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1 Agosto 2017

Nessuno resti fuori. Teatro a Matera

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“Grazie al teatro la gente ha cominciato a guardarmi negli occhi”.  Alì Sohana è uno dei minori migranti non accompagnati, un argonauta dei nostri tempi approdato in una terra senza mare: Matera.

Dice ancora Alì, nell’intenso ritratto che gli dedica Nancy Porsia, “sul palco ho capito di avere una voce. Il teatro e tutta la gente che ho incontrato sul palcoscenico mi hanno salvato”. Nelle sue parole, nel suo modo di pronunciarle, nel suo sguardo, non c’è traccia di autocommiserazione. Di fronte a lui non siamo noi i salvatori ma è lui quello più forte, quello più consapevole, quello più felice, è lui il vero uomo-che-si-è-fatto-da-solo con un paradigma totalmente ribaltato rispetto ai nostri self-made-men.

Nel clima che stiamo vivendo, mi è sembrato importante partire dalla storia di Alì, una storia su tutte, per parlare di teatro, della sua funzione sociale che non è funzione unica ma è quella che qui ci interessa e prende un rilievo decisivo.

A Matera Alì ha trovato una nuova famiglia, dopo aver perso la sua in mare e in Africa a soli diciassette anni. La sua nuova famiglia si chiama IAC – Centro Arti integrate.

Qui si sta formando come attore e sta dando un prezioso contributo come mediatore all’interno dei laboratori rivolti a minori migranti non accompagnati.

Lo IAC è un centro di produzione e promozione teatrale che si propone come collante tra centro e periferia (o, meglio, periferie); gli interessano i limes generazionali, geografici e culturali. Opera con continuità sul territorio materano tutto l’anno ed esplode nei dieci giorni di Nessuno Resti Fuori – festival di teatro città persone – che si è appena concluso.

La genesi del festival va rintracciata in Teatri Diffusi, un progetto sostenuto economicamente dalla Regione Basilicata e che, nell’ambito di Visioni Urbane, ha portato alla raccolta di storie del territorio attraverso il teatro.

Un anno fa si svolgeva la prima edizione di NRF nello scenario incredibile dei Sassi, nelle sue piazzette, nei suoi vicoli, tra gli abitati più affascinanti. Il centro della città è stato messo in comunicazione con il quartiere di Piccianello mediante attività laboratoriali, spazi di dibattito pubblico e messe in scena. Quest’anno Andrea Santantonio e Nadia Casamassima, fondatori e curatori di IAC, hanno deciso di portare nuova linfa al quartiere di Serra Venerdì con un tentativo osmotico tra chi vive un quartiere dislocato fuori dai flussi turistici e chi frequenta la città senza essersi ancora occupato della sua storia e dell’attuale espressione allargata.

Andrea Porcheddu ha lasciato una traccia preziosa e dettagliata di questa edizione 2017 – essendo anche parte attiva e conduttore dei quattro playing about del festival – con un diario delle giornate e delle riflessioni che esse portano con sé.

Del territorio lucano e della sua povertà di strutture specifiche dedicate al teatro, di una rete di risorse che ponga nuova attenzione su necessità e carenze educative; del ruolo privilegiato che il teatro può avere per l’educazione comunitaria all’inclusione, soprattutto quando si toccano i temi attuali della migrazione e delle nuove cittadinanze; dell’importanza che ora gioca Matera sia come Capitale Europea della Cultura sia come periferia, con tutto il suo portato storico-culturale; del sentimento di vergogna (architettonica, urbanistica, sociale e culturale) come slancio dal quale la città, nei decenni, ha saputo riscattarsi, senza che ciò comporti un esaurimento di interrogativi sul tema; di tutto questo si è pensato e si è parlato nel quartiere di Serra Venerdì.

Che non vadano via col vento, che restino, letti e riletti, questi intrecci di teste, di amore, di abnegazioni, di successi e insuccessi altrui e propri, di rabbie, di abbracci densi e sprofondanti nei visi e nei petti, di occhi umidi e brillanti, di allegria fortissima.

Nessuno resti fuori, dunque. Nessuno. Non i minori non accompagnati d’oltremare; non i minori accompagnati di questa terra; nessuno di periferia e nessuno di centro; non i bambini inascoltati tra il pubblico ma che, anzi, vengano avanti partecipanti e vocianti; non gli anziani che lentamente procedono nelle loro giornate più o meno solitarie, portatori di storie altre, stupefatti ascoltatori e commentatori improvvisati, puri, ingenui, compiaciuti o infastiditi, mirabili anche nel loro timido affaccio sulla piazza. E neanche noi che stiamo nel mezzo. Qui c’è tutto. Qui avviene tutto.

L’altare del teatro viene smontato in ogni angolo, in ogni secondo. Si porta qui Roma, si porta qui la Romagna, si porta qui Milano, si porta qui Napoli. È una discesa felix. Felice e lenta. Nessuna corsa agli armamenti, nessun fremente tentativo di riempire il tempo. Poche cose, fatte bene. Fatte bene anche per la possibilità di darsi tempo. Non è un festival dei pieni. È un festival dei vuoti che vedono emergere isole e muovere navi che vi approdano.

Tra queste c’è la nave scuola, o meglio, la nave Non-scuola, costola, con Punta Corsara, del Teatro delle Albe (http://www.teatrodellealbe.com) di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari.

«Il teatro è una palestra di umanità selvatica e ribaltata, di eccessi e misura, dove si diventa quello che non si è; la scuola è il grande teatro della gerarchia e dell’imparare per tempo a essere società. (…) Non “mettere in scena”, ma “mettere in vita” i testi antichi: resuscitare Aristofane, non recitarlo. La tecnica della resurrezione parte dal fare a pezzi, disossare».

Le parole scritte quasi un ventennio fa dai due fondatori delle Albe spiegano puntualmente le singole storie della Matera del 2017. Spiegano, cioè, come Eustachio (nome di fantasia) si rifiutasse di partecipare ai progetti teatrali condotti durante l’anno scolastico a scuola, con un P.O.N., da Andrea Santantonio e Nadia Casamassina (fondatori e curatori di IAC), salvo poi ritrovarselo in preparazione del festival con “io a scuola non volevo fare teatro, ma ora siamo fuori dalla scuola e quindi io voglio partecipare. Cosa c’è da fare?”

Allora forse dire P.O.N. non basta se prima la scuola, nelle sue individualità adulte, non si dà delle possibilità di apertura di sguardi.

Il teatro in questo riesce bene: riesce, cioè, nel riscatto sociale, nella creazione di uno spazio metafisico di risposta ai bisogni della convivenza urbana, civile e culturale. Il teatro riesce nella creazione di nuovi desideri autentici, nello spostamento di un asse imposto e falsato.

Qui, se potessi dirlo con la voce e il gesto, userei il modo del Professor Franzò

“Il teatro non è Il Teatro! È il vivere”. Dalla vita trae risorsa. A Matera – posso dirlo con convinzione – abbiamo assistito all’insegnamento di Leo De Berardinis: «il teatro toglie la vigliaccheria del vivere, toglie la paura del diverso, dell’altro, dell’ignoto, della vita, della morte».

La direzione dei laboratori è stata affidata ad autori e registi di indiscusso rilievo (Teatro delle Albe, Progetto Demoni, Reteteatro41 – con Gommalacca e Petra -, Teatro Nucleo) e la necessità stringente è evidentemente proprio quella di mantenere un profilo alto per tenere alta l’attenzione e la sensibilità di un pubblico, anzi di una comunità così partecipata, assolutamente eterogenea e quindi difficile. Non solo. Noi, pubblico, siamo stati materia plasmata nelle mani di questi talentuosi ragazzi: divertiti ci scambiavamo sguardi complici, commossi ci nascondevamo per pudore, incuriositi ne parlavamo. Tutto questo non è un atto di improvvisazione, certamente.

È come aver fatto un viaggio nella propria città, anche se questa città non è propria di chi l’ha vissuta. E come succede alla fine di un viaggio, si ritorna a casa, comunque vogliamo intenderla. Ma, scrive Gianluca Caporaso, “una volta incontrate le cose, al viaggiatore le cose restano nella vita, custodite nelle parole come oggetti preziosi nei cassetti. Cosa resta, allora? Cosa si ritrova quando si torna, se è mai possibile tornare da un viaggio?”.


Immagine di copertina: “Argonautiche” di Non-Scuola/Teatro delle Albe con la collaborazione di Punta Corsara e IAC – ph. Luca Centola

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