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Tra cultura pop e nuova oralità: una riflessione sui meme

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Minima & Moralia.

Fino a qualche anno fa i meme della rete erano appannaggio quasi esclusivo delle ultime e più digitalmente alfabetizzate generazioni. Di recente però quel confine è stato in buona parte valicato e anche le persone un po’ più in là con gli anni che di fronte alla parola meme strizzano gli occhi hanno almeno un gruppo whatsapp su cui si scambiano quelle che spesso liquidano come “cazzate divertenti”.

La caduta di questa barriera generazionale ha fatto fare ai meme un balzo significativo verso lo status di prodotto culturale di massa, e pur essendo talvolta considerata una forma d’intrattenimento poco significativa, porta a delle riflessioni interessanti sulle nuove forme di comunicazione dell’era digitale e sul loro rapporto con alcuni elementi della tradizione orale che sembrano ormai aver inesorabilmente imboccato il viale del tramonto.

Partiamo dal principio.

Il termine meme, prima di arrivare all’uso che ne facciamo correntemente, ha avuto una storia breve ma piuttosto movimentata. La sua origine va cercata dove non ce l’aspetteremmo mai, in ambito scientifico, per la precisione nella genetica. Il primo a usarlo fu il biologo e divulgatore Richard Dawkinsin un saggio del 1976 intitolato Il gene egoista. Dawkins azzardò un parallelo tra cultura e genetica, diede il nome di meme a un’unità minima culturale, ossia un’informazione che ha sede nella nostra memoria ed è tramandabile involontariamente ad altri.