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L’economia circolare necessita di “facilitazione”

Ecco i primi elementi di una proposta che riguarda metodi operativi e conoscenze, per lo sviluppo di forme efficaci di “convivenza sociale e organizzativa”. Una proposta rivolta all’intero arco delle figure chiamate alla ricostruzione nel post-pandemia, nella crisi climatica, nel solco della “società circolare”, in cui settori, discipline, interessi si connettono, creano nuove aggregazioni di saperi e di pratiche, grazie a dialogo, interazioni convergenti, mediazioni di senso, gestione dei conflitti, visioni collaborative tra attori, stakeholder, organizzazioni, reti, mercati. 

Per gestire un’emergenza, o anche un problema occorre di certo trovare risposte immediate. Tuttavia, questo non basta più. Al contempo occorre diffondere una nuova educazione, portare la scuola tra gli adulti, che peccano di evidenti deficit naturali e culturali, una via che di solito non viene imboccata, perché anche a ragione, considerata più lenta e complicata. La “facilitazione esperta” l’abbiamo costruita proprio per sanare questo gap e accelerare i fattori di convivenza ed educazione, tramite strumenti più sintetici, aderenti alle realtà, collaudati, che facciano da bussola orientatrice nelle tante variabili e nelle mille tempeste della contemporaneità. Questi strumenti li offriamo e li forniamo ai capi, ai dirigenti, alle amministrazioni, ai presidenti, ai tavoli e alle reti disseminate nella nostra democrazia.

Perché abbiamo bisogno di facilitazione e di facilitatori?

La facilitazione si colloca nel solco di una visione sistemica, ecologica, collettiva, per un nuovo umanesimo, tutti elementi che si specchiano nella complessità umana. L’umano è, nello stesso tempo individuo, specie e società. La facilitazione non riduce, quindi, il comportamento alla sola sfera organizzativa o a quella biologica o tantomeno a quella psicologica personale. Ne cerca altresì i nessi, le interconnessioni, perché ha compreso che questa triplice provenienza compone il comportamento, che è quello che intendiamo comprendere, governare. Quindi serve una “mappa più allargata” e corrispettivi strumenti per potercisi avventurare efficacemente. 

Possiamo così considerare la facilitazione una nuova “scienza del riconoscimento”, l’arte di “abbracciare” le persone, i gruppi e le situazioni, prenderli cioè per quello che sono realmente nella loro interezza, oltre a sviluppare una prassi per provare ad accogliere le spinte divergenti, per farle lievitare come pasta del pane, verso insiemi convergenti. Riconoscenti. Sono tre le parole che svettano e che danno un primo rilievo a facilitazione e facilitatori: 1) unione, 2) gestione-risveglio, 3) senso collettivo. 

1) Unione. Nella nuova modernità ci troviamo un po’ tutti smarriti e senza una bussola. Spesso ci sentiamo privi di quel senso di comunità e relazione che erano tipici del mondo artigianale-rurale, abbiamo acquisito in solidità e autonomia, ma abbiamo lasciato per strada tanti fattori di convivenza, che alimentano una buona ispirazione ai comportamenti quotidiani. Mentre il mondo si fa sempre più complicato e fragile – ci propina crisi in sequenza, dal terrorismo del 2001 alla crisi finanziaria del 2008, dalla crisi climatica crescente all’attuale crisi sanitaria della pandemia – è probabile che nell’immediato futuro si possa affacciare un bisogno sempre più crescente verso le capacità umane per la convivenza e per la gestione dei beni naturali del pianeta che ci ospita. 

La facilitazione, lavorando sulla presenza e su quello che c’è in una data situazione, va a ricercare i fattori del reciproco riconoscimento delle differenze, per poi tentare di indirizzarle costruttivamente verso varie forme di collegamento: negoziazione, mediazioni, fare gruppo, reti inter-associative, partecipazione.
2) Gestione-risveglio. La società democratica nel suo insieme, ogni singola sua cellula, che sia azienda, scuola, pubblica amministrazione, lo stesso non profit, protendono tutti a cose nobili e qualificanti, che spesso, ahimè, restano nei cassetti degli intenti auspicati. Molto spesso, questi non vengono perseguiti né realizzati, restano solo scritti sulla carta, divengono spesso lettera morta.
Gestione-risveglio vuole significare che alle buone parole non si arriva per via lineare e intellettuale (“sii positivo”, “dai collaboriamo!”), se il set umano fosse così, questa “facoltà di facilitare” non avrebbe ragione di esistere. Ogni contesto umano è invece complicato, intrecciato, controverso, ambivalente, regressivo. Ogni aggregazione ha più tratti divergenti negativi, che convergenti positivi.

La forza della facilitazione è l’aver sviluppato un metodo (funzioni, mappe, tecniche) per arrivare alle “buone parole”, passando dalle “cattive parole”, per contenerle, e se possibile anche neutralizzarle. Con un’ispirazione in più, che nella nostra testa parla di risveglio dei potenziali inespressi, ignorati, nascosti di persone e gruppi. 

3) Senso collettivo. L’aggregazione e ogni mezzo di convergenza in un gruppo hanno una funzionalità operativa evidente. In un’azienda, per esempio, si deve comunicare tra settori per condurre adeguatamente la transazione commerciale con il cliente, senza comunicazione tra i settori, si possono produrre errori, tensioni, perdite di prodotto e infine perdite di clientela. Così anche nei team di professionisti se non scatta la molla della cooperazione i lavori si conducono a fatica, con perdite di tempo e risorse. Anche in un condominio, se dovessimo riparare la grondaia o l’ascensore, ci dovremmo mettere d’accordo, ma è poi sempre così? 

Qui prende corpo il concetto di “efficacia collettiva” o anche di “intelligenza di unire”, costituito da quelle specifiche competenze dei singoli che costruiscono insieme un dato contesto sociale. Non a caso, nella difficile ricerca di coesione e integrazione le due mosse chiave restano quelle della distinzione e poi del collegamento. La distinzione dà pieno riconoscimento al singolo, il collegamento promuove i fattori di convivenza. Un facilitatore, quindi, fa leva sulla singolarità, le riconosce valori importanti, tuttavia cerca di portare a dialogo e a interconnessione i singoli col contesto in una direzione appunto collettiva. 

La cultura individualista ha come effetti benefici per la persona lo sviluppo di iniziativa e l’auto-realizzazione, mentre la cultura collettivista ha come benefici l’identità comune e l’altruismo, la cooperazione e l’armonia. La facilitazione come suo valore evolutivo, innovativo e organizzativo sceglie in ultima istanza di curare il collettivo, senza dimenticare i singoli, accompagnandoli al meglio in ambienti plurali e “circolari”. Per la costruzione di team e reti efficaci gli emblemi di coro e orchestra sono una giusta e appropriata rappresentazione. 

“Circolare” e “facilitazione”: 5 punti collegabili

Passiamo ora a illustrare la stretta connessione che intercorre tra “circolare” e “facilitazione”. Come possiamo collegare gli obiettivi economico-sociali con le pratiche al tavolo e di interazione tra gli attori sul territorio?  Ecco i 5 principi dell’economia circolare abbinati alla competenza comportamentale degli attori (facilitazione), attesa e auspicata, per noi leva indispensabile per programmi più spediti e integrati.

1) I comportamenti negativi sono una risorsa

Una “materia seconda”, che possiamo trasformare (vedi Input rinnovabili)

Problemi, conflitti, malessere, errori vengono di solito soffocati, bypassati, elusi, stigmatizzati. Non sapendo che insorgono anche perché presenti nella nostra “natura variabile” di specie, siamo infatti una specie ambivalente, prosociale ma al contempo antisociale. I comportamenti negativi secondo noi reclamano un nuovo modo di gestione e di trasformazione nei gruppi e nelle organizzazioni.

2) Le persone richiedono coinvolgimento 

(vedi L’azione come servizio e non come proprietà)

I dipendenti e collaboratori non possono essere valutati solo sulla base delle ore lavorate, riducendo la loro produttività ad una quantificazione del tempo speso in ufficio, ma vanno coinvolti attivamente nei processi decisionali, rendendoli attori coinvolti nella missione aziendale e sociale. Se resta importante il “quanto” nel ruolo lavorativo, occorre tuttavia affiancargli il “come”, le soglie di coinvolgimento e partecipazione delle persone, con modi più inclusivi e di qualità.

I 5 MODELLI-PRINCIPI DELL’ECONOMIA CIRCOLARE

1) Input rinnovabili 

La produzione di beni e asset deve essere basata sull’impiego di risorse materiale ed energetiche riciclate/recuperate o provenienti da fonti rinnovabili.

2) Prodotto-come-servizio 

Anziché mettere al centro la proprietà del bene, si valorizza il suo effettivo utilizzo, ovvero la funzione con cui nasce per soddisfare un certo bisogno. Quindi “accedere” all’utilizzo di un bene é più importante che possederlo.

3) Estensione del ciclo di vita utile del prodotto 

I beni di consumo devono durare più a lungo e massimizzare il ciclo di vita, attraverso attività di manutenzione, riparazione, rigenerazione di componenti, etc.

4) Piattaforme di condivisione 

Beni e servizi sono progettati per essere facilmente condivisi tra gli utenti, attraverso innovative piattaforme digitali e/o spazi fisici dedicati.

5) Fine vita sostenibile

Gli stessi materiali vengono raccolti, recuperati e riutilizzati nell’ambito di più processi di produzione e consumo, quindi una risorsa non verrà impiegata una sola volta prima di esaurire la sua funzione, ma verrà reintegrata in cicli multipli.

 

3) Fine della sottostima e svalutazione dei potenziali umani 

(vedi Estensione della vita del prodotto)

In troppi episodi la cattiva gestione di emozioni negative e i contesti svalutanti insicuri non fanno che alimentare ancor di più i comportamenti critici, dissonanti, oppositivi, cinici, regressivi. Le potenzialità umane aspettano come la terra promessa modalità e competenze che sappiano accogliere e riconoscere, liberandole e rimettendole migliorate in circolo. Solo i due fattori – mercantile/commerciale e giuridico/normativo – non possono bastare, occorre innaffiare il potenziale tramite leve umanistico-relazionali. Perché risorse, intelligenze, leve trasformatrici sono spesso solo sopite, addormentate, ma servono nuovi strumenti efficaci, consonanti ai cervelli e alle menti in gioco, un nuovo tipo di “calore sociale”, per riaccenderle in tutta la loro costruttività.

4) L’imperativo della relazione e del gruppo 

(vedi Piattaforme di condivisione)

Parlare con l’altro, ascoltarlo, cercarne un contatto costruttivo non è solo funzionale alla convivenza, alla produzione, alla democrazia. Queste funzioni sono per noi umani incapsulate, innate, sono la “nostra casa”, perché parte saliente della nostra forgia relazionale, ultrasociale, che costruisce il sé personale all’interno di dinamiche dialettiche sé-altro, immedesimazioni, specchi imitativi. Il dialogo è un imperativo, al pari del respirare. Alimentare i fattori di dialogo e di interazione rispettosi, nelle sfere personali e in quelle lavorative, nonché sociali e di aggregazione, rappresenta la tastiera con-giunta, intimamente presente nel nostro piano biologico costitutivo. Curarle ci porta a “favorire il vivente”, intercettando un ampio ventaglio di condizioni migliorative benefiche e benevolenti, di nuove comprensioni e di nuovi altruismi, accompagnabili e convergenti.

5) Progresso e conservazione quali facce complementari

(vedi Fine vita sostenibile).

L’innovazione della sostenibilità e della digitalizzazione vanno integrate con le culture, i territori, le tradizioni. Andiamo meglio avanti, se ci portiamo con noi conoscenza e saperi, che hanno sede anche nel nostro passato. Inoltre, per il gioco intergenerazionale, sarebbe buono fare in modo che le persone non si sentano “inutili” una volta esaurito il loro ruolo funzionale alla produzione e alla creazione di ricchezza materiale. I sistemi relazionali possono fare azione di prolungamento e di pluralismo delle voci, i giovani possono trovarsi affianco gli anziani, c’è bisogno di tutti, c’è bisogno di comunità, nel difficile compito di ristabilire gli equilibri naturali e climatici. Le generazioni possono dialogare per guardare avanti insieme.

 

Conclusioni

Anche nella “facilitazione” scorgiamo tuttavia non pochi dilemmi. In tanti anni di ricerca e applicazione ci siamo accorti che la partecipazione, essendo una funzione “morbida”, non direttiva e non autoritaria, può facilmente essere presa sottogamba, con eccessiva disinvoltura e senza l’impiego da parte di molti, delle migliori risorse. Questo aspetto la psicologia sociale lo chiama “perdita della motivazione”, prodotta dalla tendenza latente in noi persone a lasciare che siano gli altri a fare sforzo e fatica, approfittando proprio del collettivo per non rinvenire il proprio contributo. Nel canale di convivenza, nel creare ponti e collegamenti tra attori e istituzioni, nell’indurre fattori di partecipazione c’è quindi questa trappola, che porta il nome di “pigrizia sociale” e di “furbizia egoistica”. Ma se sappiamo di certe nostre inclinazioni, saremo di più in campana, come dice quel detto romano.

In conclusione, la “facilitazione esperta” la intendiamo come irrinunciabile stampella alla “società circolare”, alla ricerca in extremis di sostenibilità, ai sistemi multiculturali del diversity. Perché? Perché si offre come strumento di vicinanza a fatti, luoghi, persone. Perché agisce con espresse capacità di interazione, forte interazione, il veicolo della convivenza ma anche della salute. Perché prevede metodi e persone che sappiano fare ponte, trasformare linguaggi e rendere più dialogici gli interessi contrapposti.  Perché respira, come il nostro corpo, sa aprirsi e sa anche chiudersi. Momento presente, momento meraviglioso.