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2 Febbraio 2018

Amazon, un braccialetto è per sempre

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Se la leggi pensi subito al carcere.
Mi riferisco alla notizia sui due brevetti depositati da Amazon per dei braccialetti elettronici in grado di controllare e “guidare” i propri magazzinieri. L’associazione immediata che viene alla mente è con gli strumenti che la giustizia utilizza per tracciare i detenuti.

Giustamente la cosa ha suscitato per lo più reazioni indignate: richiami alla qualità del lavoro da parte del Primo ministro uscente Gentiloni; l’ammonizione al rispetto delle regole da parte dell’attuale ministro del lavoro Poletti. Scontata la risposta dei sindacati per cui i “braccialetti da dipendenti” richiamano a forme di schiavitù e, visto anche lo sfortunato tempismo, a dinamiche da campi di lavoro.

Il tenore delle reazioni è più che giustificato, anche se non manca l’ipocrisia: il mondo del lavoro in cui siamo immersi non manca di fornire esempi di “lavoro monitorato” senza ricorrere a braccialetti elettronici, inoltre c’è un aspetto tipico delle innovazioni tecnologiche nel capitalismo che tutti fanno finta di dimenticare.

Dal mulino ad acqua agli algoritmi

Certi signori feudali non ci dormivano su. Non si fidavano dei contadini che lavoravano le loro terre. Secondo i patti questi gli dovevano buona parte del grano raccolto sotto forma di macinato. Escluso qualcosina per la sussistenza tutto il resto doveva finire nelle tasche del signore. Ma come controllare che il contadino non si tenesse più del dovuto?

La macinazione del grano avveniva nella casa del contadino stesso con delle mole manuali. Non era semplice controllare se si fosse appropriato indebitamente di una parte del raccolto. Ci pensò l’invenzione del mulino ad acqua a venire in soccorso al padrone delle terre. Da quel momento in poi il contadino fu obbligato a portare il grano al mulino del signore che così poteva controllare, visto che solo lui poteva permettersi quel tipo di investimento. Venne ovviamente bandito l’uso di mole manuali.

Giuseppe Venanzio e Quintino Sella a metà Ottocento si trovavano a gestire nelle valli del biellese numerosi piccoli padroncini che gli fornivano i semilavorati utili al prodotto finale. La loro era in quel momento un esempio di manifattura a domicilio. I Sella garantivano alla rete di contadini-tessitori la materia prima che veniva da quest’utlimi trasformata in autonomia: lavoravano quando volevano e come volevano, bisognava però rispettare le scadenze.

I tempi a volte si allungavano e la concorrenza straniera si era fatta più efficiente grazie all’uso del telaio meccanico. Così i Sella si mettono al passo con i tempi: riuniscono i tessitori in un unico luogo, la fabbrica, e li mettono al lavoro sulle nuove macchine. Adesso però sono loro a decidere gli orari e le modalità di produzione. C’è da vincere la resistenza di questi artigiani abituati a fare ciò che gli pare, ma ci penserà il tempo a dargli ragione e forza.

In fondo è lo stesso oggi per Jeff Bezos e la sua Amazon. C’è un caratteristica intrinseca dell’innovazione tecnologica: la produttività ovvero l’ottenere il «massimo con il minimo». Ma basta questo a raccontare la corsa all’innovazione?

C’è un altro aspetto che risponde a un bisogno legato alla capacità di organizzare la produzione da parte dell’imprenditore: la necessità di controllo. Dal mulino ad acqua all’algoritmo, passando per il telaio meccanico, è difficile non raccontare la storia dell’innovazione tecnologica del capitalismo anche come il susseguirsi di tentativi per aumentare la capacità di controllo da parte dell’impresa. Controllo significa ridurre l’arbitrarietà della scelte e dei comportamenti di chi lavora, raccogliere la conoscenza diffusa che c’è nel processo di produzione e trasferirla come monopolio a chi la produzione la organizza.

E così, oltre che per ragioni di efficienza orientata all’aumento della produzione, che si immagina la divisione del lavoro (gli «spilli» di Adam Smith) e il taylorismo. Frederick Winslow Taylor studiò nel minimo dettaglio il lavoro umano alla catena di montaggio, ne calcolò tempi e modalità per arrivare a definire la migliore combinazione («one best way»). Nasce in questo modo l’organizzazione scientifica del lavoro a cui tutti devono attenersi e per la cui riuscita l’imprenditore assume tecnici e cronometristi sulla linea come cani da guardia.

In Italia s’inizia a sperimentare qualcosa tra le due guerre mondiali ma sono gli anni ‘50 e ‘60 l’epoca d’oro del taylorismo italiano. Si sottovaluta l’autonomia dei lavoratori che a questa forma di controllo a un certo punto cercano di ribellarsi. La contesa si fa dura ma giusto il tempo di arrivare all’automazione e alle tecnologie dell’informazione. E la cosa si risolve.

Abbandonato il fordismo, che può essere descritto come il taylorismo dotato dell’interesse a dare ai lavoratoti i soldi per comprarsi ciò che producono, ci siamo tenuti solo Taylor che rivive nei nostri sofisticati algoritmi che laddove organizzano la produzione sono molto più efficienti dei cronometristi di un tempo. E poi hanno il vantaggio di essere impersonali, ora sì davvero «scientifici». Per gli altri, quei lavori difficilmente riconducibili a operazioni seriali, il controllo avviene in altre forme: è un controllo indotto. Vale per molti dei cosiddetti lavoratori della conoscenza. Si è formalmente autonomi, «imprenditori di sé stessi», e lì ci pensano le aspettative del mercato, l’autodisciplina e un’economia della promessa a garantire controllo ed efficienza.

La rinuncia a una contesa

Nella classifica dei mestieri è forse quello più complicato. Fare il sindacalista oggi, così come nell’ultimo trentennio, non garantisce molte soddisfazioni. C’è tutto un mondo che gioca contro, c’è un lavoro che ormai viene scelto à la carte laddove costa meno. Ci si mettono pure le leggi a favorire coloro che non avrebbero bisogni di favori.

C’è però una questione di fondo che ha messo il sindacato, così come la sinistra, all’angolo come un boxeur incapace di riprendersi. È una questione di strategia: si è optato per il gioco di rimessa, stare sulla difensiva in attesa della mossa avversaria. È un approccio radicato, presente sin dall’inizio del Novecento quando inizia la storia ufficiale del sindacalismo e del socialismo italiano.

Il movimento operaio e socialista ha di fatto legato le proprie sorti alle vicende dello sviluppo industriale, ne ha condiviso i fini e per certi versi pure i metodi. È valso per molto tempo, sia come vulgata che come dotta riflessione, l’adagio che lo sviluppo della produzione e l’innovazione avrebbero determinato le condizioni per l’instaurazione del socialismo. Quel che rimaneva da fare era attendere il momento in cui attraverso lo Stato si sarebbe preso il potere e quindi la gestione dei mezzi di produzione. Nel frattempo si sarebbe lottato per garantire, nella contesa per la distribuzione della ricchezza prodotta, la fetta più grande possibile per i lavoratori.

Non è casuale che in Italia, così come altrove, le critiche di arretratezza al capitalismo arrivassero proprio da sinistra. Il «capitalismo straccione» è stato il leitmotiv, a sinistra, di molta battaglia politica del Novecento italiano. Così come sia nelle storiografia del movimento operaio che nelle opinioni dei suoi dirigenti è sempre prevalsa una scarsa considerazione nei confronti del mondo artigianale pre-industriale e di quello contadino (dei piccoli proprietari in particolare).

Il passaggio al sistema di fabbrica fu salutato dai primi organizzatori sindacali come un aspetto esclusivamente positivo, non vedendo che nelle forme di una cultura autonoma del lavoro tipica dell’artigiano potevano esserci le basi di una propria capacità di organizzare diversamente la produzione. Così come si guardava di buon occhio l’industria pesante che in una prima fase esaltava la figura dell’operaio specializzato, le cui capacità saranno poi catturate dall’organizzazione scientifica del lavoro.

Anche l’atteggiamento nei confronti del taylorismo stesso è stato spesso ondivago, con molti giudizi a sottolinearne la brutalità sui lavoratori ma non sono mancati elogi e esaltazioni per la capacità di produrre come mai prima. Anche in un intellettuale lucido e in un militante coerente come Gramsci si percepisce questa altalena di valutazioni.

Guardando in controluce la storia del movimento dei lavoratori si nota questa traccia di subalternità. Un approccio che ha lasciato volutamente all’imprenditore l’onere di organizzare la produzione, rinunciando alla competizione e all’egemonia su questa capacità. Si pensava, come fatto nella Russia Sovietica, che fosse sufficiente modificare la titolarità del potere per cambiarne anche le forme di esercizio.

Ha contribuito anche questo atteggiamento difensivo, tutto concentrato sulla distribuzione del reddito e poco interessato alla sua produzione, a mettere il sindacato e la sinistra in una posizione di debolezza. Di certo ha interrotto, o sottovalutato, una ricerca e una sperimentazione possibile su quali dovessero essere le forme migliori e più giuste di organizzazione del lavoro.

Anche il rapporto conflittuale con il cooperativismo testimonia questo limite, con una dupl1ice conseguenza: per la sinistra ha voluto dire perdere un proprio terreno di sperimentazione e alternativa concreta, per il cooperativismo la minor spinta ideale lo ha consegnato verso le tentacolari «ragioni del mercato».

Oggi questa mancanza del mondo sindacale e della sinistra di offrire una propria proposta, di contendersi un’egemonia sul terreno dell’organizzazione della produzione si sente tutta. Perché è giusto, anche qui con un po’ di ritardo, rivendicare la «contrattazione dell’algoritmo» ma ho la sensazione, con tutto il rispetto per il difficile lavoro sindacale, che la sfida sarebbe da lanciare a un altro livello. Perché, o oggi il mondo del lavoro è in grado di giocarsi la contesa sulle tecnologie (e il loro orientamento) offrendo un proprio modello economico, oppure nella posizione di difesa e contrattazione di ciò che rimane, il rischio è l’ulteriore indebolimento.

I braccialetti di Amazon (per altro ora solo brevettati), così come i loro metodi di un taylorismo sempre più spinto, sono il preludio a una produzione fatta soprattutto di robot. E questa battaglia la si deve giocare per forza sul piano dei modelli proprietari, di una nuova organizzazione del lavoro e, soprattutto, di una redistribuzione della nuova ricchezza e del tempo guadagnato.

Il potere di controllo continua ad essere una molla fondamentale dell’innovazione tecnologica, a questa tendenza bisogna sapere opporre altre forme di controllo più democratiche e con al centro l’essere umano. Se si sta sul campo dell’attuale modello di sviluppo e degli indici di performance creati ad hoc, ci perdiamo di sicuro tutti, ad eccetto dei Jeff Bezos di turno.


Immagine di copertina: ph. Lyndsey Marie da Unsplash

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