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La rabbia in tram: forme d’odio contemporaneo

Si immagini un mezzo di trasporto pubblico. È importante che se ne vedano le quattro mura in movimento, chi entra e chi esce, chi siede e chi resta in piedi. Piccolo abbastanza da fare comunità per qualche minuto appena, grande abbastanza perché si abbia a che fare con un campione demografico eterogeneo. Si aggiunga allora un settantenne che entra con la mascherina sotto il naso, un autista che lo scruta per qualche secondo dagli specchi. La sua voce che si alza a riprendere il signore, il signore che risponde, certo non gentile ma non si può nemmeno ancora dire arrabbiato. Poi l’autista già nervoso, forse per i fatti suoi, forse perché a fine turno, forse per un ruolo di controllore del buon uso dei dispositivi di protezione individuale che prende particolarmente sul serio. E insomma la voce che si alza, i toni che si scaldano, le parole che si coloriscono. In un attimo il mezzo è fermo, l’autista si è alzato, il settantenne ha già mandato a quel paese l’autista e viceversa e il resto di questa effimera micro-comunità mobile è rimasta in silenzio, con quello sguardo vacuo che da qualche mese noto nei miei colleghi passeggeri che guardano il cellulare meno di prima, leggono ancor più raramente, chiacchierano ben poco, più spesso fissano il vuoto. Forse presi, come me, ad emettere sentenza. Ha ragione l’autista, le regole vanno rispettate. Ha ragione il signore, l’autista ha esagerato. Poi arrivare tutti al capolinea senza un verdetto, spaesati, un po’ nauseati. Sarà la guida nervosa, ci si racconta la prima volta. 

La seconda poi arriva presto e presenta la stessa scenografia. Il protagonista questa volta è un tramviere distratto: tira la leva sbagliata, gira a sinistra quando dovrebbe proseguire dritto. Passano cinque secondi prima che si alzi un vociare accanito e martellante. ‘Scusi ma cosa fa, doveva andare dritto, e adesso cosa facciamo, ci faccia scendere, non sa fare il suo lavoro, incredibile, complimenti’. Lui ribatte dicendo che ha sbagliato, che non è una macchina, con un tono un po’ implorante come a coprirsi il volto per difendersi dalle accuse lapidanti di chi ha di certo qualcosa di urgentissimo da fare e quindi a Milano anche i pensionati. La terza scena vede un anziano che si accanisce contro un ragazzino che distratto dal cullare occupa l’uscita del tram.

Alla quarta si assiste dal finestrino, due uomini in bicicletta litigano su chi ha tagliato la strada a chi. Dopo la quinta, che nemmeno importa più, si varca la soglia del tram e viene da alzare gli occhi al cielo. Si vede allora quella ragnatela di fili elettrici che caratterizza certi incroci milanesi, dove tutta la città pare confluire disordinatamente in un unico garbuglio di energia. Si ha la netta sensazione che debba essere quel gomitolo confuso di cavi a trasmettere una forma diffusa di isteria formicolante, una dose per ciascuno, che dopo aver avvelenato il tram e chi se ne serve, si riversa strisciante sulle strade, si insinua negli uffici postali, nelle banche, si prende i parchi, le piazze. Ma di cosa esattamente sia fatta — se di stress post-pandemico, rabbia, frustrazione, odio o normale umana amministrazione — non è facile determinarlo. 

Milena Santerini, nel suo ultimo libro edito da Raffaele Cortina “La mente ostile. Forme dell’odio contemporaneo”, esegue un’ecografia nitida di ciò che sta dietro all’odio nelle sue varie forme, antiche e nuove. Alcune hanno radici profonde, e lungi dall’esaurirsi in battibecchi quotidiani fra estranei, nascondono un potenziale distruttivo in grado di deflagrare in tragedia. È l’odio all’origine dei genocidi, delle discriminazioni di genere, razziali e religiose. Dietro quel tipo di rottura violenta nelle relazioni con gli altri c’è l’atteggiamento di difesa dell’uomo primitivo davanti a un possibile pericolo dato dalla diversità. Se però ci si sofferma sulle piccole esplosioni quotidiane di rabbia all’ufficio postale o alla fermata dell’autobus, si nota bene che spesso è più la voglia di litigare che l’oggetto del contendere.

Le scaramucce rissose a cui ci espone il nostro quotidiano varcare la soglia di casa, scoppiano per pretesti tanto futili da rendere evidente che a detonarle è piuttosto l’impazienza, l’intolleranza, l’insopportabilità con cui ci relazioniamo all’altro da noi. E infatti, come scrive Santerini, “non sempre il motivo è la gelosia, la concorrenza, la vendetta: molto spesso basta che gli altri siano altri”. Da qui la difficoltà, da spettatori della rabbia, a parteggiare per qualcuno e non per la controparte. Da qui anche la sensazione che questo particolare tipo rabbia sia il sintomo nauseante di un malessere sociale ancora più sgradevole, perché diffuso, pervasivo, contagioso e privo di una pure sbiadita motivazione sostanziale contro cui ci si possa schierare o per lo meno tentare di difendersi. 

Quando mancano le ragioni e rimane la rabbia, Santerini, citando lo psicoanalista Christopher Bollas, suggerisce di cercarne l’origine in quello che rimane nascosto alla coscienza: “così come una persona può non essere consapevole di soffrire di depressione, anche un gruppo – un Paese, una città, una regione, una nazione o l’intera comunità globale – può essere afflitto da una sofferenza mentale cronica senza saperlo”. Se lo scoppio della Prima guerra mondiale è avvenuto dopo un processo di eccitazione e di attesa di un futuro mirabolante – la Belle époque- a cui è seguito un periodo di depressione e sconforto, oggi soffriamo la complessità di un mondo globalizzato, individualista, iper-competitivo e impoverito, che richiede da noi più di quanto non sappia offrire in cambio. Ciò genera istinti e reazioni che il nostro cervello, per questioni evolutive, non riesce ancora a tenere a bada. 

Il guaio però è che la soddisfazione che segue lo sfogo violento è una soddisfazione illusoria e fugace. Non perché sfogare la frustrazione sia operazione inutile in sé, ma piuttosto perché la rabbia è spesso malriposta e lo sfogo mal direzionato. Ne segue che il muro eretto fra sé e gli altri, più che difendere, tende a crollare ferendo tutti, incluso chi si trovava lì a passeggiare per caso. 

La rabbia del quotidiano ha sì quindi a che vedere con la vecchia storia del capro espiatorio che inseguono ciclicamente le società depresse, ma si tratta di un capro espiatorio aleatorio e sempre nuovo a seconda di chi ci capita sotto il naso. Non importa cosa l’altro faccia o sia, importa che lo si possa per un attimo rendere responsabile dei propri eterni guai. L’anziano con la mascherina abbassata, il ragazzino col telefono, il tramviere distratto diventano allora i colpevoli rispettivamente della pandemia, del nostro invecchiare, del nostro non avere mai tempo da perdere. E nei momenti in cui i guai sono tanti, i colpevoli-per-un-attimo tendono all’infinito. Il risultato, con Santerini, è un Sé sociale frantumato, oltre che frammentato. Stanco, incattivito, e aggiungerei ipocrita. Un sé sociale che se pure continua a ripetersi che la gentilezza salverà il mondo, razzola male perché predica sbagliato.

Non sarà la gentilezza indiscriminata a salvare il mondo, e forse un obbiettivo così ambizioso possiamo anche rimandarlo a data da definirsi. Nel frattempo, invece, ragionare sul senso di comunità che potrebbe coltivarsi in un luogo sociale come il tram da cui siamo partiti. Dopo aver assolto i fili elettrici degli incroci tramviari, chiederci cosa ci impedisca di interagire con l’altro tollerandone gli errori e la stanchezza, la distrazione e anche una piccola dose di maleducazione, consci che non ne siamo immuni noi stessi, e riflettere sulla nostra rabbia di individui e di collettività, scavando per trovarne le radici. Da lì, proprio perché avremo capito che la rabbia è un sentimento importante e merita rispetto, non gettarla dove capita, ma esprimerla quando il conflitto ha motivo di accendersi e d’essere consumato, sanamente. Non sia che magari ne esca qualcosa di buono. E infine, non chiedersi solo: “Non potremmo essere in disaccordo in modo più costruttivo?” ma chiedersi anche: “non potremmo litigare quando almeno siamo in disaccordo?”.