Il tempo sospeso delle città

Il modo in cui si abitano le città, l’urbano e le metropoli dipende da molti fattori che in ogni caso escludono la possibilità di restituire una visione omogenea. Il “mondo nuovo” evocato da Benjamin nella sua progettazione de I Passagenwerk è un mondo che solo i bambini sono capaci di integrare: «Ogni infanzia scopre nuove immagini per poi incorporarle nel patrimonio di immagini dell’umanità»1Vedi in proposito: Benjamin W., Angelus Novus, Einaudi, Torino 1962..

Le nostre realtà urbane, a seguito dei recenti eventi pandemici, appaiono trasfigurate nelle loro funzioni e nel loro essere; soprattutto le metropoli finanziarie, chiamate a ripensarsi alla luce di un’accelerata modificazione delle loro funzioni, delle forme dell’abitare, del consumare, del transitare. Molti sono i motivi che, in parte, spiegano questo cambiamento, un cambiamento in realtà già in corso da diversi anni.

Pubblichiamo un estratto da Città fragile, il secondo volume di tre della serie Futuri urbani, un progetto curato da Criticity, edito da Contrabbandiera e promosso da ISIA Firenze.

 

Nel suo diventare principalmente luogo del consumo e della mercificazione, una città può divenire opaca, omologata nei suoi rituali, nelle sue cadenze, nelle sue abitudini. Anche coloro che sono ai margini, che non hanno i mezzi, che fanno lavori alienanti tendono verso questi stessi riti e narrazioni. Eppure i centri direzionali, i grattacieli-griffe, i bar, i ristoranti con la pandemia si sono svuotati. Quartieri disabitati come nei film catastrofisti, mentre nelle periferie in qualche modo la vita continuava – certo sospesa, certo interrotta.

Le città del nostro tempo sono chiamate a rispondere a bisogni molto diversi anche rispetto a quelli di solo qualche decennio fa. Il modello urbano prevalente delle metropoli occidentali destina le aree di massima valorizzazione alle attività finanziarie – quartieri a tema per il tempo del consumo e del divertimento – e una vasta area di cinture periferiche e suburbane alla residenza e al lavoro. Questa gerarchizzazione del territorio non ha resistito alla crisi pandemica in ragione delle molte ricadute che hanno repentinamente ridisegnato i nostri luoghi.

È straniante abitare in città che sottraggono in modo sempre più intenso il desiderio di vagabondare, di perdersi, di andare. I circuiti urbani odierni appaiono sempre più definiti, segnati dai pendolarismi, da pause affrettate, dall’attesa dei mezzi, dalle lunghe file in auto. La città scorre oltre i vetri, oltre gli spazi chiusi, oltre agli spazi verdi così spesso asfittici e inospitali; le città sono come immagini che si imprimono e scorrono rapide, immagini che lasciano deboli tracce nella memoria e nei sensi. Il “residuo animale” che ancora ci appartiene annaspa in spazi così configurati. Ma lo spazio urbano è costituito da tutto quell’insieme di protesi che socialmente abbiamo messo in campo nell’intento di creare territori.

L’ondata pandemica porta a compimento, in tal senso, una trasformazione già in atto, ma di cui non si riesce ancora bene a comprendere i contorni. Questa trasformazione riguarda in modo specifico i modi e le forme dell’abitare, ovvero la produzione di territorio. Le città e gli spazi urbani sono stati privati di ogni fantasia. L’accelerazione imposta dalla pandemia recupera pertanto quei processi di smaterializzazione, implosione e selezione già in corso negli ultimi decenni. Il “sociale” a cui ci riferiamo attualmente era già attraversato da percorsi di riconfigurazione delle vite messe al lavoro, al consumo, all’esclusione, alla marginalizzazione e aveva già disegnato nuove gerarchie, che lungi dall’essere solidali affermavano la logica del più forte in quanto più potente, in quanto più capace di comando.

Tuttavia questa emergenza ci costringe a considerare da nuovi punti di vista la fragilità delle nostre vite esposte e dei nostri corpi umiliati, temuti e imperfetti, e soprattutto divenuti campo di un’enorme sperimentazione di massa. I corpi sono lo spazio su cui si scrive la guerra – sia essa diretta o indiretta, materiale o virtuale. Le guerre sono sempre contro i corpi, ed è solo così che si ridisegna la riappropriazione degli spazi e dei territori. La geopolitica dev’essere sempre riferita ai corpi prima che a ogni altra astrazione, e comunque sempre dai corpi dipende.

Riprendere il movimento di ri-tessitura delle relazioni – soprattutto materiali – significa anche fare i conti con i limiti che sono insiti nei nostri corpi, nel mondo, nelle possibilità; per fare questo abbiamo bisogno di immaginazione che sgomberi il campo dalle presunte verità codice, che molto dicono della debolezza di un piano politico che stenta ad assumere il suo ruolo di intervento e progettazione di un sociale più giusto. Il corpo macchina, il corpo produttivo, il corpo messo al lavoro evidenzia una lettura schiavizzante delle relazioni umane, una lettura che seleziona l’utile e il non utile in chiave economicistica e dunque mortifera.

Tutto questo è già accaduto nella storia, ma ad ogni onda distruttiva – che comunque si inscriveva nella linea di processi sociali e politici nonché economici di lungo periodo – sono seguiti momenti di reinvenzione del sociale, ed è questo che abbiamo ora bisogno di fare.

Vale dunque la pena di interrogarsi sul ruolo e le funzioni di contesti urbani pensati come futuribili, simbolo delle funzioni direzionali con vaste e sempre più espanse aree periferiche diverse nei loro insediamenti e nelle loro articolazioni.

Tuttavia, occorre considerare che un meccanismo nuovo è intervenuto nel riconfigurare l’urbano a seguito della recente pandemia: il meccanismo della rimozione, del rimodellamento della memoria, delle attuali forme di agire e praticare le città.

Lo “stare tutti a casa” della prima ondata – durante la quale abbiamo visto città divenute fantasma, abitazioni trasformate in prigioni, isolamento e canti dai balconi – ha creato un tempo cristallizzato, ripetitivo, congelato nell’attesa di disposizioni, aperture, brecce possibili in un presente collassato. Le città fantasma che abbiamo vissuto in quel primo periodo hanno perimetrato le nostre vite negli appartamenti, nei pochi itinerari consentiti, nelle file d’attesa, sui tavoli del telelavoro, ma anche del lavoro operaio e della logistica, che invece non si fermava e non si è fermato.

Le immagini delle città svuotate ci hanno restituito al contempo un incanto, una bellezza struggente. In assenza dei rituali di lavoro, consumo, pendolarismo, affanno, ecco che il ritrovare la materialità “nuda” dei territori urbani offriva un racconto inedito al quale non eravamo più abituati. Città in cui «fare deriva» – per riprendere Debord –, in cui l’esplorazione si era trasformata solo in un compito, una possibilità affidata allo sguardo2L’intero lavoro de l’Internazionale situazionista e di Guy Debord ha esplorato la mercificazione delle vite opponendovi strategie e metodi critici quali il détournement, la dérive etc., tra i primi hanno messo l’accento sulla resa spettacolo per utenti passivizzati dell’intero “tempo vita” nella società dello spettacolo e del consumo..

Nelle grandi metropoli finanziarie, le «città globali» – secondo la definizione di S. Sassen3Vedi in proposito: Sassen S., The Global City: New York, London, Tokyo, Princeton University Press, 2001. – i centri direzionali all’improvviso si sono trasmutati in testimonianze di un tempo diverso in cui il telelavoro o il costo elevato degli affitti svuotava la funzione vetrina dei grattacieli griffati rendendoli desueti in un lasso di tempo davvero rapido; gli skyline disegnavano solo «i deserti luoghi»4Mi permetto di rimandare al mio contributo, Deserti luoghi: spazi abbandonati tra eterotopie ed eterocronie, in Fausto Carmelo Nigrelli (a cura di), Paesaggi scartati, Manifestolibri, Roma 2021..

La pelle delle città è comunque capace di grande performatività. L’idea che piccole località e città di dimensioni ridotte potessero invertire la tendenza all’inurbamento su scala globale si è rivelata fragile se non a costo di trasformare questi centri “altri” in nuove periferie, solo più diluite riguardo alla versione più classica delle periferie storicamente intese. Dunque, più che di un collasso della dimensione metropolitana, è più corretto parlare di una sua ennesima riconfigurazione non solo spaziale ma anche lavorativa, sociale e materiale. Le maglie urbane si sono riarticolate su scala più vasta riguardo ai processi produttivi e insediativi già da tempo largamente delocalizzati, ma la dispersione urbana soggiace a un duplice movimento: da un lato la tendenza all’omologazione e, dall’altro, l’innervarsi di “pieghe” che ne indicano lo smottamento, i collassi più o meno grandi, le micropolitiche di modificazione.

Colin Ward aveva già individuato, negli anni Settanta del secolo scorso, la peculiarità di alcune zone periferiche di Londra impiegando come approccio lo sguardo e i modi d’uso dei bambini che quei territori abitavano e in un certo senso inventavano. Forse serve, nel “presente sospeso” che attraversiamo, uno sguardo simile:

Il concetto di spazio di gioco e d’avventura si è nutrito di ciò che i bambini fanno effettivamente nelle particelle degli spazi abbandonati e bombardati. Joe Benjamin, un pioniere infaticabile in questo campo, si lamenta del fatto che lo stesso concetto di terreno di gioco ha preso il posto dell’imbracatura e della corda dei meccanici […]. Gli urbanisti che concepiscono dei parchi e degli spazi di gioco usurpano la capacità creativa dei bambini, si domanda loro di dissertare sul genere di chiusura da utilizzare e di costruire delle strutture prefabbricate, mentre il loro ruolo è solo quello di fornire dei materiali disponibili per i bambini che costruiscono da soli i propri giochi.5Ward C., L’enfant dans la ville, Eterotopia, Parigi 2020, p. 110.

Tornare a creare l’urbano in una dimensione che sia di maggior agio e di migliore vita può partire da questa intuizione: fabbricare a partire da ciò che è disponibile e inventare come se i territori a nostra disposizione fossero ancora da scrivere, da immaginare.

Il recente dibattito sulla “rigenerazione urbana” compie l’errore degli ingegneri evocati da Ward: si precostituisce il progetto e lo si inserisce in un contesto prescindendo dai modi e dalle forme d’uso di coloro che quegli spazi li abitano, magari in modo non sempre agevole e non sempre felice.

L’altro movimento interessante che può derivare da queste considerazioni riguarda l’emancipazione dallo stigma di cui sono oggetto taluni spazi: periferie degradate, coree, dormitori, fabbriche dismesse… La possibilità di ripensare e magari anche di abbattere e trasformare questi manufatti, queste infrastrutture richiede certo molto impegno, ma a al contempo restituisce lo slancio e l’energia di qualcosa che nasce da un desiderio che non sia limitato al puro abitare, transitare, lavorare, consumare.

Infine, possiamo considerare ancora – come indicava David Harvey – le configurazioni urbane come spazi in cui si produce il “plusprodotto” o l’“economia parassitaria”?

Fin dal suo libro Giustizia sociale e città, Harvey assegnava al ruolo della reciprocità nei contesti urbani una valenza fondamentale, una capacità di resistenza ai processi di mercificazione capace di mettere in crisi gli stessi.6Tali concetti sono presenti in Harvey D. Giustizia sociale e città, vol. 2 Tesi socialiste, Feltrinelli, Milano 1978.

Per quanto in declino, la reciprocità oggi sembra ancora poter offrire la possibilità di intrecciare relazioni positive e necessarie; tuttavia la velocità di trasformazione dei contesti urbani, i cambiamenti delle forme d’uso e consumo unitamente ai meccanismi di un’economia sempre più votata alla produzione di scarto in funzione del mantenimento di gerarchie tecno-finanziarie sempre più ciniche, richiede un ripensamento anche delle forme di condivisione e di alleanza. Si tratta di ripensare “linee di fuga”7Il concetto di “linee di fuga” assocciate al rizoma è presente nell’opera di Deleuze e Guattari sin da Mille plateaux (1980), le linee di fuga rappresentano increspature su superfici apparentemente lisce, linee non continue ma interrotte o capaci di emergere in punti inaspettati. Queste linee costituiscono intensità di soglia, di passaggio, di espressione. permanenti, ossia capaci di reinventarsi ogni qual volta i processi di espulsione e marginalizzazione operino in modo pervasivo. Ripartire da ciò che si ha a disposizione diviene così un compito, un impegno ininterrotto in cui diverse sono le soggettività chiamate ad allearsi; “alleanze”, per dirla con Guattari, soggettive, sociali e mentali che operino sul terreno delle micropolitiche – che però hanno sempre ben presente la dimensione della macropolitica cui riferirsi, e dei suoi dispositivi.8Vedi in proposito: Guattari F., Les trois écologies, Galilée, Paris 1989, (tr. it., Le tre ecologie, Sonda, Milano 1989).

L’attenzione al piano delle micropolitiche incontra in Félix Guattari un momento di importante attenzione nell’analisi della “micropolitica del fascismo”. L’analisi indaga i livelli dispotici di ogni stato di relazione investendo in primo luogo il piano del desiderio: desiderio collettivo delle masse, e degli individui serializzati. Tuttavia, le micropolitiche costituiscono al contempo la possibilità che permette di sovvertire i modi «attraverso i quali riproduciamo (o no) i modi di soggettivazione dominanti».

Riprendere questo tema implica la considerazione del “molteplice”, oltre che la critica del soggetto; le cartografie sono multidirezionali e spesso segnate da desideri risentiti e depressi. Nelle considerazioni contenute ne Les années d’hiver è lo stesso Guattari a soffermarsi sulla lunga depressione sopraggiunta negli anni Ottanta del Novecento, suggerendo però allo stesso tempo un’opzione, una possibile lettura diversa:

L’esperienza della depressione… Lo sfilacciamento del senso del progetto, del senso del mondo, ecc. Un atterraggio sull’esistenza in ciò che essa ha di più vicino. È per questo che ho scritto questo breve libro Caosmosi. È un po’ una riflessione su questa immersione nella depressione… vale a dire che ci si sente accerchiati da dei muri… da dei muri di significazione, dal sentimento di impotenza, dal sentimento che è sempre tutto uguale, che niente può cambiare. E poi, a volte è sufficiente una frattura nel muro, basta un qualcosa perché ci si convinca che il muro era permeabile…9Guattari F., Les Années d’hiver 1980-1985, les Prairies ordinaires, Paris 2009.

Le fratture costituiscono così i varchi ancora aperti, gli eventi a venire, la creazione di “quello che manca”, insomma percorsi non ancora presenti ma possibili e da inventare, pratiche da immaginare.

Tali alleanze si realizzano attraverso concatenamenti tra specie e forme articolate non solo del vivente, ma anche delle sue creazioni, dei materiali, dei manufatti che necessitano di essere altrimenti inventati, usati, destinati.

Per tornare a comprendere lo spazio occorre ripensare le corporeità; così scriveva Levebvre: «Per capire lo spazio sociale nei suoi tre momenti (percepito-pensato-vissuto), bisogna tornare ai corpi»10Lefebvre H., La produzione dello spazio, Milano, Moizzi, 1978, vol. I pp. 60-61..

I corpi abitano lo spazio e descrivono, inventano, creano territori. Abitare un territorio dipende da infinite e materiali dimensioni: reddito, comunità, lavoro, legami di prossimità ecc. Se un tempo il territorio urbano offriva ancora un’occasione di riscatto, nell’oggi questa situazione non è più così certa.

Lo spazio, il territorio, la città sono parole e concetti che tuttavia devono essere indagati nella loro peculiarità. Si tratta di configurazioni che si articolano in contesti specifici e non organizzabili in modo strettamente storico-cronologico. Lo spazio – l’analisi dello spazio – rimanda alle pratiche dell’abitare, del vivere, del lavorare, del consumare, del desiderare. Le relazioni si costruiscono sempre in modo spaziale; in questo modo il processo di creazione dei territori si sviluppa in movimenti macchinici, che descrivono delle vere e proprie “cartografie esistenziali”.

I processi di gentrificazione che caratterizzano le trasformazioni urbane del nostro tempo trovano ad esempio nell’arte, nell’architettura e nelle nuove tecnologie gli strumenti più attivi per quanto riguarda i nuovi modi di produzione dei territori. La gentrificazione è, infatti, il risultato di un profondo mutamento del tessuto abitativo e dei sistemi di cittadinanza a esso connessi; questa è innervata non solo da progetti spesso calati dall’alto, ma anche da realtà sociali che operano criticamente nei quartieri, come nel caso dei centri sociali. I quartieri e le città che sono coinvolti in questo sommovimento vedono così modificati i modi dell’abitare: classi sociali espulse, creazione di quartieri a tema, innalzamento della rendita e speculazione edilizia; simili processi non sono peraltro stabili, piuttosto sono trasformazioni transitorie che spesso creano vuoti urbani che sono al contempo vuoti di cittadinanza e di cancellazione dello spazio pubblico.11Il concetto di gentrificazione è di origine inglese e solo in anni relativamente recenti è stato accolto in Italia da architetti, urbanisti militanti come ad esempio Bert Theis, Fight-Specic Isola, 2014, nel volume dedicato alla gentrificazione del quartiere Isola-Garibaldi di Milano e alle lotte di resistenza dei suoi abitanti.

Le città diventano sempre meno luogo di incontro libero poiché devono assolvere alle più urgenti funzioni di produzione e di scambio.

I territori urbani dell’oggi, diffusi e spesso degradati, non offrono che a minoranze compatibili – e solo per un tempo a scadenza – possibilità di riscatto; lo spazio è sempre più guerreggiato, in ragione di quell’assedio costante e quotidiano cui sono soggette le vite. Ripensare l’urbano significa creare le condizioni per progetti capaci di attivare una prospettiva ecologica a partire dalle condizioni esistenti, ossia condizioni capaci di sviluppare alternative alla densificazione, alla marginalizzazione e alla gentrificazione cui è soggetto l’abitare contemporaneo.

L’urbanizzazione diffusa, il problema delle “città globali”, dell’ipertrofia urbana, dei processi di esplosione dell’urbano riguardano tanto le città dell’occidente che quelle del mondo asiatico, africano o latinoamericano; forse in modo minore – per via della propria storia – quelle europee. L’urbanizzazione è dunque una condizione che configura l’intero ecosistema anche se con variazioni e adattamenti che dipendono dai contesti, dalle società, dalle vocazioni produttive, ecc.

Resta il fatto che il processo di concentrazione/espansione urbana, cementificazione e privatizzazione sembra inarrestabile.

Forse l’approccio proposto dall’ecologia sociale – e più precisamente per quanto riguarda l’ecologia politica – può fornire un utile strumento il cui riferimento più immediato è l’importante lavoro di André Gorz12Félix Guattari ha innestato la problematica ecologica nell’ambito di tutti i suoi lavori intendendola non solo in senso “ambientalista” quanto sociale e politica. L’ambiente è dunque lo spazio disegnato dai concatenamenti, dalle “macchine”, dal “macchinico” come ad esempio in Caosmosi, trad. it. di Massimiliano Guareschi, Costa & Nolan, Genova 1996. e quello di Félix Guattari. Esso può fornire un utile contrasto, una necessaria messa in discussione.

L’ecologia politica è presente in diversi interventi di A. Gorz che, riferendosi ai suoi autori di riferimento in merito alla questione ecologica, richiama Sartre e soprattutto Illich. Quest’ultimo distingueva due tipi di tecniche, quelle conviviali e quelle eteronome, che Gorz, a sua volta, definisce tecnologie aperte e tecnologie di blocco (verrou). «Le peggiori “tecnologie di blocco” sono evidentemente le megatecnologie, monumento alla dominazione della natura, che priva gli uomini dei propri ambienti di vita e li sottomette al loro dominio»13Gorz A., Entretien réalisé par Marc Robert, apparso in «EcoRev», n. 21, Figures de l’écologie politique, automne-hiver 2005 in «Ecologica», Galilée, Paris 2008, p. 16. (tr.d.A.).

Tutti questi approcci, progetti e ricerche non sono mai frutto di un processo di studio isolato, ma sono piuttosto l’esito di contributi che si realizzano all’interno di reti di relazioni e di pensieri che vengono scambiati; insomma, provengono da un piano relazione che costituisce in tal modo l’ambiente consono all’ecologia sociale.

Tornando al tema della crescita urbana, è solo attraverso un approccio ecologico che potremmo pensare di affrontare un simile problema, che si propone peraltro in modo diverso nei vari contesti territoriali. Riguardo all’esplosione urbana, il Fondo Monetario Internazionale stima che intorno al 2030 si sarà compiuto il più grande processo di urbanizzazione che la storia umana abbia mai conosciuto: entro quella data la maggior parte delle persone vivrà in realtà urbane.

Ora, questa tendenza permette di avviare diverse riflessioni. La prima è che, quando si parla di esplosione urbana, non possiamo pensare a una configurazione unitaria. All’interno di questo fenomeno dobbiamo essere in grado di ravvisare processi assolutamente differenziati che variano non solo di scala, ma anche in rapporto alle storie e alle specifiche realtà del territorio, nonché alle concrete esigenze e bisogni che in quel contesto sono generati. Il processo di urbanizzazione, l’esaurirsi delle risorse, il cambiamento climatico, i movimenti migratori e il rapporto tra città e progetto dell’urbano stesso, appaiono attraversati da infiniti conflitti generati da interessi diversi. Proprio il progetto urbano è il piano che è stato maggiormente abbandonato negli ultimi anni. Un conto è, infatti, interessarsi alla creazione del singolo manufatto, dell’oggetto simbolico, dell’oggetto-metafora; altra cosa è mettere in campo una progettualità che sappia assumere le metamorfosi dei territori dell’abitare, del fruire, dell’usare. Invece di occuparsi di questi aspetti, spesso si asseconda un processo molto caotico in cui le emergenze sono sempre emergenze, in cui prevalgono gli interessi delle élite e che vengono così gestite da logiche di interessi specifici, quando non lasciate in stato di utile abbandono, finendo così con il produrre condizioni di vita difficili soprattutto in quelle vaste aree periferiche che costituiscono la vera condizione dei territori urbani del nostro tempo.

Il problema più urgente che pone questo tipo di dinamica riguarda la considerazione di un inurbamento irreversibile, senza alternative. Si tratta davvero di un percorso ineluttabile di fronte al quale non vi è nulla da fare, niente da immaginare, nessuna utopia? Forse si potrebbe iniziare a porsi alcune domande. Una potrebbe essere la seguente: che cosa intendiamo davvero con il termine territorio? Nella scuola del pensiero critico italiano e francese, in molta geografia e antropologia contemporanea, il territorio non è più studiato attraverso una lettura strettamente antropocentrica – quella in cui l’uomo è il soggetto che indica, nomina, codifica quanto lo attornia; il territorio viene inteso invece come ambito relazionale delle forme del vivente, quindi una dimensione non più dualistica, ma “naturalculturale” come indica Donna Haraway14Vedi in proposito, Haraway D., Chthulucene. Sopravvivere in un pianeta infetto, Nero, Roma 2019..

Secondo il pensiero del post-human occorre spostare l’attenzione verso il punto di vista delle relazioni che si articolano tra le specie e più in generale tra le forme di vita. I processi di trasformazione non sono mai univoci: ci sono momenti drammatici, ma anche momenti in cui aperture e nuove possibilità si manifestano. Indubbiamente, i processi che stiamo considerando appaiono particolarmente accelerati, al pari delle catastrofi ambientali e non, che si susseguono.

È naturale che nella trasformazione attuale del presente molti eventi sembrino difficilmente governabili e che abbiano come sfondo il problema costante dello spazio conteso, dello spazio esistenziale, del diritto alla vita.

Le geografie del nostro tempo raccontano l’omologazione e la devastazione dei territori su scala planetaria. Il sociologo e attivista Mike Davis ha variamente interrogato nei suoi testi il degrado, la rapina dei territori – urbani soprattutto, ma non solo – anche se ormai occorre considerare l’urbanizzazione dei territori un fenomeno che eccede le antiche forme dell’urbano. Dunque, le “mute” compiono percorsi invisibili, in spazi perimetrati e poveri; spazi dove non è più concesso l’accesso ai beni primari per sostenere la vita.

Non torneremo in nessun modo a una Natura originaria – mito consolatorio dei pubblicitari e dei tecnocrati esperti nella dogmatica della falsificazione. Il problema consiste nel tentativo di riscattarsi dall’annientamento o dall’ingranaggio di un meccanismo “sporco”. Davis lavora da sempre sul piano dell’inchiesta sociale con particolare riferimento ai fenomeni di urbanizzazione incontrollata che si verificano nelle megalopoli del nostro tempo.15Vedi in proposito Davis M., A Planet of Slums: Urban Involution and the Informal Working Class, 2006 (tr. it. di B. Amato, Feltrinelli, Milano 2006).

Le città sono lo specchio più evidente di queste tensioni, luoghi in cui però alcuni modi e forme del linguaggio continuano a essere modi e forme che ormai risultano sempre più dispositivi d’ordine che non creazioni vere e proprie di alternative percorribili. Più precisamente: consideriamo l’annosa questione dell’appartenenza, dell’identità e della comunità. Se ben ci riflettiamo e riusciamo a fuoriuscire dal codice tradizionale della comunicazione, una cosa appare evidente: a condizioni date, l’attuale dibattito sulle identità e le appartenenze è quanto di più incerto si possa produrre; siamo creature dello sradicamento, cambiamo lavoro moltissime volte – spesso non per scelta –, siamo costretti a spostamenti costanti e continuati, dobbiamo quindi costantemente riformulare relazioni e legami e capacità di adattamento – cosa non del tutto e immediatamente evidente. Questo non è un fenomeno che non si sia mai prodotto prima; ma nei termini, nei tempi e nelle velocità dell’oggi, certamente il fenomeno è assolutamente nuovo. La crisi dell’identità non è di certo un processo che possiamo affrontare in modo superficiale: se una persona o una collettività non trova più ambienti di riconoscimento nel suo territorio, è evidente che tutto questo provoca timori e ansie; alcuni ricercatori parlano anche di sociopatie, proprio legate a questo territorio esistenziale frantumato che attraversa il nostro tempo. Ancora una volta, Lefebvre ci offre analisi preziose in merito al rapporto tra corpi e territori quando scrive:

Per capire lo spazio sociale nei suoi tre momenti, bisogna tornare ai corpi, dal momento che il rapporto con lo spazio di un “soggetto” membro di un gruppo o di una società, implica il suo rapporto col proprio corpo, e viceversa. La pratica sociale considerata globalmente suppone un uso del corpo: l’impiego delle mani, degli organi sensoriali, i gesti del lavoro e quelli delle attività esterne al lavoro.16 Lefebvre H., La produzione dello spazio, cit. p. 60.

In questa prospettiva, il luogo dello spazio pubblico forse deve essere totalmente ripensato; non è nemmeno il caso di riprogettare o re-immaginare l’invenzione di quello che un tempo fu la piazza, piuttosto che l’agorà – che occorre ricordare era il luogo in cui il potere veniva sospeso affinché il sociale potesse incrociarsi, declinarsi, divenire politico; era il luogo in cui il potere chiamava in causa i corpi e la stessa corporeità dello spazio.

Se invece indugiamo ancora in letture volte al rimpianto del passato, facciamo l’operazione inversa rispetto a quella suggerita dall’angelo disegnato da Paul Klee, citato da Walter Benjamin: un angelo che guarda le rovine della storia, ma che procede sospinto verso il futuro. Sospinti verso il futuro, dobbiamo allora forse iniziare a individuare questi punti critici, e chiederci quali siano le forme possibili di liberazione oggi.

Per molti lo spazio – questa corporeità che ci permea – coincide con lo spazio del virtuale, ma occorre comprendere come anche il virtuale sia produttore di reale: non c’è separazione tra la dimensione del virtuale e quella della produzione del materiale. Per essere ancora più precisi, vi è molta produzione virtuale in tutto quello che avviene in ambito architettonico, ma anche artistico – tramite la grafica, il design, le nuove tecnologie. Il virtuale è uno dei modi attraverso i quali “produciamo il reale”. Le relazioni virtuali non restano in uno spazio separato e dematerializzato; sono produzioni che incrociano e declinano il nostro modo abituale di esprimerci, il nostro quotidiano, il materiale, anche il tradizionale. Nell’incontro di queste due espressioni si verifica una cosa inquietante e al contempo interessante che apre a “eterotopie” capaci di svilupparsi attraversando anche i codici dell’omologazione.

Foucault, che alle eterotopie dedicò un’importante conferenza nel 1967, ne indicava uno spettro piuttosto ampio. Le «eterotopie» sono quegli «spazi differenti […], luoghi altri, una specie di contestazione al contempo mitica e reale dello spazio in cui viviamo»; il loro tratto distintivo, stando agli esempi apportati da Foucault, ci sembra essere una certa potenza di accumulo fantasmatico che esse raccolgono, concentrano e trasmettono, o custodiscono. Le eterotopie sono il luogo in cui abita il phantasma, in cui trovano spazio territori ontologicamente ibridi sospesi tra reale e immaginario; territori come quello della pubertà, della vecchiaia o della morte, i quali, per l’intensità di forze immaginifiche che mediano, richiedono una dislocazione peculiare o, se vogliamo, un transfert. Le eterotopie sono allora, anzitutto e non a caso,

eterotopie di crisi […], ad esempio il collegio, nella forma che lo caratterizzava nel XIX secolo, o il servizio militare per i ragazzi […], per le ragazze il “viaggio di nozze”: I primi due hanno in effetti svolto per lungo tempo il ruolo di collettori per il contenimento e la distribuzione interna dei flussi inerenti le prime, esuberanti manifestazioni di virilità; il terzo, nell’epoca della tutela sociale della verginità, è stato il perfetto non-luogo necessario a supportare e a riconfigurare, grazie al suo potenziale di vaghezza e sublimità romantiche, lo scabroso atto della deflorazione.17Foucault M., Des espaces autres, conférence au Cercle d’études architecturales, 14 mars 1967, in «Architecture, Mouvement, Continuité», n. 5, octobre 1984, pp. 46-49, (tr. it. Spazi altri, a cura di S. Vaccaro, T. Villani e P. Tripodi, Mimesis, Milano 2010).

Ciò che di inquietante si produce riguarda il fatto che gli spazi “altri” rimandano ormai principalmente alla condizione dei virtuali, degli spazi “evenemenziali” che afferiscono alle realtà urbane, spazi che sono considerati quelli più efficaci nel produrre luoghi, nel sovrapporre luoghi e configurazioni di luoghi, e che rischiano, in definitiva, di essere spazi in cui i codici dell’omologazione e del comando si esercitano in modo ancor più prescrittivo. Si tratta di spazi nei quali le forme e i modi della comunicazione utilizzano parole d’ordine, parole di uso comune, che permettono l’immediato riconoscimento, consentono cioè di ricreare apparenti comunità, relazioni identitarie fittizie, laddove le soggettività appaiono fragili.

Perché questo è inquietante? Perché si tratta di un processo di estetizzazione che depotenzia in realtà tutta la dimensione critica del presente, e il fattore più conflittuale è quello della paura di non sapersi più collocare, posizionare, ritrovare, affettivamente sperimentare, nemmeno nelle forme più immediate. Dunque, occorre mantenere ben chiara la dimensione di una trasformazione socio-economica che rimanda a delle corporeità sempre più svilite perché precarizzate. Tutto il lavoro di Paul Virilio cui fanno espresso riferimento Deleuze e Guattari rimanda a questa dimensione del virtuale/tecnologico come a uno spazio in cui sempre più di sovente si è esposti all’incidente.

Nel paesaggio degli avvenimenti, Virilio coglie la dimensione accidentale dovuta all’accelerazione planetaria della tecnica prima e delle nuove tecnologie poi. L’“Incidente”, a cui dedicherà lo sguardo trasversale delle sue ricerche, non è solo l’assoluta imprevedibilità dell’evento (“accidente” in it.), ma il guasto: esito inevitabile quanto impensato di ogni fare tecnico («è la nave che inventa il naufragio!»). L’attenzione ai sempre nuovi incidenti che capitano nell’ovviare agli incidenti, lo avvia alla definizione di “Incidente integrale catastrofico”: con punti di rottura come Seveso, Chernobyl, Fukuyama e la distruzione delle (odiate, babeliche) Torri! Le Catastrofi sono gli esiti implicati nel successo tecnico e non del suo fallimento: più l’invenzione è performante, più l’incidente è traumatico. L’estasi dell’accelerazione che contrassegna l’andatura da Golem della scienza e delle arti tecniche non esige soltanto un principio di precauzione, ma un ripensamento etico e politico. Fino all’urgenza di decrescere e disinventare (v. il caso della plastica e dell’auto)! Soprattutto perché lo svolgersi della tecnica nelle società militari-industriali è sempre orientato, quando non dettato, dalla logistica bellica, dall’invenzione di protesi micidiali, già nucleari ed oggi cibernetiche. La guerra avanza mascherata dal free d’una interattività libera e gratuita. Per Virilio, gli stessi strumenti di comunicazione – dal telegrafo alla fotografia al cinema, dal radar a internet – sono dispositivi a dominanza ottica ed elettronica, omologati e mutuati nei tecnosistemi di interazione strategica. L’arsenale postmoderno, pronto all’impiego, conta ormai su tre macrosistemi di bombe: nucleare, informatica e genetica – la deliberata, sinistra mutazione della natura umana.18Paul Virilio, La luce ascendente, in «Alfabeta2», 2 giugno 2019,

Il virtuale in questo funziona come una sorta di parola di passaggio, mot d’ordre, che permette di accedere ad ambienti di riconoscimento che però sono molto aleatori, non aiutano a ritrovare relazioni nell’esistente, che è totalmente sfrangiato e attraversato da nuove strategie sociali, economiche e culturali di potere. Dall’altro lato, però, proprio la possibilità di intrecciare ambiti e forme di pensiero così diversi possono aiutare a pensare che questo passaggio – che è un passaggio di sospensione rispetto alle forme tradizionali del vivere, dell’abitare e del pensare l’urbano – è anche foriero di trasformazioni che sperimentano movimenti di sottrazione, spazi creativi, “linee di fuga”.

È questo un “divenire minore”, come indicava Gilles Deleuze19Il “divenire minoritario” è un concetto variamente affrontato da Gilles Deleuze e Félix Guattari come in Kafka. Pour une littérature mineure, Minuit, Paris 1975.. Il “divenire minore” è sempre creativo e ha a che fare con le corporeità che sviluppiamo in contesti ambientali non sempre adeguati, ma riformulabili, potenzialmente diversi dal modello univoco che ci vorrebbe imporre conformità senza critica.