Milano, quando la città parla sottovoce: ‘State tutti bene?’

L’ora è sempre più o meno la stessa, tarda. La finestra rimanda una luce trasparente, saturata dai rossi dei grattacieli e dai bianchi freddi della città che sale. Il cielo, smerigliato dalle piante del terrazzo, alterna i toni dell’acciaio, del cobalto, ma anche ardesia. I colori dentro e fuori la stanza si mescolano. A quell’ora tarda, tuttavia, il freddo della notte dissipa ogni vapore, e il cielo della città, sempre opaco e appannato, acquista quella profondità di sguardo, sconosciuta alla pianura. Spesso la camera da letto si tinge di quello stesso grigio, per il riverbero della luce del portatile, ma qui la foschia è nei pensieri, nel peso del piumone, che a volte si fa insostenibile.

Andiamo, per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche;
Strade che si succedono come un tedioso argomento
Con l’insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono…

Dall’inizio dell’emergenza, le pareti sembrano ora sottili ora di uno spessore insopportabile. C’è un dialogo silente tra il dentro e il fuori, tra la casa in cui stare e la città intorno. La strada, sette piani più sotto, è vicina alla direttrice che porta ai grandi ospedali: il Sacco, il santi Carlo e Paolo, il chiacchierato ospedale della Fiera, una manciata di vie più lontano. Il suono arriva in lontananza. Mi sveglia. Una, due, tre, sette volte a notte. Credo che lo spagnolo sia più efficace, perché traduce “emergenza” con “alarma”. Stato di allarme.

Una sospensione perenne, una stimolazione costante dell’amigdala ad ogni suono. Quando ero bambina, succedeva una cosa molto simile. Nel rumore bianco della provincia, l’ambulanza si distingueva chiaramente da tutti gli altri suoni, e la sirena si propagava per uno spazio e un tempo dilatati. L’eco del suono aiutava ad individuare le vie: vicino/lontano; paese/frazione. Se il suono veniva accompagnato da altre sirene (pompieri, polizia locale), era un incidente. Altrimenti, la geolocalizzazione uditiva permetteva di immaginare rapidamente dove, e chi, tra i conoscenti fosse stato poco bene. Ogni volta che sentiva il rumore dell’ambulanza, che superava la sua casa e si dirigeva nel paese di fianco dove abitavo con la mia famiglia, mia nonna telefonava: “state tutti bene?”. Bastava un breve sì, un rapido scambio di battute, e il suo personale stato di allarme cessava. Da quando abito in città, circa vent’anni di cui gli ultimi dodici nella metropoli lombarda, i rumori sono così mescolati da non permettere quell’ascolto vigile, e soprattutto quella mappa emozionale degli affetti che associa suoni e civici. Eppure, dalla fine di febbraio, quelle notti mi riportano all’imponenza del suono, al silenzio, al domandarmi: “staranno bene?” Rivolto ai conoscenti, gli amici, i colleghi, i baristi, i bigliettai. “Staranno tutti bene?”. Alberto Rollo ha constatato che “la città ha abbassato il volume, parla sottovoce”. E le strade, i viali, i vicoli fanno da cassa armonica ai suoni dell’allarme. La città parla sottovoce, e noi possiamo sentire chiare le sirene, che molto più delle mascherine, dei distanziamenti e delle code, ci restituiscono l’eco delle ragioni di questa emergenza. “State tutti bene?”

Conosco le voci che muoiono con un morente declino
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
Così, come potrei rischiare?

Credo di poter parlare solo e solamente di Milano, perché è il posto in cui vivo e in cui ho trascorso larga parte degli ultimi dieci mesi. La prospettiva perciò, risente di quell’allarme che ci pervade, e che è ben descritto da John Wyndam nel classico di fantascienza “Il giorno dei trifidi”: “Quando un giorno che secondo voi dovrebbe essere mercoledì, vi sembra fin dall’inizio domenica, potete star certi che qualcosa non va. Ebbi questa impressione fin dal primo momento, svegliandomi”. Il mio stato di allarme inizia il 15 febbraio all’aeroporto di Malpensa. A tutti i passeggeri viene misurata la temperatura, da parte di infermieri (?) in tenuta protettiva, con tuta, mascherina, visiera. Io non indosso nulla. Mentre sul display lampeggia un 36.4, non riesco a decidermi se siano loro eccessivi, alieni come gli ingegneri nucleari di Chernobyl dopo il disastro, o se sono io impreparata di fronte a qualcosa di imponderabile, e minaccioso e prossimo nello spazio e nel tempo.

Basta una settimana, e il 22 febbraio mi ritrovo a cena con un’amica rianimatrice, che aveva ricoverato proprio quel pomeriggio il paziente 1. Lei ci racconta del totale stravolgimento delle procedure per gestire il degente. I suoi respiri si fanno più fitti, anche per la fatica accumulata durante la giornata. Io percepisco un pericolo prossimo, che si sovrappone alla corporeità dell’amica. Mi sento, irrazionalmente, in pericolo, ma non posso esprimerlo. Avrò toccato il bicchiere? Come ci siamo salutate? In una settimana sono ad un solo grado di separazione dal contagio. Continuo la mia quotidianità, come se quella avesse rappresentato un’incredibile circostanza (s)fortuita. Rispetto gli orari, faccio quello che si può fare, cancello treni, e al contempo non mi fermo. Scelgo rischi che ritengo accettabili: posti poco affollati, piccole cene, tavoli all’aperto nei parchetti spogli di fine febbraio. Ma il senso di intangibilità di quanto sta accadendo è così potente, da scotomizzare intere parti della giornata. C’è solo un monito, percepibile: via Paolo Sarpi deserta, che anticipa -volente o nolente- l’effetto Wuhan.

Il giorno dopo il primo lockdown inizio il mio corso online. Ogni scelta, quotidiana, si accompagna a quella domanda: “state tutti bene?” unita all’interrogativo prossimo, interiore: “staranno tutti bene?”. Elenco gli affetti a rischio. Molti sono distanti, protetti dai pioppeti del Po. Eppure, ogni volta che esco di casa, che rientro, che mi preparo, quelle domande entrano in relazione con il mio agire. Siamo stati -reciprocamente- untori e potenziali vittime inconsapevoli nelle nostre azioni negli ultimi mesi, declinate sempre sulle note del rischio. Herbert Blumer, nel celebre “Symbolic Interactionism” spiega così: l’agire sociale degli esseri umani è determinato dai significati attribuiti agli oggetti dell’interazione (altre persone, oggetti fisici, istituzioni) e questi significati sono il prodotto sociale di quella interazione; quegli stessi significati sono costruiti attraverso un “processo interpretativo messo in atto da una persona nell’affrontare le cose in cui si imbatte”.

Credo che in questi ultimi dieci mesi la presenza del virus (effimera anche e soprattutto grazie alla aleatorietà delle forme di trasmissione) abbia prodotto due forme di significazione, spesso dicotomiche: la prima è quella che definirei del “mi provocherà un danno?” e la seconda, già citata dello “state tutti bene?”. I due paradigmi costruiscono la relazione dei singoli col gruppo, e nell’autopercezione rimuovono la nostra parte attiva di scelte, abitudini, pratiche del quotidiano. Eppure quei gesti sono, giornalmente, causa ed effetto della trasmissione di virus, rinegoziazione del patto sociale, costruzione di un collettivo, o rifugio nell’individuale. Nella malattia (reale o potenziale) ci confrontiamo con la solitudine dei nostri corpi (Starò bene? Sono diversa da ieri? Come mi sento? Cosa sento), con la caducità (quanto mi avvicino al rischio? Quanto posso davvero essere in pericolo), con la precarietà del tempo e degli affetti.

Se questo primo elemento vitale (e mortifero) è stato preponderante nel periodo di transito tra l’inizio dell’epidemia e il lockdown, dopo le chiusure sono sopravvenute nuove emozioni, come la solitudine e la diffidenza, accompagnate della crescente mancanza di scambi, o l’insofferenza per i conviventi, ultimi possibili untori della catena del quotidiano. Sia soli, sia in una dimensione relazionale, abbiamo sofferto una compressione del quotidiano da parte dello Stato, ritenuta in un primo tempo legittima, e in qualche modo accettata. Abbiamo persino recuperato una iniziale, euforica e stonata, diffusione di un senso di solidarietà, che ci legava ai vicini, ai dirimpettai di balcone, agli schermi sociali quadrettati. Gli orizzonti erano brevi, i legami possibili. Al contempo, tuttavia, c’è stata una costante ricerca di responsabili -nell’interazione del quartiere, nella gestione politica, nel disastroso declino economico- proprio perché l’ineluttabilità del presente è divenuta, rapidamente, inaccettabile.

Come potrei allora cominciare
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini? Come potrei rischiare?

Se la fine del lockdown ha attutito l’ansia e la tensione sanitaria, quella fatica si è trasformata in rancore, e in grandi tensioni tra livelli locali di governo del territorio per l’assunzione di responsabilità, sempre più rifuggite col passare del tempo. Allo stesso modo, ogni criterio di razionalità applicato alla valutazione del rischio di contagio è stato sostituito da una valutazione “affettiva” del rischio, che è inversamente proporzionale alla voglia di passare tempo insieme agli altri. I legami di affetto, la confidenza, la reiterazione vengono utilizzati come forma apotropaica di protezione dal virus, proprio perché il privilegio dell’affetto neutralizza il rischio del danno. Vicino/lontano: i paradigmi del distanziamento si misurano con le forme di filìa. Allo stesso modo, il nucleo di riferimento si è scarnificato. I legami sociali sono quelli che sono sopravvissuti alla rarefazione delle frequentazioni, spogliati spesso dalla quotidianità lavorativa. Il resto, l’esterno, è concausa del malessere, che di volta in volta è diventato responsabilità, colpa. La colpa dei vacanzieri, della movida, dei bambini a scuola fino al recente crucifige rivolto agli anziani. C’è un distanziamento emotivo che polarizza.

In qualche modo, la dimensione estemporanea che cercava rassicurazioni e che aveva posto l’accento sullo “State tutti bene?” nel primo periodo, ora cede il passo ad un paradigma apertamente conflittuale, in cui il danno c’è -economico, psicologico-, è reale, e qualcuno deve pagarne il prezzo. Perciò, viene rimosso il lutto, rimossi i funerali, rimossi i malati, rimosso il dolore, tanto nei discorsi pubblici quanto in quelli privati. Se a marzo una forma solidaristica, almeno nella retorica, era presente, ora la dialettica salute vs. economia è diventata dicotomica. Se io ti salvo, mi arrechi un danno, anzi, probabilmente l’hai già fatto. Qualsiasi scelta, dalla mascherina al distanziamento, dal marciapiede alle abitazioni, dalle città metropolitane alle regioni, passa attraverso quel cortocircuito.

Questo è il punto più grave, più delle scelte che dovrebbero puntare ad un’idea di benessere che significa tanto salute quanto qualità della vita, e che dovrebbero idealmente salvare le persone e, al contempo ridurre al minimo i costi sociali da pagare; “stare tutti bene”, per quanto possibile. Si tratta di due interessi che dovrebbero essere tutelati insieme, e non in conflitto, così come collettiva dovrebbe essere l’accettazione degli eventi, proprio perché non c’è luogo, a prescindere da coloro che lo abitano e da chi prende decisioni, che non sia stato in qualche modo toccato da questa pandemia, che è tanto capillare quanto globale.

E se ognuno paga un prezzo diseguale, tutti hanno dovuto farci i conti. Questa prospettiva libera dai localismi dovrebbe permettere di agire per il bene comune, eppure in qualche modo perde la bussola se manca il coraggio (politico) di scelte: dalle chiusure localizzate dove serve, all’adozione di misure straordinarie di solidarietà sociale. Invece, la timidezza del politico sposta sul singolo la responsabilità di decidere di rinunciare, sulla base di microforme di senso civico, alle quotidiane abitudini: il caffè, il parco, il bar, l’aperitivo, la cena. O, peggio ancora, pone in conflitto i desiderata: la scuola o gli anziani? Il bingo o il museo? Il teatro o la chiesa? Senza una politica pubblica che adotta criteri di scelta razionale (sanitario o economico, meglio ancora se sanitario e economico), è la solitudine il sentimento che governa il (non) legame tra i cittadini.

Ogni tentennamento, ogni incertezza, crea nuovi capri espiatori. Ogni tenzone tra livelli, ogni illogica assunzione di rischio, allunga i tempi, e rende sempre più diluito il pensiero di “state tutti bene?”, neutralizza i suoni delle ambulanze, rumore bianco nelle sere corte in città, e enfatizza il danno intimo, sociale, economico e politico di questi giorni. Si scivola, così, verso il racconto di Dino Buzzati, “L’epidemia”, in cui in un ufficio pubblico iniziano ad ammalarsi i dipendenti in modo selettivo: “Una trovata formidabile per tastare il polso del Paese… L’influenza di Stato! Non è meraviglioso? L’influenza che colpisce soltanto i pessimisti, gli increduli, gli oppositori, i nemici della Patria annidati in tutti gli angoli… E gli altri, i devoti cittadini, i patrioti, i servitori coscienziosi, tutti immuni”.

Di chiedere, « Posso osare? » e, « Posso osare? »
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè
Conosco le voci che muoiono con un morente declino
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
Così, come potrei rischiare?

La conflittualità di questi giorni riconduce la pandemia al modello del contagio dell’altro, del fuori, di colui che arreca danno, proprio perché l’incertezza della cura riporta a primitive traiettorie bellicose. Non è un caso che, con altre formule, si possa ritrovare l’eco di quello “State tutti bene?” a fondamento del De Legibus di Cicerone, in cui Salus populi suprema lex esto, con l’ambiguità di traduzione di salute e di benessere, ma con la chiara responsabilità di farsene cura in una dimensione politica.

In altre parole, salus potrebbe essere tradotta, oggi con un’idea di bene comune così come proposta da Stefano Rodotà: “Persona e non proprietà; cittadinanza inclusiva e non regressioni verso una cittadinanza censitaria che affida l’effettività dei diritti alla disponibilità di risorse economiche […] salute come libertà di governo della vita e non come oggetto di poteri esterni; lavoro ed esistenza libera e dignitosa e non regressione verso il lavoro come merce”. E infine l’eguaglianza, che è il vero sentimento che tiene insieme una collettività. Quello “state tutti bene?” significa riconoscere il valore civico dell’altro, significa essere collettività. Poter essere curati, con le stesse chances. Poter guarire ed avere assistenza pubblica. Poter sopravvivere ad una malattia senza che siano condizioni strutturali a renderlo impossibile. Trovare un sostegno economico quando le condizioni materiali impongono una serrata. Non essere soli, nel mezzo.

É ancora notte, fuori, per poco. Il cielo è di cristallo, con le prime luci, verso nord si intravedono le montagne. Nella chiarore anche quelle sembrano vicine, contro ogni logica di distanziamento reale e figurato. Una forma di cura che sopravvive nelle piccole distanze, in cui l’eco della via è udibile, soprattutto quando la città parla sottovoce. “State tutti bene?”