Oltre il copyright e il concetto di autorialità: un dialogo con Marina Moretti

Ultimamente si parla molto della nascita e del futuro delle tecnologie TTI come Midjourney, Stable Diffusion, Dalle 2; degli strumenti che permettono la creazione di immagini attraverso comandi testuali mediante software di deep learning. A differenza di tecnologie analoghe in tutto e per tutto come le GPT-3 per la produzione di testo però, questi programmi hanno suscitato interrogativi e polemiche, anche rispetto al diritto d’autore. È mia opinione che l’entrata in scena una nuova tecnologia, più che mettere in discussione le vecchie categorie dimostri come queste fossero problematiche: in questo caso due concetti che credevamo relativamente pacifici come quello di autorialità e copyright hanno mostrato le loro inadeguatezze. È facile immaginare che in futuro ci saranno conflitti e assestamenti, come è accaduto con la nascita della fotografia o della stampa, ma se il dibattito filosofico sullo statuto dell’arte sembra inesauribile, cosa ci aspetta in ambito legislativo? Ne ho parlato con Marina Moretti, unavvocata specializzata in proprietà intellettuale e diritto dello spettacolo, founding partner dello studio legale Tutela Scrittori, dove si occupa di tutelare i diritti degli autori che operano in vari ambiti, dall’editoria alla musica, dal cinema al teatro.

Francesco D’Isa / Midjourney / 2022

 

Francesco D’Isa – Come molti concetti che diamo per scontati, il diritto d’autore ha subito grandi variazioni nel tempo. Per quel che riguarda la paternità dell’opera (quelli che oggi si chiamano diritti morali) la sua storia è antica – già Marziale si lamentava di chi plagiava i suoi versi, ma l’aneddoto più famoso è forse quello di Giordano Bruno, scoperto plagiare «quasi parola per parola» delle opere di Marsilio Ficino durante le sue lezioni a Oxford. Non era però prevista una pena e la condanna consisteva per lo più nella vergogna: Bruno, ad esempio, fu cacciato da Oxford. I diritti cominciano a divenire più precisi in parallelo alle tecnologie che permettono una riproduzione delle opere, dunque con la stampa; a tale proposito nella tarda metà del quindicesimo secolo appaiono le prime forme di tutela di editori e stampatori a Venezia, anche se per avere qualcosa di vicino al copyright si deve aspettare l’Inghilterra e lo Statuto di Anna del 1710. Da allora il copyright si è esteso ad altre forme (più o meno riproducibili) dell’operato umano. Se non sbaglio l’estensione dei diritti anche dopo la morte dell’autore è relativamente recente e mi fa pensare che questo insieme di leggi si siano andate sempre più restringendo nel tempo. Non ti nego di essere piuttosto radicale in materia – da un punto di vista etico sono contrario al diritto d’autore postumo – ma mi chiedo se questa impressione di progressivo inasprimento del diritto d’autore sia corretta e se possa ostacolare ad esempio opere come il collage (penso alla Settimana di bontà di Ernst) o i ready made (penso a L.H.O.O.Q. di Duchamp).

Marina Moretti – L’Appropriation Art ha messo in dubbio i criteri di autenticità, originalità e autorialità tipici del diritto d’autore e ha posto una serie di interrogativi e di problematiche di non agevole soluzione.

Quando si utilizza la creatività altrui c’è il rischio che alla fine l’opera realizzata non sia considerata una forma di utilizzazione libera o non sia dichiarata un’elaborazione creativa, con tutte le conseguenze che questo comporta (come, per esempio, il risarcimento del danno e la distruzione dell’opera).

Tuttavia occorre tener conto del fatto che il diritto d’autore ha l’obiettivo di incentivare l’attività creativa. La legge prevede, infatti, una serie di eccezioni e limitazioni proprio per consentire la diffusione e la fruizione delle opere e la tutela del singolo autore.

Al fine di evitare che ogni forma di appropriazione venga considerata un plagio o una contraffazione, così da limitare inevitabilmente la libertà di espressione degli artisti, le corti americane fanno riferimento al c.d. fair use che permette di utilizzare le opere altrui protette dal copyright, senza il preventivo consenso dell’autore, sulla base di quattro criteri: la finalità e l’uso dell’opera altrui (commerciale, educativo, no profit); la natura dell’opera sfruttata; la quantità e l’estensione della porzione ripresa; l’effetto prodotto e l’eventuale pregiudizio sul mercato subito dall’opera originale. In Italia il fair use non è contemplato a livello normativo, ma i giudici ne hanno ripreso i concetti in alcune pronunce per sottolineare il confine tra il plagio e la lecita rielaborazione dell’opera altrui.

Sicuramente è opportuno operare un bilanciamento tra la libertà di espressione dell’artista e il diritto di esclusiva garantito agli autori delle opere sfruttate, senza dimenticare che il mondo dell’arte è in continua evoluzione e che un’applicazione troppo restrittiva delle norme rischia di paralizzare l’innovazione e la creatività.

FD – Ho molto parlato, anche su queste pagine, della nascita e del futuro delle tecnologie TTI come Midjourney, Stable Diffusion, Dalle 2; degli strumenti che permettono la creazione di immagini attraverso comandi testuali mediante software di deep learning. Questi programmi hanno suscitato molti interrogativi e polemiche anche rispetto al copyright: c’è chi pensa che sia scorretto che le TTI, tra i miliardi di immagini necessari a essere programmate, utilizzino anche immagini protette dal copyright, mentre altre persone – tra cui ovviamente chi ha sviluppato i programmi – ritengono che questo rientri nel concetto di ‘fair use’. Va anche detto che la maggior parte degli sviluppatori mantiene segreta la banca dati.

C’è poi chi dice che questi programmi, al netto della loro liceità, plagiano strutturalmente gli artisti. La prima questione è complessa, ma come ho scritto altrove bisogna considerare che per allenare una TTI ci vuole una quantità spropositata di immagini, ad esempio per Stable Diffusion ne sono state usate più di due miliardi. Se per sviluppare l’algoritmo tra questi miliardi di immagini ce ne sono cento realizzate da me, la mia opera è un duecentomilionesimo del materiale di partenza usato per sviluppare il programma… una frazione irrisoria, anche per eventuali proventi. Per quel che riguarda il secondo punto invece non ho dubbi: certamente plagiare con questi strumenti è possibile e anche molto facile, ma non tutte le opere generate sono plagi, anzi, spesso hanno una loro impronta riconoscibile (e a tratti ripetitiva, chi le usa cerca di evitarla) dovuta proprio alle peculiarità dello strumento. Le uniche differenze sensibili a mio parere sono la relativa facilità del plagio, che non è più legata all’abilità tecnica di chi imita, e la possibilità di un plagio inconsapevole, che capita anche con gli strumenti tradizionali, ma qui il rischio aumenta. Tu che ne pensi?

Francesco D’Isa / Midjourney / 2022

 

MM – Stiamo vivendo un momento storico in cui il diritto fatica a stare al passo della tecnologia. L’intelligenza artificiale sta sollevando numerose questioni a cui è difficile, ad oggi, dare risposte certe.

Personalmente nutro una grande perplessità per questo tipo di programmi che si basano su banche dati. A parte il rischio di eventuali violazioni di diritto d’autore (per esempio nell’ipotesi in cui il testo immesso potrebbe essere parte di un’opera protetta) non va trascurato il fatto che così facendo potrebbe esserci un riutilizzo continuo di ciò che già esiste. In ogni caso è fondamentale, da un lato, che gli algoritmi dell’intelligenza artificiale e i dati utilizzati siano “trasparenti” e, dall’altro lato, occorre fare riferimento ai “terms of use” ossia ai termini di utilizzo delle diverse piattaforme.

I dubbi sono molti e riguardano anche la possibilità di riconoscere la protezione del diritto d’autore ai risultati di un’attività svolta interamente dall’A.I. Attualmente tale possibilità è esclusa perché manca l’apporto creativo da parte dell’uomo. Va detto, però, che il mancato riconoscimento di una tutela a opere del genere rischia di scoraggiare gli investimenti su questi progetti.

Considerato il clima di profonda incertezza, alcune piattaforme, per esempio, hanno già vietato di caricare o vendere immagini realizzate grazie all’uso di questi programmi per evitare questioni legali.

Certamente bisognerà fare chiarezza e trovare un equilibrio allo scopo di tutelare adeguatamente le opere degli autori e regolamentare l’attività e i risultati dell’intelligenza artificiale.

FD – Non sono molto d’accordo. Questi programmi tecnicamente non copiano, ma plasmano; i TTI non fanno copia e incolla ed è praticamente impossibile da un punto di vista statistico che riproducano un quadro esistente, non più della vecchia storia delle scimmie che digitando a caso scrivono un’opera di Shakespeare – teoricamente possibile ma incredibilmente improbabile. Le immagini create dagli utenti ovviamente possono essere un plagio: se nel mio prompt chiedo di disegnare Topolino è presumibile che plagerò Disney, ma se la mia intenzione è disegnare Topolino farò il medesimo plagio anche con una matita – il rischio da evitare per me è quello del plagio inconsapevole. Sono comunque tecnologie che pongono molte nuove domande. Anche il fatto che il database di immagini non sia parte del programma ma un elemento per costruirlo credo non sia da sottovalutare. Senza contare che lo “scraping”, ovvero il download di dati per addestrare le reti neurali, è in atto in ambiti precedenti alle TTI; la legittima istanza etica di artisti e artiste viventi che non vogliono che il loro materiale sia usato come training set potrebbe scontrarsi con questa prassi, che di rimando diventerebbe illegale.

L’arte (e non solo) non è soltanto il risultato del lavoro di chi la firma e delle sue influenze consapevoli o meno, ma anche di molte appropriazioni. Duchamp con la sua Fontana si è appropriato di tecniche di costruzione di orinatoi che non conosceva minimamente, così come un pittore si impadronisce della produzione chimica di pigmenti di cui ignora il processo, e così via. La creazione solitaria o con fonti sempre rintracciabili mi sembra una fantasia, perché ogni opera è anche frutto di molte creatività di cui non abbiamo alcuna conoscenza né merito.

In ogni caso credo che considerare le TTI “autori” sia un errore, perché queste tecnologie non hanno alcuna volontà o iniziativa: non so quando (e se) arriveremo alla costruzione di vere intelligenze artificiali, ma anche a detta di chi se ne occupa le TTI sono più vicine a un termostato che a un’intelligenza umanoide. Chi lavora con questi strumenti (e concordo con loro) crede che l’autorialità appartenga a chi li utilizza – a meno che il risultato non sia un plagio, ma questo vale anche per la pittura ad olio. Dal punto di vista legale, mi chiedo se sia possibile che queste grandi aziende (una fa capo persino a Elon Musk) non abbiano pensato che qualora la tecnologia diventasse inutilizzabile commercialmente i loro enormi investimenti andrebbero in fumo…

Francesco D’Isa / Midjourney / 2022

 

MM – L’aspetto da non sottovalutare è che il processo di apprendimento dell’intelligenza artificiale si basa sull’acquisizione di una enorme quantità di dati preesistenti e che sono programmi in grado di replicare il medesimo stile di un artista.

Inoltre bisogna capire se un sistema di intelligenza artificiale sia in grado di generare opere dotate di una creatività (seppur minima) ai fini del riconoscimento della tutela offerta dal diritto d’autore.

La creatività va intesa nel senso che l’opera deve essere il risultato del lavoro intellettuale e deve riflettere la personalità dell’autore, oltre a distinguersi dalle creazioni precedenti.

Stando così le cose, a mio parere, è difficile parlare di creatività per le opere realizzate dall’A.I. perché manca quel tocco personale che solo un essere umano è in grado di offrire. Ad esempio il caso del «The Next Rembrandt» è sorprendente sotto vari punti di vista, ma l’algoritmo si è limitato a identificare e riprodurre esattamente la creatività e lo stile del pittore olandese Rembrandt.

Sicuramente un altro aspetto da regolamentare sono gli investimenti nell’intelligenza artificiale. A lungo andare, in mancanza di un vantaggio economico derivante dallo sfruttamento di questo tipo di opere, i costi non sarebbero più sostenibili. Per questo è importante tutelare in qualche modo i risultati dell’A.I e individuare il soggetto a cui attribuire i relativi diritti. Secondo alcuni, l’ipotesi di riconoscere i diritti all’utilizzatore desta comunque qualche perplessità visto che potrebbe anche limitarsi a digitare un semplice comando.

In ogni caso ritengo difficile prevedere come si evolverà la situazione. Una cosa è certa: l’intelligenza artificiale sarà sempre più presente in futuro, pertanto è necessario chiarire questi aspetti al più presto.

FD Devo dire che monitorando gli artisti e le artiste che lavorano in questo ambito ho notato un’evidente impronta personale, al punto che riconosco ormai “il tocco” di molti di loro… l’apporto creativo umano mi sembra palese, ma forse solo il tempo ce lo dirà. Un’ultima domanda: sapevo che il diritto d’autore concede più libertà in ambito artistico. Ad esempio, se faccio un quadro utilizzando come personaggio Topolino, la Disney può denunciarmi per plagio se lo pubblico come illustrazione in una rivista ma non se si tratta di un’opera d’arta esposta in una galleria o in un museo. È esatto? Perché senza questa eccezione dovremmo fare a meno anche di molta arte pop, oltre che Appropriation Art e arte concettuale.

MM Per rispondere alla tua domanda tornano utili i principi elaborati dalla dottrina americana in tema di fair use, in particolare l’uso trasformativo dell’opera. Un artista ha la possibilità di utilizzare un’opera altrui, senza ottenere il preventivo consenso dell’autore, se apporta un’alterazione materiale e concettuale dell’opera originaria affinché l’opera che ne risulta sia autonoma e in grado di trasmettere un messaggio diverso da quella da cui è tratta.

Un uso trasformativo è quello rappresentato dalla parodia. Alcuni esempi sono «La Gioconda coi baffi» realizzata da Duchamp e «The last supper» di Andy Warhol (in cui l’artista riprende, utilizzando il proprio stile, «L’ultima cena» di Leonardo Da Vinci).

Ovviamente non sarà un compito facile stabilire la presenza o meno di una simile trasformazione, occorrerà una valutazione caso per caso e il parere di esperti del settore.

 

Immagine di copertina: Francesco D’Isa / Midjourney / 2022