L'Anguriera di Chiaravalle è un vero dispositivo (spontaneo) di rigenerazione urbana. Un luogo in cui si scopre che la felicità non sta nel possesso delle cose, ma nella capacità di farne uso, e che sta per spostare le tende come si addice ai pionieri.

Anguriera vagabonda. A Chiaravalle, un dispositivo di trasformazione nomade

All’Anguriera, noi ci siamo arrivati due estati fa: alla fine dell’SM#7, il Sentiero della Campagna, che ci ha portati – appunto – a Chiaravalle. E’ lì che siamo incappati in un progetto meraviglioso: un’anguriera pensata come testa di ponte per la riqualificazione del territorio circostante. Un modo, per ricucire lo strappo tra l’abbazia e il borgo di Chiaravalle. Il progetto, ce lo aveva raccontato Andrea Perini, dell’associazione “Terzo Paesaggio”. Oggi, Andrea, ci racconta una nuova fase di sviluppo: l’Anguriera, infatti, come ogni pioniere che si rispetti, sta spostando le tende…

Stavamo costruendo insieme una piazza temporanea per Chiaravalle, una di quelle pratiche di tactical urbanism che coinvolgono gli abitanti e gli studenti. Abbiamo avviato un laboratorio con il Politecnico e le associazioni del territorio, per dare a un quartiere che non aveva una piazza, un luogo relazionale aperto a tutti.

Era giugno del 2014, le architetture temporanee della piazza stavano prendendo forma, un pomeriggio Marta entrò in una piccola libreria del centro, io al telefono con un funzionario del Comune per sbrogliare alcuni nodi amministrativi, lei presa a curiosare distrattamente tra i libri. A un tratto d’istinto aprì questo piccolo libretto bianco, precisa su quella pagina: il titolo “anguriera” brillava in testa a poche lucide e intense righe. Dovetti interrompere la comunicazione telefonica, avevamo trovato conferma che quello che stavamo facendo era la strada giusta!

Tutti gli anni puntuale, il 21 di giugno spunta tra i campi di grano, è la formidabile anguriera. Una serie di baracche auto costruite con vari ambienti: cucina, sala da pranzo e veranda. I materiali sono tutti riciclati e di recupero, assi di legno, lamiere arrugginite, vecchie finestre, frasche, cannette, porte in formica, lampade al neon, sedie di plastica e tavolini vari. Un insieme eterogeneo e kitsch che rasenta il sublime. Qui la globalizzazione non ha attecchito: non si vende coca cola ma si somministra un’anguria deliziosa, meloni e verdure coltivate proprio intorno. […] Una vera e propria architettura accidentale, un tempio gioioso dell’ipoconsumo, una sacca di resistenza. Un luogo dove ci si rende conto che la felicità non sta nel possesso delle cose, ma nella capacità di farne uso. Al tramonto con gli amici diviene un luogo speciale, ci rilassiamo in silenzio con milioni d’insetti e una strana atmosfera sospesa. Si ripete un rito della tradizione e ci accorgiamo di una cosa assai paradossale: la tradizione ha origine in una rivoluzione, in un atto rivoluzionario” (Marco Ermentini, la piuma blu – abecedario dei luoghi silenti, Milano, Mimesis 2013)

Rintracciammo subito l’autore, lo incontrammo, venne poi all’Anguriera di Chiaravalle e lo frequentammo per qualche tempo. Divenne anche, presto, consulente di Renzo Piano per il rammendo delle periferie. Insomma l’Anguriera di Chiaravalle, involontariamente, era stata riconosciuta come un dispositivo di rigenerazione, probabilmente anche il maestro Piano ne aveva sentito parlare e forse la stava addirittura studiando.

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