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29 settembre 2017

Ci si diverte a fare cultura?

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La casa in cui sono cresciuto si affacciava sullo smisurato piazzale adiacente a una stazione, dove ogni tanto mio padre mi portava a giocare a palla. L’unico edificio in quel vuoto urbano era un piccolo corpo basso. Dalla mia finestra intravedevo le dotazioni di un baretto, un flipper, un tavolo da ping pong, un juke box, i parallelepipedi irregolari dei videogiochi, una giostrina a gettoni. Sull’insegna campeggiava una scritta blu: DOPOLAVORO FERROVIARIO.

I miei primi ricordi risalgono agli anni Ottanta. Allora il lavoro nelle infrastrutture e nei trasporti era sì molto sindacalizzato e politicamente colorato, ma ancora di per sé industriale e macchinico, privo di una componente immateriale di rilievo. Lo svago era per dopo: il dopolavoro, appunto. Tra i due c’era continuità ma non commistione. Le condizioni del lavoro culturale, nonostante Bianciardi, quasi nessuno si prendeva la briga di analizzarle.

A quei tempi insomma era ancora valido quanto scrivevano Adorno e Horkheimer sull’industria culturale come industria del divertimento: «L’amusement è il prolungamento del lavoro nell’epoca del tardo capitalismo. Esso è cercato da chi aspira a sottrarsi al processo lavorativo meccanizzato per essere poi di nuovo in grado di affrontarlo e di essere alla sua altezza». Oggi quell’esperienza dopolavoristica è del tutto inaccessibile, la sua memoria inservibile.

In certi film di cassetta della fine del secolo scorso si vede già ogni tanto qualche top manager che gioca a minigolf nel suo ufficio, ma l’idea che al lavoro ci si dovesse divertire ha preso davvero forma col nuovo millennio. Ed è stata proprio la “classe creativa”, così battezzata da Richard Florida, ad adottare come status symbol un divertimento lavorativo improntato all’ostentazione di consumi culturali non convenzionali e passatempi estremi.

Nonostante l’arcipelago degli aperitivi e dei party e degli afterhour che tuttora sottende la vita culturale delle città ed è il basso continuo degli eventi fieristici e festivalieri maggiori e minori, il fatto è che se pure ci si diverte al lavoro, specie nell’industria creativa, e benché il lavoro culturale sia occasione o pretesto di divertimento, o al limite anche se il divertimento è condizione assolutamente necessaria perché possa esserci lavoro culturale, questo ancora non vuol che sia il lavoro culturale in sé a essere divertente.

Si direbbe che, oggi, rispetto allo scenario moderno descritto da Adorno e Horkeimer, un implosione apocalittica abbia finito per far collassare gli uni sugli altri tutti gli elementi in gioco, dissipando ogni confine tra industria culturale, divertimento e lavoro.

Forse il lavoro culturale produce ancora divertimento di massa nel senso che intendevano i francofortesi, ma principalmente è esso stesso un lavoro che mette a frutto il divertimento del lavoratore, che non se ne distingue, perché se nel frattempo, come è noto, la separazione tra lavoro e tempo libero è venuta meno per tutti, e in ogni lavoro la dimensione cognitiva e culturale è diventata il luogo prioritario della produzione di valore, questa assenza di soluzione di continuità è forse ancora più essenziale nel lavoro culturale, dove ogni distinzione di ambito è totalmente rimossa, perché la sfera cognitiva e creativa è insieme soggetto e oggetto, figura e sfondo. Se l’industria culturale è tuttora l’industria del divertimento di massa, possiamo aggiungere allora che il lavoro culturale è diventato divertimento al lavoro?

Per il momento, mi pare, le aporie della critica dell’economia politica del lavoro culturale il dibattito contemporaneo non le ha ancora sciolte. Se nella cultura si lavora gratis molto più che in altri ambiti, tanto che le prestazioni d’opera non pagate sono un elemento strutturale dell’economia culturale, e addirittura può esistere un fenomeno come la vanity press, per cui si paga per fare ciò per cui altri sono pagati, vuol dire che le professioni creative appaiono come legate a uno status sociale e a condizioni lavorative in sé altamente desiderabili. Il lavoro culturale sembra essere gratificante in senso qualitativo e non quantificabile.

Ora, se è vero che questo da un lato si traduce senz’altro in varie forme di sfruttamento, auto-sfruttamento ed estrazione di rendita, dall’altro lato però sembra altrettanto vero che il discorso della rivendicazione si ritrovi spesso e volentieri a introiettare la stessa logica capitalistica e la stessa retorica del professionalismo, riducendo il fare cultura alla sola sfera del monetizzabile.

E se il lavoro culturale consistesse prima di ogni cosa proprio nel pensare questa contraddizione, nel mantenerla viva? Se fosse prima di tutto un lavoro di costante rimessa in discussione dei propri termini e statuti? Un’ininterrotta elaborazione delle proprie condizioni – sociali, economiche, politiche, epistemologiche, culturali, spirituali? Non sarebbe allora un esercizio sempre rinnovato di liberazione?

Fare cultura significherebbe allora esercitare un’attenzione costante, mai risolta, sempre acuminata sulle condizioni del lavoro culturale e consisterebbe innanzi tutto nell’operare attivamente per trasformarle, contribuendo con questo a una trasformazione più generale. Ci si diverte sempre da qualcosa, e come ci ha insegnato Pascal ci si diverte soprattutto dalle miserie umane. Ma cosa potrebbe accadere se dal modo della distrazione e dell’intrattenimento il lavoro culturale passasse a quello della della consapevolezza e della piena responsabilità? Non ci sarebbe più da divertirsi. Perché sarebbe un lavoro della felicità e della gioia.

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