiccon, Iris Network, Rena oltre alle sezioni italiane di alcune delle fondazioni già elencate – e i loro rappresentanti.

Busacca insomma aiuta a chiarire il processo attraverso cui le idee prendono corpo e si diffondono in un’interazione che coinvolge, ai diversi livelli, think thank, istituzioni internazionali, accademia, politici, consulenti, pratictioners i quali attraverso discorsi, eventi, delibere, strategie, bandi, progetti, finanziamenti, innescano un processo che è allo stesso tempo di diffusione e di produzione di significato.

Tutti questi aspetti esplorati nelle pagine di questo volume oltre ad essere collegati tra loro rimandano, implicitamente e non, all’opportunità di fare chiarezza sulla definizione di innovazione che secondo Busacca deve molta della propria fortuna proprio al suo essere “ombrello”, “polisemica”, “passpartout e utilizzata per descrivere fenomeni sociali tra di loro molto diversi”.

L’autore non fornisce delle risposte nette in merito alla “qualità politica” di questa locuzione e delle politiche ad essa connesse ma offre strumenti per porsi delle domande uscendo dalla dinamica della gran parte dei discorsi sull’innovazione che se è troppo definire tautologici quantomeno si configurano come “autoevidenti” (l’innovazione è buona di per sé). La speranza è, dunque, che questo volume venga letto e possa essere l’occasione per un dibattito che coinvolga buona parte degli addetti ai lavori che contempli, eventualmente, anche una possibile riformulazione di questo concetto.