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La casa come simbolo da infrangere per un rinnovamento fisico ed emozionale

L’immaginario collettivo della casa è così radicato nella nostra vita da essere disponibile a una rottura epistemologica di tipo culturale e simbolico che ne rinnovi il senso fisico ed emozionale, così da attivare inedite energie progettuali ed economiche. La pandemia ha chiaramente dimostrato che non solo il modello abitativo attuale è insufficiente, per la maggior parte della popolazione, a vivere una vita sempre più complessa e stratificata; ma che la relazione tra casa e città è sempre più inscindibile e presuppone un cambio di visione che accolga un tempo di profondi cambiamenti. […]

Sul tema della casa si stanno vivendo le maggiori disuguaglianze sociali, economiche e una conflittualità crescente, forzata da una compressione inumana a cui sono sottoposte milioni di famiglie e di giovani. Questa condizione chiede alla cultura del progetto e alle amministrazioni lo sforzo di un cambiamento radicale del punto di vista e il superamento definitivo di una separazione rigida e culturale tra casa, come luogo individuale, e città come spazio collettivo. Intorno alle abitazioni e alle micro-comunità che le abitano sono certo che registreremo trasformazioni importanti, figlie di un tentativo di ridurre i gradi di complessità e rischio che la città abitualmente porta con sé.

Pubblichiamo un estratto dall’introduzione di Luca Molinari al volume collettaneo Casa (Treccani)

L’idea stesa di unità di vicinato sembra essere rivitalizzata dall’emergere nel dibattito recente del termine “15 minutes city”, ovvero la possibilità di trovare tutto quello che ci può servire in un diametro urbano circoscritto e su misura pedonale. Grandi catene commerciali stanno tornando ai mini-market di quartiere piuttosto che immaginare altre, dispendiose distese di superfici commerciali costruite nelle nostre periferie. Lo stesso varrà per i servizi di base sanitari che verranno distaccati dai grandi poli ospedalieri per consentire una riduzione dei rischi pandemici su scala territoriale.

Grandi aziende stanno cercando spazi più ridotti per i loro quartieri generali, immaginando una diversa ripartizione del lavoro lungo la settimana. Si tratta di un restringimento fisico e simbolico dell’idea stessa di città, che viene scomposta in un arcipelago multiforme e fluido di isole connesse dalle infrastrutture principali di collegamento e di funzioni pubbliche forti (scuole, ospedali, musei, centri sportivi) e che vede le nostre case diventare centri fragili di un sistema sempre più basato sull’individuo e le sue necessità. E di un fenomeno che si presterebbe a diverse, contrastanti conseguenze. Da una parte potrebbe portare al rafforzamento di un’idea di comunità di vicinato che sembrava essersi dissolta nelle grandi città, in cui la strada e i servizi di prossimità stimolino una differente qualità dell’abitare, oltre che forme di solidarietà che contrastino la paura e la chiusura post-pandemica.

La rete e il sistema capillare di connessioni digitali e servizi collegati sembrerebbe consentirlo. Ma un altro, possibile scenario vedrebbe in questo sistema un rafforzamento delle distanze sociali con il rinvigorimento di un’élite privilegiata che potrà permettersi una condizione “smart” e una massa sempre più debole e impoverita che si attiverà al suo servizio. Un sistema controllato e protetto di residenze per comunità chiuse ed economicamente avvantaggiate si doterebbe progressivamente di filtri che siano capaci di mediare tra le persone e la città esterna: aree per il delivery, zone di controllo sanitario, spazi per il benessere e la cura del corpo.

Nelle abitazioni privilegiate la domanda di flessibilità aumenterà per garantire quei cambiamenti d’uso che una pandemia impone, con aree per isolamento sanitario dei singoli membri della famiglia, spazi dedicati stabilmente al lavoro da remoto e interfacce digitali per gli ordini ai commercianti in zona. Quest’ultimo anno ha chiaramente dimostrato che le aree maggiormente povere e densificate hanno avuto più vittime, colpendo anziani soli e famiglie numerose costrette a vivere in ambienti ridotti. La distanza economica si è registrata nel gap strumentale di computer e connessioni che hanno aumentato le distanze sociali e l’accesso all’istruzione.

La crisi economica ha colpito soprattutto donne e giovani al primo impiego, oltre che evidenziare la fragilità di un sistema abitativo e insediativo invecchiato, abitato da un numero significativo della popolazione delle metropoli. La pandemia ha messo a nudo l’agonia di un sistema di welfare pubblico incapace di reggere la complessità della trasformazione sociale e del peso economico nella sua gestione, riportando al centro il progetto di architettura come uno dei mezzi con cui ripensare le nostre città attraverso strumenti e metodologie da immaginare, alternative alle pratiche progettuali del secolo passato.

Le nostre case saranno sottoposte a un esercizio di flessibilità, in cui le aree semi-pubbliche e quelle iper-private saranno rigidamente separate, o vedranno una forma di fluidità estrema capace di ridurre le aree intime della nostra vita ad appendici sempre più ridotte? Sarà possibile immaginare le nostre aree residenziali e gli spazi pubblici per la salute, lo sport, la cultura, il commercio e l’educazione come luoghi per soglie progressive, che filtrino i rischi potenziali proteggendo il cuore in cui convivere senza paura? Una serie di buffer-zone che aiuteranno a contenere il rischio ma che, insieme, rafforzeranno il controllo sociale e l’impossibilità di muoversi liberamente tra gli spazi della città.

Il progetto del tempo d’uso dei luoghi potrebbe cambiare molto, dilatarsi sicuramente, ma questo potrebbe portare a un miglioramento potenziale delle nostre esperienze, meno basate sul consumo immediato, ma più su una scelta consapevole e attenta alla qualità del nostro vissuto. Oltretutto appare chiaro come la questione ambientale, di sostenibilità diffusa dei luoghi che saremo chiamati a costruire e a modificare, sarà sempre più centrale, sia per una crescente domanda sociale che per la necessità vitale di ridurre l’impatto energivoro e di consumo delle nostre, ridotte, risorse naturali.

Questa strategia dovrà passare da un esercizio del progetto di architettura più maturo, libero delle scorie moderniste degli ultimi secoli e consapevole dell’impatto che ogni intervento produce. Il progetto deve recuperare una visione circolare dell’ambiente che abitiamo, che riporti al centro la vita tutta degli esseri che popolano il nostro pianeta, attraverso un esercizio di visionarietà libera e radicale che aiuti a cambiare prospettiva sui luoghi che siamo chiamati a curare e trasformare. Le città sembrano diventare sempre più la somma delle nostre abitazioni, fragili e interconnesse, e per questo sarà fondamentale lavorare sugli anticorpi collettivi per bilanciare l’emergere di questa distopia dell’attuale pandemico.

Abbiamo davanti a noi un’ultima, vera occasione per cambiare rotta attraverso scelte che potrebbero avere un impatto collettivo fondamentale per il futuro delle prossime generazioni. E il progetto della casa potrebbe giocare, ancora, un ruolo diverso, coraggioso e innovativo se avrà la capacità di farsi luogo intimo e collettivo, silenzioso e generoso, capace di guardare a una realtà che chiede cambiamenti radicali.